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Archive for the ‘Obama vs. McCain’ Category

L’improbabile viaggio di Barack Obama

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Chicago, Illinois – L’improbabile viaggio del figlio di un uomo dal Kenya e di una donna del Kansas verso la Casa Bianca cominciò all’estremità sud di Chicago alla metà degli anni ottanta. Obama arrivò a Altgeld Garden da New York City per lavorare come attivista in una non-profit che operava nelle zone più disastrate della città. Tra queste case popolari afflitte da percentuali eccezionali di disoccupazione e criminalità, Obama lanciò, fra le altre cose, un programma che aiutava i residenti a trovare un lavoro.

Altgeld Garden consiste di pochi isolati di modeste case unifamiliari e piccoli appartamenti alla periferia sud di Chicago. Un’enclave separata dal resto della città dal lago Calumet verso est, binari ferroviari abbandonati verso nord, e superstrade tutto attorno, Altgeld Garden rimane un luogo che gli estranei non amano visitare e in cui la polizia raramente si avventura. “Saranno trent’anni che non vediamo un taxi da queste parti”, mi ha detto il giorno delle elezioni Derrick White indicando le due autovetture che hanno portato qui alcuni giornalisti curiosi.

Nonostante la disoccupazione in continuo aumento, l’inquinamento chimico causato dalle industrie della zona che minaccia la salute dei residenti, e la chiusura dell’ennesima fabbrica (uno stabilimento della Ford), il 4 novembre l’atmosfera di Algeld Garden era gioiosa. Da un SUV Toyota color rosso scuro parcheggiato a lato della strada uscivano le note di una canzone rap mentre un gruppo di giovani del quartiere si era radunato sul marciapiede a chiacchierare del voto e di come “uno di loro” stava per essere eletto Presidente degli Stati Uniti.

Derrick White, un signore sui quaranta con indosso un paio di jeans e in testa una bandana nera, lavora come custode in una scuola superiore locale. Si ricorda di Obama solamente dai tempi della campagna per il Senato federale del 2004. In maniera forse sorprendente, sono pochi quelli che ricordano gli anni in cui Obama era Senatore nell’Assemblea statale dell’Illinois, e ancor meno della sua carriera ancora precedente. “Ho pensato da subito che si trattasse di un uomo molto intelligente”, ha dichiarato White, “ma non immaginavo che sarebbe arrivato così lontano così in fretta”. White spera che il Presidente Obama rimetta a posto l’economia e che aiuti a guarire le ferite razziali che hanno afflitto questo paese fin dalla sua fondazione: “Non c’è lavoro da queste parti e la gente non si può permettere di andare dal dottore”. La paura di White, ora, è che la storia si ripeta e che il neo-eletto Presidente  “venga assassinato”.

Molta gente in questo quartiere condivide la medesima preoccupazione. Ne è assolutamente convinto Michael Johnson: “Guarda non ci sono dubbi, Obama non sopravvive al primo mandato, lo ammazzano”. Johnson  lavora come operaio nel settore edile e pensa che la gente di qui abbia bisogno di guardare a un modello di successo che possa offrire ispirazione, proprio come Barack Obama. Soprattutto, i residenti di Altgeld Garden hanno bisogno di lavoro. “La grande industria deve venire qua e assumere i nostri”, mi ha spiegato Johnson indicando le silhouette delle gru all’orizzonte. “Il 99,9% della gente che lavora là non abita in questo quartiere. Dobbiamo assicurarci che i soldi rimangano qui dove ce n’è bisogno”, ha dichiarato Johnson.

Il viaggio di Barack Obama attraverso Chicago – da Altgeld Garden dove cominciò la propria carriera fino a Grant Park dove è stato incoronato martedì notte – riflette in maniera simbolica la sua scalata della scena politica americana. Obama lasciò le case popolari del sud di Chicago nel 1988 per andare a studiare legge a Harvard University. Quando tornò in città l’estate successiva, per un praticantato presso lo studio Sidley & Austin, Obama dovette fare la conoscenza di un secondo quartiere, chiamato South Shore. Qui, infatti, era cresciuta l’allora fidanzata Michelle Robison. Si può quasi dire che Michelle abbia rappresentato la seconda fermata per Obama, che ha ripercorso in pochi anni la traiettoria verso il successo tipicamente seguita dai neri di Chicago generazione dopo generazione. Al contrario di Altgeld Garden infatti, South Shore è un quartiere di lavoratori della classe media, seppur prevalentemente afro-americano. Si trova a nord delle case popolari,  più vicino al distretto degli affari e ai negozi eleganti del centro.

