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Le frustrazioni elettorali della classe media
Pubblicato originariamente in Aspenia Online dell’Aspen Institute Italia
Le paure della classe media americana sono state al centro del dibattito elettorale di quest’anno. Eppure, mentre i politici sono impegnati ad assecondarne desideri e bisogni, gli elettori della classe media appaiono sempre meno convinti dell’equità del sistema e sempre più insoddisfatti delle scelte a loro disposizione.
Si sentono sotto assedio, stretti tra i poveri ritenuti “immeritevoli” e i ricchi avidi. Poco importa che queste angosce abbiano un solido fondamento o che siano semplicemente una questione di percezione. Per adesso, stanno tenendo viva la corsa alla nomination del Partito Repubblicano (come fecero durante le primarie democratiche del 2008 tra Barack Obama e Hillary Clinton), e impediscono a Mitt Romney di portare a casa quella che, sin dall’inizio di questo ciclo elettorale, pareva una vittoria inevitabile.
Nemmeno l’atteso voto del Super Tuesday (il 6 marzo), in cui dieci stati sono andati alle urne, è riuscito a risolvere l’impasse. Romney si è imposto in Virginia, Vermont, Massachusetts, Idaho e Alaska e ha portato a casa una vittoria risicata in Ohio; Rick Santorum ha vinto in Tennessee, Oklahoma e North Dakota; infine, Newt Gingrich ha conquistato il proprio stato natio della Georgia, un risultato probabilmente sufficiente a far sì che rimanga in gara.
“Non sono preoccupato per i molto poveri”, ha dichiarato Romney recentemente. “Abbiamo una rete di sicurezza sociale per loro […] E non sono preoccupato per i molto ricchi, che se la passano bene. Sono preoccupato per il cuore dell’America, quel 90-95% di americani che fa fatica”. Questo genere di messaggio piace nel Midwest americano. L’Ohio, emblema dell’America post-industriale, impoverita e stanca (e il premio più ambito del Super Tuesday), non fa eccezione.
“La gente che sta al top non paga tasse, così come quelli che stanno in fondo”, dice Debbie Hysell di Pomeroy, nel sudest dell’Ohio. “È sempre la gente in mezzo che finisce per pagare per tutti”. La cinquantaduenne Hysell non si ritiene particolarmente interessata alla politica ma si definisce democratica. È proprietaria di Makin Memories, un negozio di gadget per lo scrapbooking su Main Street, sulle sponde del fiume Ohio (lo scrapbooking è un passatempo tipicamente americano che consiste, in sintesi, nel creare elaborati album di fotografie e ricordi). Questa cittadina di meno di duemila abitanti è il capoluogo della contea Meigs, tra le più povere dello stato e tra quelle che sono state più duramente colpite dal declino dell’industria dell’estrazione del carbone. Secondo dati raccolti nel censimento 2010, il 20,8% dei residenti di Meigs si trova sotto la soglia di povertà. Al dicembre 2011, il tasso di disoccupazione era dell’11,8%.
Mentre l’antipatia verso le tasse non è certo cosa nuova, quello che sorprende è la forza del risentimento che emerge da conversazioni con elettori della classe media, almeno in questa parte dello stato, sia verso i poveri sia verso i ricchi e, in generale, verso i politici nazionali. “Ci sono un mucchio di persone in questa comunità che si approfittano del sistema mentre noi altri lavoriamo come matti”, dice Greta Nease, la barista quarantatreenne di Gloeckner’s Café, un buio, fumoso bar sul lungo-fiume di Pomeroy. “Si organizzano in modo da lavorare e guadagnare il minimo, che gli permetta comunque di ricevere sussidi pubblici”. Il marito di Nease è un operaio edile ed è spesso via da casa, alla ricerca di impiego in giro per il paese.
“Faremmo meglio a eliminare tutti quelli che si presentano abbigliati in un completo tre pezzi”, dice Max Drenner inserendosi nella conversazione. Drenner ha cinquantanove anni, vota solitamente democratico e lavora in un ospedale in zona. “Vogliono solo fare più soldi, non gliene frega niente del resto”.