Alcuni bei palazzi di mattoni rossi sono allineati sulla settantasettesima e si affacciano su Jackson Park, che di questi tempi è particolarmente suggestivo per via delle foglie dai mille colori che cadono sul prato dai rami degli alberi. Questi isolati di strade tranquille e ben tenute, piacevoli anche se non necessariamente chic, si trovano tra South Stony Island Boulevard, puntellato di benzinai e fast food, e il Lago Michigan. Dal lungolago si possono vedere i grattacieli di Michigan Avenue all’orizzonte.

Doris Wollman abita nelle Senior Suites, un palazzo di appartamenti a South Shore riservato ai cittadini oltre i sessantadue anni di età, il cui affitto è  parzialmente pagato dal governo. Senior Suites è stato selezionato come seggio per queste elezioni 2008. Anche Wollman, un’infermiera in pensione che riceve il sussidio per disabili da quanto ha avuto un infarto e un aneurisma, si ricorda di Obama solo dai tempi della campagna per il Senato federale: “Sono rimasta da subito davvero colpita dalla sua energia,” mi ha raccontato spiegando che ha immediatamente capito che Obama era una stella nascente.

“Mi ricordo del giorno in cui Martin Luther King disse ‘Un giorno’. Quando ho visto Obama parlare, ci ho finalmente creduto”, ha detto Wollman. Wollman sostiene di aver votato per Obama e non per Hillary Clinton nelle primarie per via della situazione internazionale: “Visto che tanti paesi al mondo odiavano l’America ho pensato che sarebbero stati ricettivi di una presidente di colore. Soprattutto nel Medio Oriente”.
Uno che si ricorda di Barack Obama da ben prima del 2004 è, invece, Yesse Yehuda.

Yehudah si candidò contro di lui per un posto al Senato dell’Illinois nel 1998 e riuscì a catturare solo il 10% dei voti. Oggi Yehudah è un solitario repubblicano nero tra i tanti democratici che entrano ed escono dal seggio di Senior Suites. Non ha voluto dichiarare per quale candidato abbia votato quest’anno, nonostante abbia reiterato la propria appartenenza al Partito Repubblicano. “Penso Obama sia un politico di qualità. Siamo a un punto talmente basso della storia degli Stati Uniti che mi è sembrato quasi che il paese avesse bisogno di Obama”, ha detto Yehudah. A quanto racconta, si sente più vicino ai repubblicani perché ne condivide i valori in fatto di politica fiscale e di famiglia. Yehudah si dice inoltre convinto che la comunità nera abbia bisogno come il resto del paese di un sistema bipartitico: “Non fa bene a nessuno che tutti i neri siano democratici”.
Allo stesso tempo, Yehudah ha ammesso di non essere particolarmente contento della direzione presa dai repubblicani. Non gli piace che si lascino ritrarre come “il partito dei bianchi e ostile alle minoranze”.

L’ultima fermata di Barack Obama sul lungolago di Chicago è stata Hyde Park, un quartiere decisamente benestante che si trova attorno al campus dell’Università’ di Chicago, dove Obama ha insegnato legge per molti anni. Giovani professionisti di colore abitano qui e lavorano all’Università o negli uffici del centro, che è subito a nord. Condomini eleganti si ergono su ampi viali residenziali con la vista sul Lago Michigan. Graziose villette unifamiliari si affacciano sui campi da gioco delle scuole pubbliche del quartiere. Barack e Michelle hanno votato qui questa mattina, alle elementari Shoesmith.
Ramona Storall aspetta, nel giardino fuori la palazzina scolastica, il marito che sta ancora votando. Una poliziotta quarantaduenne in attesa del terzo figlio, ha appena finito di votare per Obama.  “Dal momento in cui lo sentimmo parlare in televisione, tanti anni fa, sapevamo che sarebbe diventato Presidente. Già allora scherzavamo su Obama ‘08”. Storall spera che il Presidente Obama possa fare qualcosa per l’economia. Il prezzo della benzina in crescita ha rappresentato, fin qui, la difficoltà più grossa per la famiglia Storall. Con i genitori che vivono in un sobborgo lontano dalla città, la coppia ha dovuto limitare il numero di visite: “Abbiamo anche smesso di usare la nostra seconda macchina”, mi ha spiegato Ramona.

Mentre gli Storall tornano verso casa, un lavoratore del seggio se ne va per una breve pausa pranzo. Sandra Young ha distribuito schede agli elettori per tutta la mattina. Quanto a lei, ha usufruito del nuovo sistema di voto anticipato. Young ha lavorato con il Obama nel 1993-1994 su un progetto di recupero urbano. L’allora avvocato Barack addestrava i dipendenti di una piccola non-profit, tra cui Young, a aiutare le famiglie povere di Chicago a rinunciare ai sussidi di disoccupazione per cercare lavoro. “Spero che, da Presidente, mantenga le promesse. So che le cose non si possono cambiare in una notte, ma la nostra gente ha bisogno di lavoro”, ha concluso Sandra.

È stato infine Grant Park a segnare l’apice dell’ascesa politica di Obama. Martedì notte, sullo sfondo dei bei palazzi del centro illuminati a festa, il neo-eletto Presidente degli Stati Uniti ha richiamato una folla adorante di oltre 200.000 persone. Bianchi e neri, ricchi e poveri, giovani e vecchi, si sono ritrovati qui per celebrare la sua vittoria nelle elezioni 2008. “Questo è davvero un bel momento; non mi sono mai sentito così orgoglioso di essere americano”, ha urlato Ray Krouze, avvocato trentacinquenne. “Mi sento in maniera fantastica; tutto questo è meraviglioso per gli Stati Uniti e per il mondo intero”, ha fatto seguito Sharon Davis, un’insegnante cinquantaduenne.

Mentre Chicago festeggiava a Grant Park una nazione intera faceva il tifo davanti agli schermi televisivi, nei saloni degli alberghi e per le strade. Per un uomo con un secondo nome come Hussein che è cresciuto tra l’Indonesia e le Hawaii, questa è la conclusione di un viaggio alquanto improbabile. “Per la generazione dei baby boomers che ha vissuto gli anni sessanta questa elezione è la più emozionante da oltre quarant’anni,” mi ha detto Evan Brandstadter, un Professore di Storia Americana in pensione che ha insegnato a lungo a Cornell University a New York. Nonostante questo, Brandstadter è preoccupato che le attese nei confronti di Obama siano talmente alte che sarà fin troppo facile deluderle. La metafora che usa per illustrare questa paura è tratta dal film del 1967 Il Laureato. Se ricordate, il film si conclude quando Ben Braddock (Dustin Hoffman) riesce a strappare l’amore Elaine Robinson (Katharine Ross) dall’altare dove si sta per sposare con un altro uomo. I due scappano dai parenti infuriati e salgono su un pullman. “Ecco, in quel momento, dopo che tutto l’entusiasmo e l’eccitazione dell’avventura sono finiti”, ha spiegato Brandstadter paragonando gli innamorati a Barack Obama e la folla di sostenitori, “Ben e Elaine si guardano negli occhi con un certo stupore come a dirsi: e adesso?”

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 7, 2008 alle 7:13 pm

L’Indiana il primo stato a chiudere i seggi

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Chicago, IL: I primi seggi chiudono alle 18:00 in Indiana (1 del mattino in Italia). Stato tradizionalmente repubblicano, Obama sta cercando di conquistarlo. Che le prime buone notizie per il candidato democratico alla Presidenza arrivino gia’ allora?

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 4, 2008 alle 1:33 pm

Pubblicato in Obama vs. McCain

La mappa dei voti elettorali secondo gli ultimi sondaggi

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Se volete provare a giocare con le vostre previsioni, tentate con CNN qui e con il New York Times qui. Potete colorare gli stati di blu e rosso e vedere quali combinazioni sono possibili.

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 4, 2008 alle 2:59 am

Pubblicato in Obama vs. McCain

Tenete d’occhio gli orologi

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Chicago, IL — Molti degli stati che potrebbero decidere le elezioni americane si trovano sulla costa est del paese. In questi stati i seggi chiuderanno domani tra le 19 e le 19:30. I risultati dovrebbero cominciare ad arrivare subito dopo. Nove di questi stati sono assolutamente necessari a una vittoria repubblicana e, nel 2004, furono una delle chiavi della vittoria di Bush. Si tratta di Georgia, Indiana, Kentucky, South Carolina, Virginia, Ohio, North Carolina e West Virginia, che contano un totale di 95 voti elettorali. Se McCain non si comporta estremamente bene in questi stati, le speranze di vittoria di Obama aumentano esponenzialmente. Quindi occhio agli orologi, un risultato che tarda a arrivare potrebbe significare una vittoria di Obama.
Nel frattempo tenete d’occhio i risultati di Vigo County in Indiana, che dal 1960 non solo sceglie sempre il nome del vincitore, ma lo fa anche in percentuali estremamente simili a quelle nazionali. Guardate a Loudon e Prince William County nella Virginia settentrionale. Praticamente sobborghi di Washington DC, queste due contee continuano a ingrandirsi e diventano sempre piu’ decisive nel determinare la direzione presa dallo stato. E guardate Osceola County in Florida, che nel 2004 ando’ a Bush, ma la cui popolazione, e in particolare di immigrati tendenzialmente democratici, e’ aumentata talmente che si prevede cambiera’ colore quest’anno.
Cliccate qui per settare questo servizio di CNN che vi permette di ricevere informazioni dettagliate sulle 35 competizioni elettorali che vi stanno piu’ a cuore.