Più a nord lungo le rive del fiume Ohio, nel desolato centro città di Steubenville, Froehlich’s Classic Corner è uno dei pochissimi esercizi commerciali aperti di sabato pomeriggio. “I politici sono troppo distanti da realtà come la nostra”, dice Greg Froehlich, cinquantottenne proprietario del ristorante. Froehlich è un repubblicano in una città che è tradizionalmente una roccaforte democratica. A fine febbraio, ha ospitato nel proprio ristorante un raduno elettorale di Rick Santorum.
Steubenville ha visto precipitare la propria economia assieme all’industria dell’acciaio a partire dagli anni ottanta. Nel 2010, la sua popolazione di meno di 18.000 abitanti era appena più della metà di quanto era stata negli anni quaranta. I redditi sono calati e l’età media dei residenti è cresciuta. “Si tratta di un processo di continua regressione”, dice Froehlich. “Il 2008 è stato l’ultimo anno buono per il ristorante. Dopo di che abbiamo visto un calo del 20-30%”.
Le ragioni di questo disincanto sono, almeno in parte, reali. Il professor Emmanuel Saez dell’Università di California ha pubblicato uno studio che mostra come, nel 2010, il reddito della famiglia mediana, aggiustato all’inflazione, sia calato del 2,3% rispetto al 2009, scendendo a un livello che non si vedeva dal 1996. E’ vero che la recessione ha colpito sia i ricchi sia la classe media (tra il 2007 e il 2009, la fetta di reddito nazionale nelle mani dell’1% di americani più ricchi è scesa dal 23,5% al 18,1%). Ma nel 2010, il primo anno della ripresa, il 93% della crescita è andato all’1% che si trova al top: questo gruppo ha visto il proprio reddito aumentare dell’11,6%, mentre l’altro 99% ha registrato un incremento di appena lo 0,2%.
Allo stesso tempo, la crisi economica ha spinto molti nuovi americani sotto la soglia della povertà. Volenti o nolenti, costoro sono andati a infittire le file di persone che ricevono aiuti governativi: secondo il censimento nazionale, 2,6 milioni di nuove persone sono diventate povere nel corso del solo 2010. Il dato totale di 46,2 milioni di americani che vivono in povertà è il più alto dei cinquantadue anni durante i quali il governo ha monitorato questo trend.
Non tutti concordano sul fatto che per la classe media la situazione sia così difficile. Scott Winship della Brookings Institution ha analizzato alcuni studi sui trend di reddito di lungo periodo, concludendo che, se si guarda agli ultimi trent’anni, il reddito della famiglia mediana è cresciuto tra il 35% e il 55%. “Mentre la velocità della crescita è rallentata rispetto alla metà del secolo scorso, quando si avevano incrementi straordinari per tutti, le cose non sono peggiorate e, in realtà, sono abbastanza migliorate”, dice Winship.
Quale che sia la condizione della classe media rispetto ai poveri e ai ricchi, questi due gruppi attraggono, per ragioni completamente opposte, molta attenzione pubblica. Non certo per loro scelta, i poveri, soprattutto a causa della loro dipendenza dal governo, sono molto visibili per via di come il sistema di sicurezza sociale è strutturato in America. “Più un programma governativo avvantaggia gli americani benestanti, meno è appariscente”, scrive il giornalista Ezra Klein. “Strutturiamo politiche per i poveri in maniera che rende pressoché impossibile non sapere che il governo sta dando una mano”. Quindi, ad esempio, per ricevere i food stamp un americano deve fisicamente recarsi presso un ufficio governativo. Altri programmi mirati alla classe media, invece, sono invisibili, sepolti nei dettagli del codice fiscale.
Per quanto riguarda i ricchi, la progressiva liberalizzazione del regime che regola i finanziamenti delle campagne elettorali ha causato un aumento sproporzionato delle donazioni effettuate da individui con molto denaro: ad esempio, George Soros è un finanziatore di cause democratiche da anni, e quest’anno Sheldon Adelson, Foster Friess e Julian Robertson hanno contribuito generosamente alle campagne di Newt Gingrich, Rick Santorum e Mitt Romney. Il risultato è che un numero crescente di elettori che appartengono alla classe media sta perdendo fiducia nella democrazia americana. Un sondaggio condotto recentemente da Democracy Corps e dal Public Campaign Action Found ha rilevato che il 60% di americani è convinto che “la classe media non potrà tirare il fiato in questa economia fino a che non sarà ridotta l’influenza delle lobby, delle grandi banche, e dei ricchi finanziatori di campagne”.