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 4, 2008 alle 2:48 am

Pubblicato in Obama vs. McCain

Una previsione di voto

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Chicago, IL — Eccovi la previsione del risultato elettorale stato per stato proposta da Ken Rudin, capo della redazione politica di National Public Radio. Barack Obama conquista Virginia, Colorado, New Mexico, Nevada, Iowa. John McCain si tiene la Florida e l’Ohio. Tra parentesi i voti elettorali. Leggete e poi fate la vostra di schedina…

Obama (291): California (55), Colorado (9), Connecticut (7), Delaware (3), District of Columbia (3), Hawaii (4), Illinois (21), Iowa (7), Maine (4), Maryland (10), Massachusetts (12), Michigan (17), Minnesota (10), Nevada (5), New Hampshire (4), New Jersey (15), New Mexico (5), New York (31), Oregon (7), Pennsylvania (21), Rhode Island (4), Vermont (3), Virginia (13), Washington (11), Wisconsin (10)

McCain (247): Alabama (9), Alaska (3), Arizona (10), Arkansas (6), Florida (27), Georgia (15), Idaho (4), Indiana (11), Kansas (6), Kentucky (8), Louisiana (9), Mississippi (6), Missouri (11), Montana (3), Nebraska (5), North Carolina (15), North Dakota (3), Ohio (20), Oklahoma (7), South Carolina (8), South Dakota (3), Tennessee (11), Texas (34), Utah (5), West Virginia (5), Wyoming (3)

STATI CHE CAMBIEREBBERO RISULTATO DAL 2004:
Da Democratico a Repubblicano — Nessuno
Da Repubblicano a Democratico — Colorado, Iowa, Nevada, New Mexico, Virginia

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 4, 2008 alle 1:39 am

Pubblicato in Obama vs. McCain

Il rush finale

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Washington D.C. – Dopo oltre un anno di attesa siamo arrivati cosi’ alla vigilia del voto americano. L’ultimo sondaggio pubblicato dal Pew Research Center vede John McCain in leggera rimonta. Mentre la settimana scorsa il Senatore dell’Arizona era quindici punti percentuali dietro Barack Obama, la differenza sarebbe scesa nel weekend al 7%. Il rilevamento statistico ha a che vedere con le preferenze dell’elettorato a livello nazionale e non necessariamente si tradurrebbe in un cambiamento parallelo nella distribuzione dei voti elettorali, che sono quelli che decidono le elezioni.
Tutti gli altri segnali continuano a puntare nella direzione di una vittoria democratica.
Seguendo una strategia diversa da quella che George W. Bush e John Kerry scelsero nel 2004, sia John McCain che Barack Obama stanno passando le ultime ore prima del voto in raduni organizzati in quegli stati che i rispettivi partiti persero nelle ultime elezioni. McCain cerca di convincere la Pennsylvania e Obama non molla l’assedio alla Virginia.
Nel frattempo, e per tutto il paese, i volontari delle due campagne elettorali hanno passato questo ultimo weekend a bussare sulle porte d’America per ricordare a tutti di andare a votare martedi’ e di votare per il candidato giusto.
Le caselle di posta elettronica si riempono dei continui appelli fatti da parte dei team elettorali a nome di Obama e McCain, Joe Biden e Sarah Palin, e dei loro vari sostenitori celebri — dai Clinton a Al Gore a Joe the Plumber –, appelli che supplicano i cittadini americani a abbandonare le proprie attivita’ del fine settimana per dedicarsi anche loro al volontariato e per strappargli qualche contributo monetario dell’ultimo minuto.
Intanto osservatori e esperti scommetono sull’orario in cui il risultato del voto sara’ ufficiale martedi’ notte. Molti degli stati chiave sono compresi nel fusorario della costa est. Pennsylvania, Virginia, North Carolina, Florida e Ohio. E’ quindi probabile che si abbia un’indicazione piuttosto chiara di come stanno le cose gia’ verso le 21:30-22:00 (in Italia le 3:30-4:00 del mattino). A meno che, nel caso di un pareggio in questi stati, la corsa alla Casa Bianca non finisca per essere decisa dall’Ovest, da Colorado, New Mexico e Nevada. Nel qual caso bisognera’ attendere qualche ora in piu’. E, naturalmente, a meno che in Florida e in Ohio il conteggio dei voti sia cosi’ incerto da richiedere l’intervento degli avvocati e delle corti di giustizia.
Domani tutti e quattro i candidati presidenziali, Obama/Biden e McCain/Palin, concludono il proprio tour de force e rientrano alla base per votare nella propria circoscrizione. McCain andra’ in serata a Prescott, in Arizona, e Obama a Chicago. Dopo una fermata a Wasilla, in Alaska, Palin raggiungera’ McCain e Biden dal Delaware andra’ anche lui in Illinois. E gli avvocati prenderanno posizione in Florida, Ohio, Virginia, Pennsylvania e North Carolina.
Io seguo il duo democratico e vado a Chicago dove assistero’ a un bagno di folla e trionfo Obama o a una serata di disperazione di massa.

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 3, 2008 alle 1:23 am

Pubblicato in Obama vs. McCain

Lo sprint finale

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Washington D.C. – A soli cinque giorni dal voto americano, il candidato democratico alla Casa Bianca Barack Obama si trova in una posizione quasi paradossale. Da un lato, dati i sondaggi più recenti e una serie di considerazioni elementari, quali lo scontento della popolazione verso la presidenza repubblicana di George W. Bush e la crisi economica, Obama può davvero avere l’opportunità di inaugurare un nuovo capitolo della storia statunitense. Il Senatore dell’Illinois potrebbe, infatti, diventare il primo presidente da molti anni a questa parte a vincere la competizione elettorale in maniera netta, non solo rimanendo aggrappato disperatamente agli stati tradizionalmente democratici e cercando di strappare i soliti Ohio e Florida ai repubblicani, ma riprendendosi anche posti come la Virginia, la Carolina del Nord, il Colorado e il New Mexico, alcuni tra i quali sfuggono al Partito Democratico dai tempi di Jimmy Carter. Allo stesso tempo, e qui sta il paradosso, Barack Obama potrebbe ancora perdere la gara contro John McCain, se l’ambizioso progetto di competere in tutti e cinquanta stati dovesse fallire sul traguardo, se quegli stati che sono repubblicani da quasi mezzo secolo finissero per rimanere tali, e se i soliti Ohio e Florida tornassero a destra ancora una volta, magari per una manciata di voti dei vari idraulici Joe.

La maggior parte dei sondaggi delle ultime settimane punta nella direzione di una vittoria di Obama. I più interessanti sono quelli condotti negli stati ancora indecisi. L’ultimo in ordine cronologico, condotto in Colorado da CNN e pubblicato mercoledì, mostra il candidato democratico avanti di otto punti percentuali sul rivale repubblicano John McCain, con il 53% delle preferenze degli intervistati contro il 45%. Il vantaggio di Obama sarebbe raddoppiato nelle ultime due settimane, almeno stando ai dati raccolti dal network americano. Mercoledì mattina, altri due rilevamenti statistici condotti dal Los Angeles Times mostravano Obama in vantaggio di nove punti percentuali in Ohio (49% a 40%) e sette in Florida (50% a 43%). Lunedì, il Washington Post dava Obama in testa di otto punti persino in Virginia (52% a 44%) che non vota per un candidato democratico alla Presidenza dal 1968. A livello nazionale, il sito web Real Clear Politics, che compila la media di tutti i sondaggi, mette Obama in testa del 6,1%, con il 49,8% delle preferenze sul 43,7% di McCain.

Se queste previsioni, tutte oltre il tipico margine d’errore di tre punti percentuali, dovessero avverarsi, e se contemporaneamente il trionfo democratico al Congresso si materializzasse, il Presidente Obama godrebbe di un mandato popolare e di una influenza politica molto più ampi di quelli dei predecessori, garantendosi mano libera per lanciare il proprio programma di riforma.

È però ancora presto perché i democratici possano davvero cantare vittoria. Nonostante il vantaggio nei sondaggi alcuni elementi di questa competizione elettorale suggeriscono maggiore cautela di quanto non sia necessaria normalmente. Innanzitutto bisogna considerare il cosiddetto Effetto Bradley (da Tom Bradley, candidato afro-americano a Governatore della California nel 1982 che perse l’elezione nonostante fosse davanti nei sondaggi), ovvero il sospetto che quegli elettori che non voteranno per Obama per via del colore della sua pelle siano reticenti ad ammetterlo a un sondaggista. Questo significa, in sostanza, che la performance di McCain sarebbe sottostimata in questo momento.