Questi sentimenti così diffusi possono spiegare manifestazioni popolari di frustrazione della classe media quali il Tea Party, che inveisce contro la spesa governativa, e Occupy Wall Street, che si sdegna per gli enormi privilegi dell’1%.
Il fatto che sempre meno politici di livello nazionale appartengono alla classe media non aiuta. Dei quattro contendenti alla nomination del GOP ancora in corsa, tutti hanno almeno un titolo di studio post-laurea; tutti sono milionari (Romney ha una fortuna calcolata in oltre 200 milioni di dollari); e tutti fanno parte ormai da decenni dell’elite politica ed economica. In questo senso, l’unico che si avvicina a un passato da working class è proprio il Presidente Barack Obama; ma il fatto di essere african-American e la sua particolare infanzia itinerante (con periodi passati in Indonesia e alle Hawaii) lo rendono esotico agli occhi dell’elettore bianco e parte della working class del Midwest. Nel 2008, Obama ha perso questo gruppo di elettori malamente, prima a favore di Hillary Clinton e poi di John McCain.
A ciò si aggiunge una altro dato: il 47% dei membri dell’attuale Congresso sono milionari; non proprio una fotografia accurata della composizione economica degli Stati Uniti. Non deve sorprendere quindi l’incapacità’ di molti elettori della classe media di riconoscersi nei propri rappresentati eletti.
“Il centro geografico del paese è quello che permette a questo paese di operare”, dice Robert Schafer, cinquantaseienne proprietario di quinta generazione del negozio Schafer Leather, che vende abbigliamento e stivali in stile “wild west” nel piccolo centro storico di Marietta, Ohio – cittadina che fu, nel 1788, il primo insediamento nel Territorio del NordOvest. “Se non fosse per i colletti blu che producono le cose di cui i colletti bianchi hanno bisogno, questi ultimi non potrebbero mantenere lo stile di vita desiderato”.
Come Obama con Clinton nel 2008, Romney si sta battendo soprattutto con Santorum per i voti dei lavoratori bianchi, e sta perdendo. In Ohio, come in tutti gli stati che lo hanno preceduto in queste primarie repubblicane, l’ex governatore del Massachusetts ha fatto fatica con gli elettori che guadagnano meno di centomila dollari l’anno e con gli elettori che non sono mai andati all’università.
Quelli che scelgono comunque di sostenerlo, lo fanno perché sono convinti che, alla fine dei conti, Romney abbia maggiori probabilità di battere in novembre il Presidente Obama rispetto ai suoi rivali repubblicani,. Questo almeno è quello che pensa Robert Schafer di Marietta. “A livello personale, preferisco Santorum” dice, ma vota Romney per via della questione dell’eleggibilità.
Si pensa infatti, da queste parti, che il candidato ideale di estrazione lavoratrice non può comunque emergere. “I comuni mortali non hanno i soldi per candidarsi alla presidenza”, dice Patrick Gonzales, lo chef cinquantenne del Wild Horse Cafè di Pomeroy, uno dei pochissimi residenti ispanici in paese e un democratico che dice di preferire Ron Paul a Obama.
Dovendo scegliere tra candidati con cui non si identificano, gli elettori della classe media faticano a prendere una decisione. E le primarie si allungano.
Le fotografie piu’ belle
Washington D.C. – Consiglio vivamente a tutti i lettori di visitare questo link. Potete trovarvi alcune delle piu’ belle foto della cerimonia di insediamento del Presidente Barack Obama, scattate a Washington, ma anche nel resto d’America e del mondo.
Il Presidente Obama
Washington D.C. – E infine ce l’ha fatta. In una giornata di sole, ma dal freddo pungente, Barack Obama e’ diventato oggi ufficialmente il 44imo presidente degli Stati Uniti, davanti a una folla entusiasta calcolata tra il milione e i due milioni di persone.