In secondo luogo, va ricordato che parte della strategia di Obama si fonda su una partecipazione al voto straordinaria dei neri americani e dei giovani, due gruppi demografici il cui comportamento elettorale è sempre stato di difficile lettura, poco costante e poco prevedibile. Inoltre alcuni sondaggi, seppur minoritari, danno ancora qualche speranza ai repubblicani. Rasmussen ha pubblicato i risultati del suo ultimo rilevamento statistico in Pennsylvania, uno stato tendenzialmente democratico ma che i repubblicani sperano di vincere quest’anno grazie alla forte presenza della classe di lavoratori bianchi che non ama Obama. A quanto pare, nonostante il Senatore dell’Illinois rimanga davanti con il 53% delle preferenze contro il 46% di McCain, il candidato repubblicano avrebbe recuperato sei punti percentuali dal 6 ottobre, data del sondaggio precedente. Vi sono infine i rilevamenti interni alla campagna di McCain, i cui dettagli non sono resi pubblici. Il Governatore della Florida Charlie Christ ha dichiarato mercoledì che le più recenti indicazioni sono incoraggianti per il Senatore dell’Arizona, che sarebbe in testa in Florida del 3-4%. Martedì, invece, il sondaggista ufficiale della campagna repubblicana Bill McInturf ha pubblicato un rapporto che sostiene che, al contrario di quello che emerge dai sondaggi mainstream, McCain sarebbe pari, se non addirittura in vantaggio, in tutti gli stati indecisi.

Martedì prossimo, giorno del voto e conclusione di una campagna elettorale iniziata per alcuni oltre un anno fa, Barack Obama sarà a Chicago, Illinois, mentre John McCain seguirà i risultati da Phoenix, Arizona. Entrambi i partiti stanno organizzando gli ultimi dettagli dei victory party, feste celebrative della vittoria o raduni sconsolati degli sconfitti che si terranno in giro per tutto il paese. Quando anche l’ultima scheda sarà stata contata – sia che questo avvenga già nella notte del 4 sia che accada in un’aula di tribunale settimane dopo — solo uno fra i due contendenti potrà davvero cantar vittoria. Ad oggi Obama rimane il favorito, non solo per quello che dicono i sondaggi, ma anche perché si vota dopo otto anni di vituperata Amministrazione Bush e nel pieno di una crisi economica di proporzioni inquietanti. D’altro canto, non ci sono dubbi sul fatto che Obama è un politico giovane, con poca esperienza e con una storia personale unica, internazionale e cosmopolita, diversa da quella dell’americano medio. E non ci sono nemmeno dubbi che si tratti del primo vero candidato alla Presidenza a non essere di pelle bianca. Bisognerà quindi rimanere sintonizzati sulle frequenze a stelle e strisce ancora qualche giorno e aspettare con cautela di capire se questo paese è davvero pronto a tanta novità.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 31, 2008 alle 9:19 pm

McCain non sa più che pesci pigliare

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Washington D.C. – L’ultimo attacco portato dalla campagna di John McCain a Barack Obama riguarda l’amicizia tra il candidato democratico alla Casa Bianca e Rashid Khalidi, un professore della Columbia University. Khalidi, nato negli Stati Uniti, laureato a Yale, e a lungo professore all’Università di Chicago — dove fece amicizia con Obama e la moglie Michelle — fu consulente dell’Autorità Palestinese durante i negoziati di pace sponsorizzati dall’Amministrazione Bush ed è noto per affermazioni talvolta controverse sullo stato del conflitto israelo-palestinese.
Questo è stato sufficiente ai repubblicani per lanciare un’altra ondata di attacchi contro Obama, nel tentativo di presentarlo come un estremista che ama circondarsi di personalità con idee pericolose.
Fin qui la strategia non ha dato alcun risultato tangibile e McCain continua a scivolare nei sondaggi. Da un lato, tutti riconoscono che molte delle accuse portate contro Obama sono infondate, risibili, e a tratti razziste. In particolare nel caso del Professor Khalidi, la sua autorità accademica indiscutibile e nessuno capisce dove possa essere il problema.
Inoltre, invece che concentrarsi su un messaggio specifico, come invece sta facendo Obama in questi ultimi giorni in cui parla esclusivamente di economia, McCain continua a cambiare il tema della propria campagna elettorale ogni dieci minuti, dall’ex Weatherman Bill Ayers, al gruppo ACORN e ora a Khalidi.
Così facendo McCain confonde gli elettori indipendenti, dà un’immagine poco coerente della propria piattaforma politica e continua a non parlare delle cose che interessano agli americani in questo momento.