Americani di ogni origine e provenienza hanno letteralmente sopportato ogni genere di privazione, e una organizzazione che ha decisamente lasciato a desiderare, per essere presenti sul National Mall nel momento in cui Barack Hussein Obama giurava sulla Bibbia di Lincoln la propria fedelta’ alla nazione.
Gia’ la prima metropolitana della mattina, con partenza alle 4, era stracolma di gente, mentre migliaia di altri pellegrini riempivano le strade di Washington ben prima del sorgere del sole. Con temperature decisamente sotto zero, e un vento malvagio, i molti maglioni infilati uno sopra all’altro e i molteplici calzetti, non sembravano riscaldare nessuno. In una ripetizione del concerto di domenica al Lincoln Memorial, la completa mancanza di segnaletica stradale che indicasse alla gente dove dovesse incanalarsi a seconda dei vari tipi di biglietti ricevuti ha portato molti a lunghe attese invano nelle file sbagliate. Non c’era praticamente nessun luogo in cui si potesse acquistare una bottiglietta d’acqua o un pezzo di pane, e, per grandi tratti del National Mall, non si si trovava un gabinetto chimico nemmeno a pagarlo. Piu’ di una persona e’ svenuta per ipotermia e malori vari e ha dovuto lasciare l’evento prima della conclusione, dopo aver perdurato una lunghissima attesa.
Eppure, nonostante le difficolta’, un pubblico gioioso di giovani e vecchi, donne e uomini, dai mille colori e dalle mille fedi religiose, non ha smesso per un attimo di godere dell’opportunita’ di partecipare in prima persona a questo pezzo importante di storia americana. E alla conclusione del discorso del nuovo Presidente Obama, tutti all’unisono hanno riconosciuto che ne era valsa la pena, della alzataccia mattutina, dei piedi doloranti, delle dita congelate, e delle lunghe code.
Va sottolineato che il pubblico si e’ comportato in maniera davvero esemplare. L’atmosfera di ottimismo, energia e collaborazione che ha regnato per tutto il corso della giornata, un’atmosfera in cui pochi provavano a saltare la fila e in cui tutti hanno atteso con pazienza e gentilezza che ogni momento della giornata arrivasse a compimento, ha permesso a questa cerimonia di diventare davvero una grande festa.
E Obama ha ringraziato con classe, con un discorso di poca retorica e molta sostanza, sobrio per via delle circostanze in cui la sua presidenza comincia – tra la crisi ecomica e le guerre in Iraq e Afghanistan – e volto a invitare tutti i milioni di cittadini presenti a rendere servizio alla nazione e a impegnarsi per il bene comune con un rinnovato entusiasmo. Barack Obama, accompagnato dalla moglie Michelle e dalle figlie Malia e Sasha, ha anche ringraziato la folla in delirio percorrendo a piedi alcuni tratti della parata che lo ha portato dal Campidoglio alla Casa Bianca, e lasciandosi andare a sorrisi che parevano di sincera emozione, ma anche di vera soddisfazione.
Questa sera i grandi gala e domani l’Amministrazione Obama si mette davvero al lavoro. George W. Bush e’ gia’ in Texas, partito in elicottero durante la mattinata e salutato dai fischi del pubblico. Intanto il nuovo sito della Casa Bianca e’ gia’ online (www.whitehouse.gov) con un aspetto nuovo e ringiovanito e il primo blog della storia presidenziale.
Weekend Obama

La folla assiepata sul National Mall
Washington D.C. – Sono cominciati durante il weekend i festeggiamenti per l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. La quattro giorni festiva ha travolto la capitale federale americana gia’ da venerdi’ sera, quando le strade di Washington si sono riempite di gente, molti residenti e migliaia di visitatori, che hanno preso d’assalto ristortanti, bar e i tanti gala organizzati in onore del 44imo presidente degli Stati Uniti.
Solo 10 di questi gala sono considerati ufficiali e si terranno tutti contemporaneamente martedi’ sera per un ristretto gruppo di ospiti di eccellenza. Obama e la moglie Michelle sono attesi a tutti e dieci e potrebbe capitargli quello che accadde nel 1992 a Bill Clinton, quando assieme a Hillary, dovette ballare la stessa canzone ad ognuna delle feste a cui era stato invitato.
Altre feste di gala non ufficiali, pero’, si sono tenute in giro per la citta’ proprio a partire da venerdi’ sera, ad esempio quelle organizzate dal Huffington Post, da The New Republic, da DC for Obama, dal magazine afro-americano The Root, da alcune delle organizzazioni che rappresentato i cinquanta stati dell’unione qui a Washington e, sopratutto, in decine e decine di abitazioni private. Regola d’obbligo per ognuna di queste feste e’ l’abito da sera. Mentre gli uomini piu’ eleganti tirano fuori lo smoking, le donne si sbizzarriscono in una grande varieta’ di abbinamenti, talvolta azzeccati, talvolta eccessivi.
In attesa della cerimonia ufficiale d’insediamento che si terra’ martedi’ mattina, 400.000 spettatori hanno assistito domenica al concerto che ha dato il via al weekend Obama. Palco appoggiato sulla scalinata del Lincoln Memorial, laddove Martin Luther King annuncio’ al mondo “I have a dream”, il neo-eletto presidente, accompagnato dalla moglie e dalle figlie e dal vice Joe Biden con famiglia al seguito, ha seguito le performance di alcuni tra i grandi nomi della musica americana e internazionale — Bruce Springsteen, U2, Garth Brooks, Beyonce’, Mary J. Blige, Stevie Wonder, Usher — che si sono alternati sul marmo del Lincoln Memorial per rendergli omaggio.
Dopo una campagna elettorale che si e’ contraddistinta per una organizzazione perfetta, questo concerto dal titolo We Are One,

Una coppia di giovani fan di Obama
e’ stato in un certo senso deludente. L’enorme quantita’ di gente accorsa ha creato problemi all’entrata del National Mall, con indicazioni e segnaletica del tutto assenti. E il concerto in se’ — in realta’ piu’ che di un concerto, si e’ trattato di un susseguirsi di attori non sempre famosi e di interludi musicali non sempre azzeccati — e’ stato cerimonioso al punto tale da sembrare un tributo funebre piu’ che una celebrazione di gioia e speranza per l’insediamento di un nuovo presidente. In particolare va segnalata la performance di Tom Hanks che ha tenuto il microfono molto a lungo per fare un discorso dalla retorica scontata e, soprattutto, per dimostrare la propria importanza nel mondo di quelli che contano.
L’evento ha finalmente preso quota verso la conclusione, quando il cantante country Garth Brooks ha fatto cantare i 400.000 infreddoliti sulle note di American Pie, uno dei brani piu’ conosciuti della tradizione musicale americana, e quando sono saliti sul palco gli U2 per cantare Pride (in the name of love), canzone da loro scritta ricordando proprio Martin Luther King (di cui oggi, lunedi’ 19 gennaio, si festeggia il compleanno).
Al di la’ dell’aspetto kitsch, We Are One rimane una manifestazione evidente del clamore suscitato dall’elezione di Barack Obama e dell’entusiasmo popolare che questo primo presidente afro-americano sembra riuscire a ispirare. In una delle giornate piu’ fredde dell’anno, mezzo milione di americani provenienti da ogni angolo del paese, cosi’ come tanti stranieri, si sono messi in coda fin dalle prime ore del mattino per assicurarsi un posto nella storia. I ritardatari si sono accontentati con gioia di una zolla di terra a oltre mezzo miglio dal palco. La maggiorparte degli intervenuti hanno seguito l’evento sui grandi schermi installati per tutto il parco, senza vedere assolutamente nulla di quello che capitava al di fuori delle riprese fatte delle telecamere di HBO, network che ha poi ritrasmesso

Cosa non si fa per fare una foto al palco lontanissimo
il concerto in serata.
Fra gli altri ho incontrato Vanessa Cieslak, che fa la bibliotecaria alla Biblioteca del Congresso e ha portato sul Mall gli amici arrivati per l’occasione dal Massachusetts. Vanessa, che potrebbe andare in pensione gia’ da quest’anno, forse decidera’ di rimandare: “Sentendo quello che dice Obama a proposito di servire il proprio paese, comincio a pensare che forse dovrei rimanere a lavorare per il governo piu’ a lungo,” mi ha detto.