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 31, 2008 alle 1:58 pm

Pubblicato in Obama vs. McCain

In Virginia gli avvocati prendono posizione ai seggi

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Washington DC – Gli avvocati americani si preparano alla battaglia per la Virginia del 4 novembre, per quello che potrebbe essere il risultato decisivo e che pare quasi impossibile da pronosticare.
Hanno cominciato i repubblicani, che si lamentano del fatto che il governatore democratico Tim Kaine sta facilitando in maniera eccessiva le operazioni di registrazione di nuovi elettori. In particolare le critiche vengono per il fatto che il Governatore Kaine ha deciso di garantire che coloro che hanno commesso delitti non violenti in passato — e che secondo la legge della Virginia sono esclusi dal voto a vita, (anche a sentenza completata), a meno di un perdono da parte della massima autorita’ dello Stato — vengano aiutati a portare a termine il processo burocratico attraverso il quale possono chiedere tale perdono.
E cosi’ la campagna di John McCain mandera’ 1.000 avvocati ai seggi della Virginia per verificare che nessuno tenti di votare senza averne pieno diritto.
Dall’altro lato, la NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), che difende i diritte degli afro-americani e ha tendenze progressiste, ha fatto causa allo stesso Governatore Kaine lunedi’ perche’ la Virginia sarebbe incostituzionalmente impreparata a gestire l’afflusso di elettori ai seggi, che si prevede straordinario per questa elezione presidenziale.
Per far fronte ai 1.000 avvocati di McCain che tenteranno di sopprimere il voto, Barack Obama mandera’ 4.000 avvocati ai seggi della Virginia, per proteggere gli elettori piu’ a rischio. 4.000 avvocati significa due avvocati per seggio. Un’altra dimostrazione della forza delle operazioni sul territorio di Obama.

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 28, 2008 alle 6:29 pm

Pubblicato in Obama vs. McCain

Frodi elettorali o soppressione del voto

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Washington DC – La battaglia più recente dei repubblicani d’America per tentare di delegittimare un’eventuale vittoria di Barack Obama viene combattuta sul terreno della frode elettorale. Secondo l’opinione di tanti politici e esperti di tendenze conservatrici, il sistema di voto degli Stati Uniti è sotto attacco. Il colpevole? Una serie di organizzazioni non-profit, e spesso progressiste, che si sono mobilitate per registrare nuovi elettori in giro per il paese, come per altro accade a ogni ciclo elettorale. Siccome alcuni di questi nuovi elettori, in realtà, non hanno diritto di voto, l’autenticità del risultato elettorale sarebbe a rischio, così come il valore stesso della democrazia americana.

Lo scandalo più recente, e che ha occupato le prime pagine dei quotidiani americani negli ultimi giorni, è quello di ACORN, un movimento indipendente e non affiliato con alcun partito che, fra le altre cose, paga dei collaboratori affinché vadano porta a porta a registrare persone che ne avrebbero diritto ma che non hanno mai votato. Bisogna ricordarsi, infatti, che negli Stati Uniti il tesserino elettorale non viene distribuito automaticamente ai cittadini sopra i 18 anni di età, bensì bisogna farne richiesta, completando un modulo apposito. Ebbene, alcuni dei collaboratori pagati di ACORN avrebbero registrato al voto cittadini fittizi con nomi quali Mickey Mouse e Donald Duck, così da consegnare ai propri superiori il numero di nuovi elettori che gli era richiesto da contratto.

John McCain ha definito le azioni di ACORN “forse la più grossa frode elettorale nella storia di questo paese, frode che potrebbe arrivare a distruggere il tessuto della nostra democrazia.” John Fund, opinionista del Wall Street Journal, sostiene una tesi simile nel libro di recente uscita dal titolo Stealing Elections: How Voter Fraud Threatens our Democracy. Con un resoconto dettagliato e ricco di episodi emblematici, Fund cerca di portare all’attenzione del pubblico la fragilità del sistema di voto americano proprio attraverso la lente della frode elettorale.

“Il nostro paese sta attraversando momenti difficili e abbiamo bisogno di un Presidente che abbia piena autorità”, ha detto Fund alla presentazione del libro organizzata lunedì da Heritage Foundation, un centro di ricerca di Washington DC vicino alla destra repubblicana.  “Se sarà un esercito di avvocati, anziché le urne, a decidere il voto del 4 novembre, questo potrebbe creare problemi di governabilità”, ha continuato il giornalista riferendosi naturalmente al ri-conteggio dei voti che fu cominciato in Florida a conclusione del voto del 2000 e che fu poi interrotto dall’intervento della Corte Suprema. Nel 2008, insiste l’opinionista del Wall Street Journal, il caso ACORN “crea un’atmosfera di cinismo e sfiducia, mina la legittimità delle elezioni e fa sì che sia più difficile convincere la gente che il loro vota conta come quello di tutti gli altri”.