C’erano anche Laura Westmen e Margharet Farrell, giovani studentesse alla vicina George Washington University, anch’esse arrivate con il codazzo di ospiti dal Wisconsin, da Buffalo e da Boston. “E’ bellissimo vedere tutta questa gente nuova contenta di partecipare alla vita politica del paese,” ha dichiarato Laura contenta. “C’e’ questo ottimismo nell’aria, e’ davvero l’inizio di una nuova era in America,” le ha fatto eco Margharet.
FOTO ORIGINALI DI VALENTINA PASQUALI
Bruce Springsteen e Pete Seeger chiudono il concerto in onore di Obama con un classico folk americano
Il discorso di Obama al concerto che ha aperto il weekend dell’insediamento
I 400.000 del Lincoln Memorial cantano entusiasti ispirati da Garth Brooks
Gli U2 suonano in onore di Obama e ricordando Martin Luther King
L’improbabile viaggio di Barack Obama
Chicago, Illinois – L’improbabile viaggio del figlio di un uomo dal Kenya e di una donna del Kansas verso la Casa Bianca cominciò all’estremità sud di Chicago alla metà degli anni ottanta. Obama arrivò a Altgeld Garden da New York City per lavorare come attivista in una non-profit che operava nelle zone più disastrate della città. Tra queste case popolari afflitte da percentuali eccezionali di disoccupazione e criminalità, Obama lanciò, fra le altre cose, un programma che aiutava i residenti a trovare un lavoro.
Altgeld Garden consiste di pochi isolati di modeste case unifamiliari e piccoli appartamenti alla periferia sud di Chicago. Un’enclave separata dal resto della città dal lago Calumet verso est, binari ferroviari abbandonati verso nord, e superstrade tutto attorno, Altgeld Garden rimane un luogo che gli estranei non amano visitare e in cui la polizia raramente si avventura. “Saranno trent’anni che non vediamo un taxi da queste parti”, mi ha detto il giorno delle elezioni Derrick White indicando le due autovetture che hanno portato qui alcuni giornalisti curiosi.
Nonostante la disoccupazione in continuo aumento, l’inquinamento chimico causato dalle industrie della zona che minaccia la salute dei residenti, e la chiusura dell’ennesima fabbrica (uno stabilimento della Ford), il 4 novembre l’atmosfera di Algeld Garden era gioiosa. Da un SUV Toyota color rosso scuro parcheggiato a lato della strada uscivano le note di una canzone rap mentre un gruppo di giovani del quartiere si era radunato sul marciapiede a chiacchierare del voto e di come “uno di loro” stava per essere eletto Presidente degli Stati Uniti.
Derrick White, un signore sui quaranta con indosso un paio di jeans e in testa una bandana nera, lavora come custode in una scuola superiore locale. Si ricorda di Obama solamente dai tempi della campagna per il Senato federale del 2004. In maniera forse sorprendente, sono pochi quelli che ricordano gli anni in cui Obama era Senatore nell’Assemblea statale dell’Illinois, e ancor meno della sua carriera ancora precedente. “Ho pensato da subito che si trattasse di un uomo molto intelligente”, ha dichiarato White, “ma non immaginavo che sarebbe arrivato così lontano così in fretta”. White spera che il Presidente Obama rimetta a posto l’economia e che aiuti a guarire le ferite razziali che hanno afflitto questo paese fin dalla sua fondazione: “Non c’è lavoro da queste parti e la gente non si può permettere di andare dal dottore”. La paura di White, ora, è che la storia si ripeta e che il neo-eletto Presidente “venga assassinato”.
Molta gente in questo quartiere condivide la medesima preoccupazione. Ne è assolutamente convinto Michael Johnson: “Guarda non ci sono dubbi, Obama non sopravvive al primo mandato, lo ammazzano”. Johnson lavora come operaio nel settore edile e pensa che la gente di qui abbia bisogno di guardare a un modello di successo che possa offrire ispirazione, proprio come Barack Obama. Soprattutto, i residenti di Altgeld Garden hanno bisogno di lavoro. “La grande industria deve venire qua e assumere i nostri”, mi ha spiegato Johnson indicando le silhouette delle gru all’orizzonte. “Il 99,9% della gente che lavora là non abita in questo quartiere. Dobbiamo assicurarci che i soldi rimangano qui dove ce n’è bisogno”, ha dichiarato Johnson.
Il viaggio di Barack Obama attraverso Chicago – da Altgeld Garden dove cominciò la propria carriera fino a Grant Park dove è stato incoronato martedì notte – riflette in maniera simbolica la sua scalata della scena politica americana. Obama lasciò le case popolari del sud di Chicago nel 1988 per andare a studiare legge a Harvard University. Quando tornò in città l’estate successiva, per un praticantato presso lo studio Sidley & Austin, Obama dovette fare la conoscenza di un secondo quartiere, chiamato South Shore. Qui, infatti, era cresciuta l’allora fidanzata Michelle Robison. Si può quasi dire che Michelle abbia rappresentato la seconda fermata per Obama, che ha ripercorso in pochi anni la traiettoria verso il successo tipicamente seguita dai neri di Chicago generazione dopo generazione. Al contrario di Altgeld Garden infatti, South Shore è un quartiere di lavoratori della classe media, seppur prevalentemente afro-americano. Si trova a nord delle case popolari, più vicino al distretto degli affari e ai negozi eleganti del centro.
Alcuni bei palazzi di mattoni rossi sono allineati sulla settantasettesima e si affacciano su Jackson Park, che di questi tempi è particolarmente suggestivo per via delle foglie dai mille colori che cadono sul prato dai rami degli alberi. Questi isolati di strade tranquille e ben tenute, piacevoli anche se non necessariamente chic, si trovano tra South Stony Island Boulevard, puntellato di benzinai e fast food, e il Lago Michigan. Dal lungolago si possono vedere i grattacieli di Michigan Avenue all’orizzonte.
Doris Wollman abita nelle Senior Suites, un palazzo di appartamenti a South Shore riservato ai cittadini oltre i sessantadue anni di età, il cui affitto è parzialmente pagato dal governo. Senior Suites è stato selezionato come seggio per queste elezioni 2008. Anche Wollman, un’infermiera in pensione che riceve il sussidio per disabili da quanto ha avuto un infarto e un aneurisma, si ricorda di Obama solo dai tempi della campagna per il Senato federale: “Sono rimasta da subito davvero colpita dalla sua energia,” mi ha raccontato spiegando che ha immediatamente capito che Obama era una stella nascente.
“Mi ricordo del giorno in cui Martin Luther King disse ‘Un giorno’. Quando ho visto Obama parlare, ci ho finalmente creduto”, ha detto Wollman. Wollman sostiene di aver votato per Obama e non per Hillary Clinton nelle primarie per via della situazione internazionale: “Visto che tanti paesi al mondo odiavano l’America ho pensato che sarebbero stati ricettivi di una presidente di colore. Soprattutto nel Medio Oriente”.
Uno che si ricorda di Barack Obama da ben prima del 2004 è, invece, Yesse Yehuda.
Yehudah si candidò contro di lui per un posto al Senato dell’Illinois nel 1998 e riuscì a catturare solo il 10% dei voti. Oggi Yehudah è un solitario repubblicano nero tra i tanti democratici che entrano ed escono dal seggio di Senior Suites. Non ha voluto dichiarare per quale candidato abbia votato quest’anno, nonostante abbia reiterato la propria appartenenza al Partito Repubblicano. “Penso Obama sia un politico di qualità. Siamo a un punto talmente basso della storia degli Stati Uniti che mi è sembrato quasi che il paese avesse bisogno di Obama”, ha detto Yehudah. A quanto racconta, si sente più vicino ai repubblicani perché ne condivide i valori in fatto di politica fiscale e di famiglia. Yehudah si dice inoltre convinto che la comunità nera abbia bisogno come il resto del paese di un sistema bipartitico: “Non fa bene a nessuno che tutti i neri siano democratici”.
Allo stesso tempo, Yehudah ha ammesso di non essere particolarmente contento della direzione presa dai repubblicani. Non gli piace che si lascino ritrarre come “il partito dei bianchi e ostile alle minoranze”.