Secondo Fund, l’esempio più eclatante di come il desiderio eccessivo di alcune parti della sinistra americana di aumentare la partecipazione elettorale negli Stati Uniti finisca per minare le fondamenta della democrazia è rappresentato dall’elezione del Governatore dello Stato di Washington del 2004. La democratica Christine Gregoire fu dichiarata vincitrice per soli 129 voti sul repubblicano Dino Rossi, e solamente al terzo conteggio dei voti. Nei primi due era stato Rossi a emergere in testa. Con un risultato così incerto, l’elezione di Gregoire fu, nell’opinione di Fund, resa poco credibile dai voti illegittimi di residenti deceduti e di carcerati (che in molti stati dell’Unione sono privati del diritto di voto a vita), resi possibili dalle attività di organizzazioni quali ACORN, e che furono in eccesso delle 129 schede che fecero la differenza fra i candidati. In realtà va detto che queste accuse non sono mai state completamente comprovate.

Al di là del fatto che la frode elettorale è comunque e sempre un affronto alla democrazia di un paese, in cui ogni cittadino ha diritto a un, e un solo, voto, ci sono alcune cose che i repubblicani non dicono. Innanzitutto, nel caso specifico di ACORN, l’esistenza di questi errori di registrazione di nuovi elettori non significa in alcun modo che si verificheranno casi di schede illegittime.  Le liste elettorali vengono purgate prima del voto dagli uffici elettorali, per cercare di evitare irregolarità sul genere di Mickey Mouse. Inoltre, nel momento in cui un elettore si reca a votare, i responsabili dei seggi devono eseguire un controllo sull’identità del cittadino in questione.

In secondo luogo, l’ossessione dei repubblicani, che si concentrano quasi esclusivamente su casi di doppio voto o di voto illegittimo, tralascia un secondo, e più preoccupante, aspetto della vicenda, ovvero la soppressione del voto degli aventi diritto. Il caso della Florida nel 2000 è un’illustrazione di questo secondo problema più che del primo. Nel Sunshine State, ad esempio, molti elettori furono privati del proprio voto semplicemente perché avevano nomi simili a quelli di carcerati.

Queste due facce della medaglia, frode elettorale e soppressione del voto, rispecchiano le filosofie fondanti i due partiti maggiori, così come i rispettivi interessi elettorali. Il Partito Repubblicano, da sempre, considera il voto un privilegio più che un diritto. In questa ottica i cittadini devono “meritarsi” la scheda. Di conseguenza, è normale richiedere agli elettori di essere sufficientemente informati e desiderosi di esprimere la propria opinione da affrontare il percorso burocratico, talvolta difficoltoso, della registrazione. Del resto, il Partito Repubblicano è il partito della classe medio-alta, dei bianchi madre-lingua inglese, e dagli alti livelli d’istruzione. Gli elettori repubblicani votano in percentuali più elevate dei democratici e sono raramente vittime di discriminazione ai seggi. È naturale, quindi, che costoro non si preoccupino tanto di garantire l’accesso al voto di terzi, quanto di prevenire frodi elettorali a qualsiasi costo.

Al contrario, il Partito Democratico rappresenta gli americani meno abbienti e le minoranze etniche che lavorano il doppio turno all’ospedale e non hanno tempo di recarsi alle urne. E ancora, i figli d’immigrazione recente che non parlano inglese in maniera fluente, non conoscono i meccanismi del sistema elettorale statunitense e dunque non sanno come fare a registrarsi e finiscono per non votare.  Difensori dell’ideale che il voto è un diritto di tutti e che l’accesso al processo elettorale debba essere reso più facile, e non più difficile, i democratici si impegnano sempre molto sul fronte della registrazione di nuovi elettori, cercando di raggiungere coloro che altrimenti non verrebbero mai coinvolti. Il loro obiettivo è allungare le liste elettorali il più possibile, anche a costo di qualche piccola frode commessa a margine.

In sostanza, il dibattito sul funzionamento del sistema elettorale, che viene spesso fatto passare come una disquisizione legal-giuridica, in realtà non è altro che uno tra gli scontri politicamente più accesi del dibattito pubblico americano. Tutto si riduce a una domanda fondamentale: l’accesso al voto deve essere reso più facile o più difficile? La risposta normalmente rivela con una certa precisione l’appartenenza di un americano all’uno o all’altro partito e la probabilità che costui si trovi, il giorno delle elezioni, ai seggi a contestare il voto di chi è registrato o per le strade a registrare chi ancora non lo è.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 24, 2008 alle 9:31 pm

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