L’ultima fermata di Barack Obama sul lungolago di Chicago è stata Hyde Park, un quartiere decisamente benestante che si trova attorno al campus dell’Università’ di Chicago, dove Obama ha insegnato legge per molti anni. Giovani professionisti di colore abitano qui e lavorano all’Università o negli uffici del centro, che è subito a nord. Condomini eleganti si ergono su ampi viali residenziali con la vista sul Lago Michigan. Graziose villette unifamiliari si affacciano sui campi da gioco delle scuole pubbliche del quartiere. Barack e Michelle hanno votato qui questa mattina, alle elementari Shoesmith.
Ramona Storall aspetta, nel giardino fuori la palazzina scolastica, il marito che sta ancora votando. Una poliziotta quarantaduenne in attesa del terzo figlio, ha appena finito di votare per Obama. “Dal momento in cui lo sentimmo parlare in televisione, tanti anni fa, sapevamo che sarebbe diventato Presidente. Già allora scherzavamo su Obama ‘08”. Storall spera che il Presidente Obama possa fare qualcosa per l’economia. Il prezzo della benzina in crescita ha rappresentato, fin qui, la difficoltà più grossa per la famiglia Storall. Con i genitori che vivono in un sobborgo lontano dalla città, la coppia ha dovuto limitare il numero di visite: “Abbiamo anche smesso di usare la nostra seconda macchina”, mi ha spiegato Ramona.
Mentre gli Storall tornano verso casa, un lavoratore del seggio se ne va per una breve pausa pranzo. Sandra Young ha distribuito schede agli elettori per tutta la mattina. Quanto a lei, ha usufruito del nuovo sistema di voto anticipato. Young ha lavorato con il Obama nel 1993-1994 su un progetto di recupero urbano. L’allora avvocato Barack addestrava i dipendenti di una piccola non-profit, tra cui Young, a aiutare le famiglie povere di Chicago a rinunciare ai sussidi di disoccupazione per cercare lavoro. “Spero che, da Presidente, mantenga le promesse. So che le cose non si possono cambiare in una notte, ma la nostra gente ha bisogno di lavoro”, ha concluso Sandra.
È stato infine Grant Park a segnare l’apice dell’ascesa politica di Obama. Martedì notte, sullo sfondo dei bei palazzi del centro illuminati a festa, il neo-eletto Presidente degli Stati Uniti ha richiamato una folla adorante di oltre 200.000 persone. Bianchi e neri, ricchi e poveri, giovani e vecchi, si sono ritrovati qui per celebrare la sua vittoria nelle elezioni 2008. “Questo è davvero un bel momento; non mi sono mai sentito così orgoglioso di essere americano”, ha urlato Ray Krouze, avvocato trentacinquenne. “Mi sento in maniera fantastica; tutto questo è meraviglioso per gli Stati Uniti e per il mondo intero”, ha fatto seguito Sharon Davis, un’insegnante cinquantaduenne.
Mentre Chicago festeggiava a Grant Park una nazione intera faceva il tifo davanti agli schermi televisivi, nei saloni degli alberghi e per le strade. Per un uomo con un secondo nome come Hussein che è cresciuto tra l’Indonesia e le Hawaii, questa è la conclusione di un viaggio alquanto improbabile. “Per la generazione dei baby boomers che ha vissuto gli anni sessanta questa elezione è la più emozionante da oltre quarant’anni,” mi ha detto Evan Brandstadter, un Professore di Storia Americana in pensione che ha insegnato a lungo a Cornell University a New York. Nonostante questo, Brandstadter è preoccupato che le attese nei confronti di Obama siano talmente alte che sarà fin troppo facile deluderle. La metafora che usa per illustrare questa paura è tratta dal film del 1967 Il Laureato. Se ricordate, il film si conclude quando Ben Braddock (Dustin Hoffman) riesce a strappare l’amore Elaine Robinson (Katharine Ross) dall’altare dove si sta per sposare con un altro uomo. I due scappano dai parenti infuriati e salgono su un pullman. “Ecco, in quel momento, dopo che tutto l’entusiasmo e l’eccitazione dell’avventura sono finiti”, ha spiegato Brandstadter paragonando gli innamorati a Barack Obama e la folla di sostenitori, “Ben e Elaine si guardano negli occhi con un certo stupore come a dirsi: e adesso?”
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica







