Archive for the ‘Nuove Tecnologie’ Category
Il mondo secondo Wikileaks
Washington D.C. – Dopo aver reso pubblici, negli ultimi mesi, centinaia di migliaia di documenti segreti relativi alle operazioni militari americane in Iraq e Afghanistan, Wikileaks, un’organizzazione indipendente dedicata allo smascheramento della cattiva condotta di governi e corporation attraverso la pubblicazione di documenti riservati ottenuti da fonti anonime, ha cominciato domenica sera a postare sul proprio sito web oltre 250.000 epistole diplomatiche, i cosiddetti cable, scritte da ufficiali americani sparsi tra Washington D.C. e il resto del mondo.
Tra le rivelazioni più interessanti emerse fin qui (la quantità di file è tale che ci vorranno settimane, se non mesi, per arrivare in fondo): L’uso dei diplomatici come spie, ordinato da Hillary Clinton nel 2009 sulla scia di direttive simili iniziate da Condoleezza Rice, al fine di raccogliere informazioni personali e private, quali ad esempio i numeri delle carte di credito, di politici stranieri, all’estero e persino alle Nazioni Unite, in violazione di un trattato internazionale del 1946; La guerra segreta contro il terrorismo in Yemen, portata avanti grazie a missili americani, ma di cui si è, fin qui, assunto tutte le responsabilità il governo yemenita, per paura di apparire come una marionetta nelle mani di Washington; il trasferimento di 19 missili, con un raggio fino a 2000 miglia, dalla Corea del Nord all’Iran; l’insistenza dei Sauditi affinché gli Stati Uniti procedessero con un attacco militare contro i vicini iraniani; l’incapacità degli Americani di convincere il Pakistan a consegnargli dell’uranio che si teme potrebbe finire nelle mani dei terroristi islamici; la corruzione endemica in una serie di paesi, in particolare Afghanistan e Russia, con cui gli americani intrattengono relazioni diplomatiche quotidiane, in particolare l’ammissione che Ahmed Wali Karzai, fratello del Presidente Hamid Karzai, è un rinomato trafficante di droga.
Oltre a svelare questi dettagli fin qui nascosti della diplomazia internazionale, i documenti di cui Wikileaks è entrata in possesso grazie, in particolare, all’intraprendenza di Bradley Manning, ventiduenne specialista di intelligence per l’esercito americano che, durante un periodo di lavoro svolto in Iraq, avrebbe trasferito sul proprio computer personale gran parte dei file fin qui pubblicati, fanno luce sulle abitudini stravaganti, compromettenti e spesso inquietanti dei leader politici mondiali, quali Muammar Gaddafi in Libia (sempre accompagnato da una “infermiera” descritta come una “voluttuosa ucraina”), Robert Mugabe in Zimbabwe (“profondamente ignorante di questioni economiche ma convinto che i suoi 18 dottorati gli consentano di sospendere le leggi dell’economia”) e Gurbanguly Berdimuhamedov in Turkmenistan (che avrebbe licenziato un membro della propria scorta come punizione per non essersi accorto che un gatto, attraversando la strada davanti all’automobile del presidente, avrebbe attentato alla sua vita). Naturalmente, i cable fanno anche trasparire l’opinione candida condivisa dai diplomatici americani a proposito degli alleati europei (Angela Merkel è “poco creativa”, Nicolas Sarkozy è “permaloso” e Silvio Berlusconi è “vano, inefficacie”, affaticato dalle troppe feste e, sostanzialmente, il portavoce europeo del Primo Ministro russo Vladimir Putin).
L’insieme di queste rivelazioni ha provocato costernazione in mezzo mondo, offeso una serie di leader internazionali e attratto una reazione molto negativa contro Wikileaks, ancor più che contro i retroscena oscuri della diplomazia moderna che l’organizzazione fondata e diretta dall’australiano Julian Assange ha contribuito a palesare.
Se i media internazionali, dall’Italia al Pakistan, si sono gettati con entusiasmo sui file Wikileaks, attaccando con durezza i leader delle rispettive nazioni per gli sconcertanti comportamenti svelati dai cable, la classe politica internazionale ha avuto una reazione mista, in parte schierandosi al fianco di una amministrazione statunitense profondamente offesa e in parte non nascondendo la propria indignazione rispetto all’arroganza della diplomazia americana. Il Ministro del Budget Francois Baroin ha dichiarato, lunedì, che la Francia è “molto solidale con l’amministrazione americana”. E il Primo Ministro Berlusconi ha, naturalmente, ascritto le rivelazioni alla militanza dei giornali di sinistra. In Germania, invece, Ruprecht Polenz, Presidente della Commissione Affari Esteri, ha dichiarato: “I partner degli Stati Uniti presumono che le cose che vengono discusse con gli alleati più stretti rimangono confidenziali. Questa vicenda ha sollevato qualche dubbio in proposito e sarà compito degli Americani risolvere la situazione”. E il Primo Ministro russo Putin in un’intervista con Larry King su CNN, pur definendo la fuga di notizie “non una catastrofe” ha, però, invitato gli americani a “non interferire con le scelte sovrane del popolo russo”.
Negli Stati Uniti, la reazione alla pubblicazione dei file Wikileaks è stata sostanzialmente di unanime condanna, da parte di governo, politici dell’opposizione e persino dei media, delle attività dell’organizzazione di Assange. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha definito la mossa di Wikileaks “un attacco contro la comunità internazionale, le alleanze e le partnership, le convenzioni e i negoziati che proteggono la sicurezza globale e promuovono la prosperità economica”. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha aggiunto: “Si può senz’altro dire che il presidente è, come minimo, non soddisfatto della pubblicazione di queste informazioni […] Rubare documenti classificati e disseminarli pubblicamente è un crimine”. Il Procuratore Generale Eric Holder ha dichiarato che il Ministero della Giustizia americano ha aperto un’inchiesta sull’accaduto per verificare se sia possibile procedere contro Julian Assange e Wikileaks.
Ancor più dura la reazione della destra americana, in particolare dei potenziali candidati repubblicani alle elezioni presidenziali del 2012, tra i quali molti vogliono veder condannati a morte i responsabili della fuga di notizie. Sarah Palin ha chiamato Assange “un agente anti-americano con le mani sporche di sangue”, e si chiede “per quale ragione non è stato ricercato con la stessa urgenza con cui ricerchiamo al Qaeda e i leader talebani?” Mike Huckabee ha detto, con riferimento al soldato Manning, che “chiunque all’interno del governo abbia disseminato queste informazioni è colpevole di alto tradimento e qualsiasi punizione più lieve dell’esecuzione sarebbe troppo generosa”. Infine Newt Gingrich, senza sostenere l’ipotesi della pena di morte per Assange, ha comunque dichiarato: “Il tizio di Wikileaks dovrebbe passare il resto della vita in galera; È un nemico degli Stati Uniti […] dovremmo trattarlo come un nemico combattente”.
Se le reazioni del governo americano e dell’opposizione repubblicana sono sorprendenti fino a un certo punto, lo sono assai di più quelle dei media, non solo e non tanto dei blogger di destra, ma anche dei commentatori che riempiono le pagine dei principali quotidiani e settimanali americani. Marc Thiessen sul Washington Post, Jonah Goldberg sul Chicago Tribune, Joe Klein su TIME, editoriali sul Wall Street Journal e sul New York Sun sono tutti d’accordo che Assange, definito su una scala che va da “provocatore” a “nemico combattente”, vada in qualche modo perseguito legalmente, messo in galera, messo a morte. Wolf Blitzer su CNN non si capacita che il governo americano non sia capace di mantenere i propri segreti e pretende che vengano immediatamente adottate misure più efficaci affinché il pubblico, e giornalisti come lui, non vengano mai a conoscenza del numero sempre crescente di segreti di stato. Bisogna cercare nei magazine e siti web progressisti per trovare commentatori pronti a difendere l’operato di Wikileaks. Infuriato con i colleghi che si sono lanciati all’attacco di Assange, Glenn Greenwald scrive su Salon.com: “La maniera casuale e disinvolta con cui così tanti commentatori politici sono disposti a chiedere l’eradicazione di altri esseri umani senza concedere nemmeno la parvenza del giusto processo è assolutamente demente”.
Data l’insurrezione popolare contro Wikileaks, anziché contro l’ipocrisia della diplomazia odierna, il rischio, per tutti, è che la comunità internazionale e, in particolare, il governo americano, facciano seguito allo scandalo conosciuto come “cablegate” con un irrigidimento delle procedure di sicurezza che sono applicate alle informazioni classificate, aumentando ulteriormente il livello di segretezza che caratterizza già oggi la politica internazionale e minando sempre più le fondamenta dello stato democratico. Il rischio per Assange, che negli ultimi mesi ha coltivato un numero davvero impressionante di nemici importanti, è di aver dato troppo, forse tutto, per la pubblicazione di una serie di documenti che, per quanto interessanti e importanti – i cable offrono una finestra davvero unica sui processi e i retroscena che caratterizzano la diplomazia americana e internazionale — non hanno smascherato segreti destinati a cambiare il mondo, niente a che vedere con le rivelazioni contenute nei famosi Pentagon Papers, pubblicati dal New York Times nel 1971, i quali, divulgando le grossolane bugie raccontate dal governo americano a proposito del proprio coinvolgimento in Vietnman, hanno in parte contribuito a accelerare il ritiro delle truppe statunitensi dal teatro di guerra del Sud-est asiatico.
Pubbicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Gli americani abbandonano l’ambiente
Washington D.C. – Pur essendo riuscito a convincere il Congresso a approvare prima la riforma sanitaria, poi la riforma finanziaria e, ieri, anche l’estensione dei sussidi per i disoccupati che erano scaduti a giugno, il Presidente Obama pare, almeno per il momento, bloccato su altre due questioni fondamentali, promesse centrali della sua campagna elettorale del 2008: una riforma dell’immigrazione e una nuova legislazione sull’energia e sull’ambiente.
Nonostante siano, questi, temi senz’altro rischiosi in termini elettorali (i cittadini americani, a destra e a sinistra, hanno opinioni divergenti in merito e, di conseguenza, i politici di Washington hanno paura a prendere posizione, temendo di inimicarsi parte del proprio elettorato), si era pensato in primavera, al picco della crisi greggio nel Golfo del Messico, che le immagini dell’ininterrotto flusso di petrolio che continuava a fuoriuscire dalla piattaforma Deepwater Horizon della BP, avrebbero finalmente convinto una maggioranza solida di americani, sia tra i membri del Congresso che tra il pubblico, a sostenere con decisione una legge volta a ridurre la dipendenza del paese dal petrolio, a diminuire le emissioni inquinanti e a affrontare per davvero il problema del riscaldamento globale.
Così invece non è stato. Le varie idee proposte nel corso di questi ultimi mesi, fra cui il testo di legge sponsorizzato dai Senatori John Kerry del Massachusetts e Joe Lieberman del Connecticut, continuano a languire al Congresso, progressivamente annacquate per venire incontro ai critici, all’industria energetica, e alle richieste dei repubblicani, che, in particolare al Senato, si rifiutano di accettare il benché minimo compromesso.
Gli Stati Uniti, per quanto gli americani non vogliano pensarci, devono affrontare un duplice problema. Da un lato, la grande quantità di energia consumata quotidianamente dai cittadini e dall’industria (il concetto di risparmio energetico rimane pressoché sconosciuto negli Stati Uniti) contribuisce enormemente al riscaldamento globale. Secondo la NASA, il 2010 ha buone possibilità di diventare l’anno più caldo dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero dal 1880, quando si è cominciato a prendere nota del variare delle temperature.
Dall’altro, il prezzo contenuto dell’energia negli Stati Uniti, in particolare rispetto all’Europa, pur consentendo agli americani di tenere l’aria condizionata al massimo per tutta l’estate, rende la politica estera nazionale ostaggio dei paesi esportatori di petrolio, che guarda caso si concentrano nelle aree politicamente più instabili del pianeta.
Dato ormai per scontato che, per l’elettorato repubblicano, e in realtà anche per gran parte dell’elettorato democratico, la prima questione, ovvero quella del riscaldamento globale, non rappresenta una preoccupazione sufficiente a prendere misure drastiche contro le emissioni inquinanti, alcuni commentatori americani sono convinti che, se vuole davvero trovare il modo di far approvare una legge sull’energia e l’ambiente, il Presidente Obama deve parlare, più chiaramente di quanto non abbia fatto fin qui, dell’impatto che la folle politica energetica attuale ha sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Tra costoro vi è anche Thomas Friedman, il quale, in un editoriale pubblicato mercoledì sul New York Times, consiglia alla Casa Bianca di insistere sul fatto che i repubblicani “preferiscono continuare a inviare soldati americani a combattere il terrorismo nel Medio Oriente, lasciando che quegli stati esportatori di petrolio che agiscono in maniera contraria agli interessi degli Stati Uniti continuino a arricchirsi [e qui si fa fatica a non pensare all’Arabia Saudita], e lasciando che la Cina diventi il leader mondiale di quella che sarà senz’altro l’industria chiave del futuro [quella delle energie alternative], piuttosto che chiedere ai cittadini americani di pagare un po’ di più per la benzina che consumano, o per le emissioni di carbonio che liberano nell’atmosfera”. La conclusione di Friedman è che “se l’OPEC, la Cina e la Russia votassero nelle elezioni americane, sarebbero al 100% per i repubblicani”.
Pur rifiutandosi di spingere per una vera e propria tassa aggiuntiva sulle emissioni inquinanti, misura che risulterebbe estremamente impopolare in America, i democratici hanno comunque cercato di mascherare dietro altre proposte di intervento economico il medesimo principio, ben descritto da David Leonhardt sempre sul New York Times: “Fin che l’energia sporca rimane così poco costosa, la gente continuerà a utilizzarla in quantità illimitate”.
Questa osservazione è stata all’origine del tentativo della leadership democratica alla Camera di portare avanti, l’anno passato, una legislazione fondata su un sistema di cap-and-trade, che facesse aumentare il prezzo delle emissioni inquinanti, e, di conseguenza, funzionasse da incentivo per lo sviluppo su larga scala di altre fonti di energia alternativa. Ma la proposta è stata subito soprannominata dai repubblicani cap-and-tax, nomignolo che l’ha privata di qualsiasi futuro politico e che ha costretto i democratici a moderarne enormemente i contenuti.
Le idee che rimangono in circolazione oggi sono così annacquate e così poco ambiziose che gli ambientalisti sono sempre meno disposti a credere che qualsiasi legge sia meglio di niente, e che anche un testo di legge ridotto al minimo rappresenti comunque un passo nella giusta direzione, e sempre più convinti che, ormai svuotata del suo significato, questa legge non abbia senso, e che il suo passaggio diventerebbe solo l’ennesima scusa per un Congresso che non vuole più trattare l’argomento.
Data la pausa estiva di agosto e la ripresa a settembre, che arriva a soli due mesi dalle elezioni midterm, è difficile immaginare che i senatori e i deputati, preoccupati delle proprie campagne elettorali, siano disposti a insistere su manovre legislative rischiose. Sono in pochi quelli che ancora sperano che questo Congresso sia capace di approvare una legge seria sull’energia e l’ambiente entro dicembre. Considerato inoltre che tutti scommettono su una vittoria repubblicana a novembre, in tutta probabilità il prossimo Congresso avrà ancora più difficoltà a trattare una materia come questa, di cui i rappresentanti del GOP non vogliono occuparsi.
In sostanza, se si vuole pensare al futuro delle energie alternative e alla lotta contro il riscaldamento globale, conviene guardare alla Cina piuttosto che agli Stati Uniti.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
La Katrina di Obama
Washington D.C. – Ha avuto inizio mercoledì sera il più recente tentativo della British Petroleum-BP di bloccare la fuoriuscita di greggio che ha invaso le acque del Golfo del Messico, arrivando a toccare le coste meridionali della Louisiana, a partire dal 20 aprile scorso, quando un’esplosione sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, in gestione alla BP, ha causato la morte di 11 dipendenti e scatenato la catastrofe ambientale in corso. L’ultima stima, offerta mercoledì da un gruppo di esperti indipendenti, calcola la fuoriuscita tra i 12.000 e i 19.000 barili di petrolio al giorno, ovvero tre, quattro volte i 5.000 barili al giorno fin qui stimati dalle dirigenze BP.
Quest’ultimo tentativo fa uso di una tecnica conosciuta come “top kill”, utilizzata in passato con successo per arrestare perdite di greggio in superficie, ma mai tentata nelle profondità marine (la fonte della fuoriuscita si trova a circa 1500 metri di profondità). BP sta pompando verso il punto esatto della perdita 23 tonnellate di un fluido viscoso e doppiamente denso rispetto all’acqua, nella speranza che la pressione esercitata da tale getto si contrapponga al greggio che sta sgorgando dal pozzo e arresti la perdita. Se l’esperimento dovesse funzionare, cosa che si saprà non prima di venerdì, il pozzo potrebbe poi essere piombato con del cemento.
Mentre si comincia a sperare che l’emergenza greggio nel Golfo del Messico possa finalmente essere tamponata, si inizia anche a fare luce sulle responsabilità della BP e del governo americano. Il Presidente Barack Obama si vede così costretto a difendersi pubblicamente da un coro di critiche crescente.
Un documento interno alla BP, consegnato al New York Times da uno degli inquirenti che sta indagando sull’incidente del 20 aprile scorso, rivela che la società petrolifera avrebbe scelto, nei giorni immediatamente precedenti all’esplosione, di impiegare una tecnica di cementazione del pozzo, lavoro completato dalla Halliburton, che la BP sapeva essere la più rischiosa tra due alternative a disposizione. Nel breve-periodo, la scelta della BP sarebbe anche stata la più costosa, ma nel lungo-periodo avrebbe offerto un risparmio finanziario e, soprattutto, maggiore flessibilità nel caso la società inglese avesse deciso di espandere le operazioni di estrazione di greggio dalla piattaforma Deepwater Horizon. Il problema sta nel fatto che la soluzione prescelta offriva una sola barriera protettiva in caso di incidente, in particolare qualora dei gas fossero penetrati all’interno delle condutture, anziché i due meccanismi protettivi garantiti dall’altra opzione.
Secondo il rapporto di una commissione parlamentare d’inchiesta, all’origine dell’esplosione sarebbe stata proprio la presenza di gas nei condotti del pozzo. Fra l’altro, nelle ventiquattro ore precedenti l’esplosione, le apparecchiature elettroniche che sorvegliavano sul funzionamento della piattaforma Deepwater Horizon hanno più volte segnalato dei malfunzionamenti, che sono però stati ignorati dai responsabili sul luogo, per ragioni ancora da chiarire.
Nel frattempo, un’indagine di routine condotta dal Ministero degli Interni sul lavoro della Minerals Management Services, l’agenzia del governo americano responsabile, fra le altre cose, della sicurezza delle operazioni di estrazione petrolifera, ha rivelato un grado inquietante di corruzione diffuso a tutti i livelli dell’agenzia. Pare che i dipendenti della Minerals Management Services non avessero remore a accettare regali e trattamenti di favore da parte delle dirigenze delle grandi società petrolifere, il cui operato avrebbe dovuto essere sorvegliato proprio da quest’agenzia governativa.
Il rapporto copre il periodo tra il 2000 e il 2008, ma il Ministro degli Interni Ken Salazar ha chiesto che si faccia seguito con un’altra indagine che comprenda il 2009, ovvero anche l’Amministrazione Obama. Salazar ha già proposto di eliminare la Minerals Management Services, da tempo conosciuta come la meno efficiente tra le agenzie federali americane, per sostituirla con tre organi separati di dimensioni ridotte. Intanto Elizabeth Birnbaum, a capo della Minerals Management Services dall’anno scorso, ha dato le dimissioni giovedì sotto pressione della Casa Bianca.
Nonostante l’Amministrazione Obama abbia cercato di intervenire prontamente per far fronte all’incidente del 20 aprile, il fatto che ancora non si sia riuscita a bloccare la fuoriuscita di petrolio, sommato alla gravità della conseguente catastrofe ambientale, e alla evidente tendenza del governo di affidarsi a BP per le indagini e per le operazioni di ripulitura della perdita, è all’origine dell’ondata montante di dubbi sulla performance del presidente. Sempre più spesso si discute della macchia di petrolio come della “Katrina di Obama”, con riferimento all’uragano che nel settembre 2005 devastò New Orleans, contribuendo non poco al crollo della popolarità dell’allora presidente George W. Bush.
In un sondaggio condotto da USA Today/Gallup Poll circa il 60% degli intervistati si è detto convinto che il governo federale non stia facendo un buon lavoro per fermare la perdita di greggio. Il 53% critica in termini simili l’operato del Presidente Obama.
Per frenare la valanga di critiche, Obama ha in programma di tornare in Louisiana venerdì, per verificare di persona lo stato dell’emergenza. Inoltre il presidente ha tenuto giovedì una conferenza stampa, durante la quale ha difeso il lavoro del proprio governo. Obama si è detto “frustrato e arrabbiato” per la perdita di greggio, insistendo però che “chi crede che l’intervento del governo non sia stato sufficientemente veloce o urgente non conosce i fatti. Questa è stata la nostra priorità assoluta sin dall’inizio”. Il presidente ha criticato il comportamento della BP, ha sottolineato che il governo sta facendo tutto il possibile per risolvere la crisi, e ha ammesso una qualche responsabilità per non aver fatto abbastanza, prima dell’esplosione, per combattere la relazione troppo amichevole tra le dirigenze delle società petrolifere e le agenzie governative incaricate della loro supervisione.
Infine, Obama ha annunciato una moratoria di sei mesi sull’apertura di nuove esplorazioni petrolifere. Questo periodo di tempo dovrebbe consentire agli inquirenti di capire quali siano state le cause concrete dell’incidente nel Golfo del Messico e al governo di approvare standard di sicurezza più rigidi per le società che gestiscono piattaforme petrolifere al largo delle coste americane.
Basterà tutto questo a impedire che la fuoriuscita di greggio nel Golfo del Messico si trasformi nella Katrina di Obama?
Misurando il cambiamento
Washington D.C. – Barack Obama ha fatto della promessa di cambiamento politico la piattaforma della propria campagna elettorale, e ora della propria presidenza. Di conseguenza, il suo agire verra’ giudicato sulla base proprio di quanta e quale novita’ sapra’ introdurre nella politica di Washington.
Per seguire i progressi che il Presidente Obama fara’ nel campo del cambiamento, il magazine online Slate ha lanciato il Change-O-Meter, ovvero il Cambiamentometro.
Seguendo di giorno in giorno le decisioni prese dall’Amministrazione, Slate attribuira’ punti a Obama per quelle mosse che rappresntano una ventata di aria fresca e glieli togliera’ qualora Barack inciampasse in vecchi modi di fare politica.
Eccovi il link al Change-O-Meter aggiornato al 21 gennaio…Per ora, fra il decreto per la chiusura di Guantanamo, la sospensione di ogni aumento di stipendio per lo staff della Casa Bianca che guadagni piu’ di 100.000 dollari l’anno, e una riunione indetta con i comandanti delle forze armate per discutere un piano di ritiro militare dall’Iraq, Obama sta facendo piuttosto bene…Ma siamo solo all’inizio, letteralmente.
La crisi dell’automobile e la rivoluzione verde
Martedì mattina i CEO delle Big Three dell’industria automobilistica americana — General Motors, Ford e Chrysler — sono arrivati a Washington da Detroit a bordo di jet privati messi a disposizione dalle proprie aziende. Rick Wagoner (GM), Alan Mulally (Ford) e Robert Nardelli (Chrysler) hanno reso testimonianza al Congresso per demandare la propria fetta dei 700 miliardi di dollari d’intervento governativo sull’economia in crisi approvato lo scorso ottobre. L’industria automobilistica di Detroit vuole 25 miliardi di dollari, assolutamente necessari secondo gli alti dirigenti delle tre grandi per evitare la bancarotta. Se approvato, questo pacchetto del governo andrebbe ad aggiungersi a prestiti per altri 25 miliardi di dollari che sono già stati stanziati e che avevano l’intento di aiutare il settore a rimodernarsi e, in particolare, a cominciare a produrre autovetture dalle prestazioni più efficienti.
Nell’opinione di Wagoner, la situazione della General Motors è talmente grave che, senza l’aiuto del governo, l’azienda potrebbe essere costretta a dichiarare bancarotta già nei primi mesi del 2009. Di conseguenza, GM ha fatto richiesta per un finanziamento tra i 10 e i 12 miliardi di dollari, la parte più cospicua della torta. Anche Chrysler sostiene di non essere più in grado di continuare senza un intervento esterno e domanda 8 miliardi di dollari. Ford, l’unica che invece parrebbe avere la forza di farcela da sola, ha deciso di sostenere l’azione delle due sorelle e chiede circa 7 miliardi di dollari.
Nonostante le conseguenze catastrofiche di un fallimento delle Big Three siano chiare a tutti (GM, Chrysler e Ford impiegano in totale 239.000 dipendenti in tutta America), il Congresso non è parso convinto dalla testimonianza dei tre CEO e non ha ancora preso una decisione. Chris Dodd, Presidente della Commissione del Senato per la Finanza e Senatore democratico favorevole a un intervento di qualche genere, si è lamentato del fatto che le tre grandi abbiano mancato di fare quelle riforme necessarie a rimanere competitive. Dodd ha detto: “Penso stiano cercando di essere trattate per ferite che sono, per la maggior parte, auto-inflitte e noi tutti stiamo pagando il prezzo dei loro errori”.
Senza dubbio l’arrivo di Wagoner, Mulally e Nardelli da Detroit a bordo di jet privati, e per un costo stimato, nel caso della GM, intorno ai 20.000 dollari (ABCNews ha controllato i prezzi di un viaggio a/r sulla compagnia commerciale Northwest per gli stessi orari e ha trovato posti in prima classe per 800 dollari), non ha contribuito all’immagine di disperazione e povertà professata dai tre.
Al di là del fastidio del pubblico per questi sprechi eclatanti, però, esiste anche una consapevolezza crescente tra i politici americani, sia democratici che repubblicani, che questa crisi non è solamente un momento di stallo dei mercati a cui bisogna cercare in qualche modo di sopravvivere, bensì un momento in cui è necessario lanciare, in particolare proprio a livello dei trasporti, una nuova rivoluzione industriale.
L’ex-candidato nelle primarie repubblicane Mitt Romney — candidato miliardario e rappresentante del grande business americano, ma anche natio di Detroit e figlio di George, uno dei leggendari governatori del Michigan e ex Presidente dell’American Motor Corporation — ha scritto mercoledì un editoriale sul New York Times dal titolo: “Let Detroit Go Bankrupt”, (“Lasciate che Detroit Fallisca”). Nel pezzo, Romney sostiene che, se GM, Ford e Chrysler ottengono l’aiuto del governo nella forma in cui lo desiderano i tre CEO, “allora è tempo di dire addio all’industria automobilistica americana”. Senza l’intervento del Congresso, Detroit sarà costretta, secondo Romney, a ristrutturarsi. “Con l’aiuto delle tasse pagate dai cittadini americani, invece, le aziende automobilistiche continueranno a seguire la strategia suicida degli ultimi anni”.
Naturalmente i consigli offerti da Romney sono tipici del conservatorismo fiscale, e in particolare si fondano sul concetto di lotta ai sindacati e di taglio dei costi nel settore delle risorse umane. Ma la percezione che questo sia un momento di fondamentale cambiamento nella struttura economica americana non è condivisa solo a destra. Alcune delle osservazioni di Romney non sono poi così diverse dalla filosofia del neo-eletto Presidente Obama, che ha rinnovato mercoledì la promessa di non rimandare di un solo giorno, nemmeno a fronte della colossale crisi finanziaria, il lancio della nuova economia dell’alta tecnologia e per l’ambiente. Parlando in video-conferenza a un Congresso organizzato a Los Angeles dal Governatore della California Arnold Schwarzenegger, Obama ha ripetuto la volontà di ridurre le emissioni inquinanti di ossido di carbonio dell’80% entro il 2050 e di investire 150 miliardi di dollari nel breve periodo nello sviluppo di nuove tecnologie volte al risparmio energetico. Naturalmente, un piano economico come questo di Obama, che si è detto per altro favorevole a un intervento del Congresso in difesa delle Big Three, non potrà che toccare in particolare l’industria automobilistica di Detroit, che continua a produrre veicoli con consumi superiori a tutta la competizione mondiale.
Il dibattito sulla crisi dell’industria automobilistica americana diventa sempre più, oltre che una battaglia politica, uno scontro generazionale tra quelli che sono cresciuti nell’America di Detroit e quelli che guardano alla fine del petrolio, al riscaldamento globale e alla crisi finanziaria come facce diverse della stessa medaglia.
Uno dei fronti decisivi di questa battaglia generazionale è proprio al Congresso e, per la precisione, alla Commissione della Camera per l’Energia e il Commercio. Giovedì, i democratici voteranno per eleggerne il nuovo Presidente. Infatti, e a sorpresa, il Deputato democratico californiano Henry Waxman ha deciso di sfidare il Presidente in carica, compagno di partito e ottuagenario rappresentate del Michigan, John Dingell.
Nell’Amministrazione Obama, il ruolo di questa commissione sarà di fondamentale importanza nel delineare le politiche energetiche e ambientali. Con la nomina del Presidente della Commissione per l’Energia, il Partito Democratico sta cercando di stabilire, al suo interno, quale prominenza sia necessario dare alle tematiche ambientali. Dingell, eletto per la prima volta nel 1955, è un democratico della vecchia scuola, difensore fedele dell’industria automobilistica di Detroit e, di conseguenza, tra i più convinti oppositori delle regolamentazioni sulle emissioni di ossido di carbonio e sugli standard di efficienza delle automobili. Waxman, che comunque ha già sessantanove anni, è conosciuto invece come un legislatore aperto all’innovazione nei settori dell’ambiente, dell’energia e della sanità.
In conclusione, e considerata l’importanza che l’industria automobilistica americana riveste tutt’ora nell’economia americana, c’è da aspettarsi che il Governo concederà una qualche forma di aiuto alle Big Three. Allo stesso tempo, ci sono molte indicazioni che l’establishment politico a stelle e strisce stia cominciando a rendersi conto che una ristrutturazione industriale profonda, proprio a partire da Detroit, sarà necessaria affinché il paese superi la recessione e rimanga competitivo.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
I nomi dietro la mobilitazione giovanile
La vittoria del 4 novembre di Barack Obama, un presidente quarantasettenne, è da considerarsi anche la vittoria di una nuova generazione di elettori americani. Fabrizio Tonello scrive della partecipazione dei giovani al voto e di come la mobilitazione dei cittadini tra i 18 e i 29 anni di età sia stata fondamentale all’elezione del Senatore dell’Illinois.
Esiste anche un altro aspetto importante di questa tendenza dei giovani a occuparsi di politica. Ovvero si conta un numero sempre crescente di adulti sulla trentina che rivestono ruoli centrali nel mondo dei media, ad esempio come opinionisti di fama, e nel mondo dell’attivismo.
Basti pensare a Markos Moulitsas, che è il fondatore e redattore principale del blog liberal Daily Kos. Lanciato nel 2002, il sito raggiunse il milione di visitatori già nel primo anno di vita. Oggi Daily Kos raccoglie oltre due milioni di visitatori al giorno. Moulistas, che ha trentasette anni, ha seguito la campagna presidenziale americana del 2008, ma anche tutte le competizioni per il Senato e la Camera, prestando particolare attenzione alle storie di corruzione e agli scandali che hanno macchiato Deputati, Senatori e candidati vari in particolare appartenenti al Partito Repubblicano. Per chi segue la cosiddetta blogosfera e si interessa del dibattito progressista in America, Daily Kos è diventato un punto di incontro fondamentale.
Sul lato dell’attivismo, va segnalata la storia di Eli Pariser, ventisettenne Direttore Esecutivo del movimento progressista MoveOn. Un giovanissimo Pariser, ancora all’università, si fece conoscere già nel 2001 quando lanciò una petizione su Internet per domandare al Governo di rispondere agli attentati dell’undici settembre in maniera non violenta. In meno di un mese 500.000 persone avevano firmato l’appello. Avendo notato immediatamente il talento del giovane, i fondatori di MoveOn Wes Boyd e Joan Blades gli offrirono un lavoro. A ragione. Nel 2004 Pariser inventò un secondo progetto geniale. Durante la sfida tra George W. Bush e John Kerry, l’allora ventitreenne ideò una competizione per il pubblico Internet americano. Invitando gli internauti a partecipare con la produzione di uno spot televisivo che descrivesse il Presidente Bush in 30 secondi, Pariser diede vita a un grande movimento popolare e fu in grado di raccogliere oltre 30 milioni di dollari, soldi che andarono poi a finanziare altri spot elettorali a sostegno di candidati progressisti. In sostanza, Pariser fu tra i primi a scoprire e mettere a frutto le possibilità di mobilitazione offerte da Internet e che sarebbero state riprese quest’anno con particolare successo dalla campagna di Obama.
Un’altra storia simile, sebbene non legata a un partito o a un candidato particolare, è quella dell’astro nascente James Kotecki, un ventiduenne di recente laureato a Georgetown e diventato in meno di due anni tra i più rinomati commentatori politici del paese. Kotecki ha cominciato la propria carriera nei dormitori dell’università nel 2007, quando iniziò a mettere su YouTube brevi video in cui commentava con ironia e molti riferimenti pop gli ultimi pettegolezzi della campagna elettorale per le elezioni del 2008. Grazie al successo raccolto su Internet, Kotecki riuscì a convincere il candidato repubblicano Ron Paul a farsi intervistare di persona, producendo così la prima intervista mai condotta nel dormitorio di una università. Seguirono John Edwards, Mike Huckabee e Chris Dodd. Oggi Kotecki continua l’attività di opinionista YouTube, ma a livello professionale, con KoteckiTV, un video-blog ospitato dal Politico, un magazine web dedicato alla politica nazionale americana.
Nonostante sia stato Barack Obama a capitalizzare sul rinnovato attivismo dei giovani, una mobilitazione simile esiste anche a destra, seppur in proporzioni minori.
Michelle Malkin, trentottenne d’origine filippina, è l’equivalente conservatore di Moulitas. Michellemalkin.com fu lanciato nel 2004 ed è oggi considerato uno tra i cinque blog conservatori più importanti. Il sito offre commenti e opinioni quotidiane sulla politica americana in sostegno alla causa repubblicana negli Stati Uniti.
Infine, per quanto riguarda il mondo dell’attivismo di destra, Adam Brickley è considerato in parte responsabile per la selezione di Sarah Palin a candidato repubblicano alla vice-Presidenza. Studente all’ultimo anno dell’Università del Colorado, Brickley lanciò l’anno passato un blog chiamato Draft Sarah Palin for Vice President. A soli ventuno anni, Brickley avrebbe contribuito a creare il clamore attorno al nome di Palin che poi avrebbe portato il Governatore dell’Alaska alla fama nazionale. Naturalmente, molti pensano che il blog dello studente del Colorado sia in realtà stato usato da coloro che, interni al Partito Repubblicano, premevano già da tempo per la scelta di Palin. Fatto sta che Brickley è l’ennesimo giovane che si fa conoscere al pubblico americano grazie a un utilizzo ingegnoso di Internet.
Di storie come quelle raccontate fin qui ce ne sono molte altre. Questa vuole essere una panoramica riassuntiva di un movimento che sta cambiando la politica americana dal basso, grazie soprattutto alle nuove tecnologie e alla creatività mostrata da alcuni giovani nell’utilizzarle.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Gap generazionale o semplice ignoranza?
Washington D.C. – Con i suoi 71 d’eta’, John McCain potrebbe diventare il piu’ vecchio politico ad essere eletto alla Presidenza degli Stati Uniti. Visto questo dato, non bisognerebbe forse sorprendersi di alcune lacune del candidato repubblicano alla Casa Bianca, ed in particolare della sua mancanza di familiarita’ con Internet e il World Wide Web. La prima campagna elettorale del ventunesimo secolo
Washington D.C. – In preparazione alla campagna per le elezioni di novembre, alcuni tra i protagonisti della corsa alla Casa Bianca 2008 si sono riuniti mercoledì nella sede di Google a Washington per discutere dell’impatto delle nuove tecnologie sul questo ciclo elettorale. “Le campagne elettorali non sono tutte uguali. Ogni tanto ne passa una che porta cambiamenti sociali monumentali”, ha sottolineato in apertura James Barnes, corrispondente politico del National Journal, una tra le più importanti riviste di politica americana. Paragonando il 2008 con il 1960, Barnes ha ricordato al pubblico il primo dibattito presidenziale trasmesso in televisione, quello tra Richard Nixon e John Kennedy. Così come il piccolo schermo rivoluzionò allora il modo di fare politica, Internet sta provocando oggi un altro cambiamento epocale.
“La cosa fondamentale successa quest’anno”, ha spiegato Mindy Finn, direttrice della strategia Internet per Mitt Romney ‘08, “è che i nuovi media non sono più nuovi, ma sono diventati mainstream”. Utilizzato per la prima volta come strumento di mobilitazione politica nella campagna per la nomination democratica del 2004 di Howard Dean, Internet è diventato oggi il punto forte della strategia di tutti i candidati. Da mezzo alternativo ed elitario, la rete si è inoltre trasformata nel palcoscenico preferito per il dibattito pubblico a proposito delle elezioni, spesso sostituendo i mezzi tradizionali – televisione, carta stampata, radio – come fonte primaria di informazione politica. Mark Halperin, corrispondente politico di Time, ha riconosciuto che l’espansione del web “facilita la comunicazione e il dibattito tra la gente comune e permette ai cittadini di partecipare attivamente alla politica nazionale”.
Il giornalismo online porta inoltre alla luce storie e notizie che in altri tempi sarebbero probabilmente state ignorate. Halperin, però, non nasconde una certa preoccupazione per l’industria della carta stampata; “le nuove forme di giornalismo web stanno risucchiando risorse economiche che in precedenza erano destinate ai media tradizionali.” E così, ad esempio, le grandi testate quotidiane sono a corto dei fondi necessari a finanziare quel giornalismo di approfondimento e d’inchiesta di cui ha bisogno una vera democrazia. Naturalmente, l’opinione dei giornalisti che devono la propria carriera proprio al successo di Internet e alla popolarità dei blog è completamente diversa. Mary Ham, responsabile dell’edizione online del quotidiano gratuito DC Examiner, e astro nascente del giornalismo di marca conservatrice, si è detta entusiasta delle potenzialità offerte da Internet e ha confessato che la sua unica preoccupazione è quella di non affogare nel infinita quantità di risorse oggi disponibili.
“I nuovi media hanno rivoluzionato il modo stesso di fare campagna elettorale, non solo la copertura giornalistica delle elezioni,” ha detto Phil Singer, fino a qualche giorno fà vice-Direttore della Comunicazione per la campagna di Hillary Clinton. Grazie ad Internet, i candidati hanno uno strumento in più per far arrivare il proprio messaggio direttamente agli elettori senza dover passare per i media. Il risultato di questa ricchezza d’informazione è, come ha sottolineato l’ex-Responsabile nazionale per le Relazioni con i Media di Mitt Romney, Kevin Madden, “una certa povertà di attenzione da parte del pubblico”. Candidati, strateghi e giornalisti competono ferocemente gli uni contro gli altri per gli occhi e le orecchie dei cittadini americani.
Per vincere questa lotta, i candidati alla Casa Bianca, così come i mezzi di comunicazione tradizionale, hanno dovuto ridefinire il ruolo assegnato al proprio spazio sul web. Mandy Finn ha raccontato come è cambiata la propria esperienza personale di direttrice di strategie internet dai tempi della campagna Bush/Cheney del 2004; “C’è un’enorme differenza nel modo in cui noi responsabili Internet veniamo trattati all’interno delle campagne elettorali. Non siamo più ammassati in cantina e confusi con i tecnici”.
Al contrario, ogni aspetto di una campagna elettorale – la mobilitazione degli attivisti sul territorio, la raccolta fondi e i rapporti con i media – passa oggi per il sito web ufficiale del candidato, ormai il fulcro di tutte le operazioni. Joe Rospars, Direttore per i Nuovi Media per Barack Obama, ha spiegato la propria strategia, fin qui senza dubbio quella di maggior successo; “Internet per noi ha a che vedere con le relazioni interpersonali. La più grande soddisfazione è l’aver creato una comunità online di oltre un milione di utenti che hanno un account sul sito web www.barackobama.com”. Questa comunità è stata il motore dell’ascesa di Obama, grazie alla mobilitazione sul territorio e alle donazioni che ne sono seguite, e al messaggio di entusiasmo e desiderio di partecipazione che viene così lanciato al resto della nazione.
Il vice-Direttore della strategia Internet per John McCain Mark Soohoo ha voluto sottolineare l’effetto di lungo periodo dell’avvento di Internet sulla scena politica americana; “Alla fine dei conti, facilitare la partecipazione dei cittadini è importante per la democrazia in generale, non solo per i nostri rispettivi candidati.” E così la pensa anche Peter Dauo, che è stato il Direttore Internet della campagna di Hillary Clinton. Dauo però offre una visione un po’ meno bipartisan; “Sicuramente si tratta di uno sviluppo positivo per la democrazia, in particolare se vince un democratico”. In conclusione, è bene ricordare che l’obbiettivo di tutti – candidati, strateghi e giornalisti – è quello di vincere la propria gara. I nuovi media sono, per l’appunto, dei mezzi di comunicazione, come la televisione, la radio e i giornali, e non offrono soluzioni magiche. È responsabilità di chi li utilizza decidere che significato attribuirvi.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
La blogosfera democratica
L’America e’ un paese on-the-road fondato sulle automobili e sulla comunicazione a distanza, garantita oggi dalla rete di superstrade digitali conosciuta come il World Wide Web. Se cio’ e’ vero in generale, lo e’ ancor di più quando si osserva il mondo dei giovani e quello della politica, soprattutto nel momento in cui questi due universi si uniscono in tempi di mobilitazione elettorale. Espressione emblematica di un fenomeno di simultanea mobilità e connettivita’ e’ la blogosfera, ovvero quell’insieme di siti internet dove gli americani con un amore per la politica e un minimo di conoscenze tecnologiche si scambiano quotidianamente pensieri e opinioni.
La capitale federale Washington D.C. e’ il cuore pulsante di questa realtà ed il polo d’attrazione per tanti giovani attivisti che qui arrivano e da qui ripartono all’inseguimento dei loro sogni professionali. A poco più di un anno dalle elezioni presidenziali del 2008, l’agosto umido di questa citta’ alberata e’ un mese d’andirivieni.
Un venerdì pomeriggio Isaac C. si chiude alle spalle la porta del suo appartamento di Washington e si trasferisce a New York, richiamato nella grande mela da un nuovo lavoro. Va a scrivere di politica per un weblog specializzato. Nel frattempo Mara L. si gode gli ultimi giorni in citta’ e prepara le valigie prima di spostarsi a Las Vegas. Lavoratrice delle campagne elettorali democratiche dai giorni in cui studiava all’Università’ di California e aiutava l’organizzazione della sfortunata corsa alla presidenza di John Kerry, Mara L. e’ ormai una veterana nonostante i venticinque anni d’età’. Dallo stato del Nevada ha ricevuto due offerte di lavoro, una per la campagna di Hillary Clinton e una per quella di Barak Obama, ma non ha ancora deciso quale proposta accettare. Mentre tanti partono, a Washington D.C. c’e’ anche qualcuno che rientra; April torna da una visita nella natia California per riprendere il lavoro al Congresso.
Isaac, Mara e April sono solo alcuni tra i tanti giovani democratici che si preparano alla battaglia che deve portare, in un anno, un democratico alla Casa Bianca. Per rimanere aggiornati sulle ultime notizie e tenere il polso sugli umori mutevoli di Washington, questi pellegrini della politica si affidano oggi alla lettura dei blog, siti internet dalla grafica semplice creati con lo scopo di pubblicare le opinioni e i commenti di chiunque abbia voglia di partecipare.
La peculiarità di questo nuovo medium risiede nel suo tono informale e, fenomeno recente negli Stati Uniti, nella sua parzialità d’opinione. In un paese cresciuto nel mito del giornalismo obbiettivo, Internet ha risposto ad un crescente appetito per un tipo d’informazione militante e di parte. Tutti quelli che hanno una convinzione e la vogliono esprimere, che sono informati degli ultimi avvenimenti e che desiderano condividere i loro pensieri con gli altri internauti, oggi possono scrivere su uno dei tanti siti a disposizione.
Di blog, va detto, ce ne sono un numero infinito e a proposito d’ogni argomento immaginabile, dai pezzi di ricambio per le automobili all’allattamento dei bambini. Sebbene la maggior parte di essi abbia un pubblico di lettori molto ristretto, alcuni sono diventati assai popolari. Quelli a tema politico sono l’illustrazione migliore di come un weblog d’opinioni possa diventare il centro nodale del sistema politico di una nazione e una fonte d’informazione fondamentale per chi si occupa di politica: giornalisti, consulenti, professori universitari e parlamentari.
Isaac C. ammette; “Penso che i lettori dei blog politici facciano parte di due categorie. Ci sono i giornalisti, i professionisti della politica, tutti quelli che lavorano al Campidoglio. Questi sono gli insider e fanno parte di un mondo chiuso ed insulare. Poi ci sono gli attivisti, la gente che vuole che i blog funzionino un po’ come un talk show radiofonico in cui si chiama e si esprime la propria opinione”. Isaac C. e’ andato a vivere a New York dove e’ stato assunto come blogger da The Huffington Post (www.huffingtonpost.com), tra gli esempi più recenti del successo dei siti d’opinione. Fondato dall’ex star repubblicana Arianna Huffington, bionda regina della mondanità americana di recente riconvertitasi alla sinistra, the HuffPost – nome con cui il magazine e’ conosciuto tra gli aficionado – e’ stato lanciato nel 2005. In un anno e’ divenuto il sito di analisi e opinioni più visitato della rete.
Oltre ad Arianna, ed al team di blogger che costituisce la redazione, the Huffington Post ospita i commenti di celebrità del mondo della politica, come per esempio l’ex candidato alla presidenza John Kerry, e attori del calibro di George Clooney e Alec Baldwin.
L’informalità’ dello stile dei blog attrae scrittori e lettori giovani e appassionati e dalle convinzioni radicate. Isaac C. ama pubblicare “perché, fondamentalmente, e’ semplice”. Se si vuole esprimere un’opinione concisa e con un po’ d’ironia, Internet e’ il mezzo migliore per farlo. “Mi piace che i blog offrano l’opportunità’ di commentare gli eventi della giornata senza dover avere tutte le informazioni che sarebbero necessarie a scrivere un articolo intero”, pensa Isaac C. “Ad esempio, se c’e’ un pezzo interessante sul New York Times che però mi sembra aver omesso un punto importante, lo posso trattare in un commento su un blog”.
Anche April, dal suo ufficio al Congresso dove lavora per un parlamentare dell’Iowa, segue da lettrice il mondo dei blog politici. “Uno dei miei preferiti e’ TPM Cafè (www.tpmcafe.com)”, racconta. “Ritengo che pubblichi commenti interessanti sugli eventi del giorno, sulle campagne elettorali in corso, anche sulla politica estera che spesso e’ tralasciata dai media tradizionali”.
TPM Cafè fu lanciato nel 2005 come complemento ad un altro sito internet di politica, Talking Point Memo, messo on-line durante il controverso recount del voto in Florida alle elezioni presidenziali del 2000. Il padre fondatore di entrambi e’ Joshua Micah Marshall, giornalista di lunga data e collaboratore di alcune prestigiose riviste americane come ad esempio the Atlantic Monthly. Cosi’ come the HuffPost, anche TPM Cafè ospita, accanto ai commenti dei visitatori del sito e del proprio staff, le opinioni di ospiti prestigiosi ed ogni settimana un personaggio rinomato del mondo accademico, della politica, del giornalismo, viene invitato a tenere una rubrica quotidiana. Il primo di tali ospiti fu il candidato alla presidenza John Edwards.
Oltre che per la loro facilità d’accesso e semplicità stilistica, i blog sono conosciuti ed apprezzati anche perché sono apertamente di parte. Assistente per un politico democratico, April segue questi siti Internet per tenere il polso su quello che pensa la comunità liberal americana. “A volte leggo i blog politici più schierati per vedere quale e’ la loro risposta a certi eventi. Anche se il più delle volte quello che scrivono e’ piuttosto prevedibile”, confessa April.
Daily Kos (www.dailykos.com) rimane uno tra i più importanti blog progressisti degli Stati Uniti. Il suo creatore e’ Markos Moulistas, salvadoregno di nascita, ex-soldato dell’esercito americano e poi imprenditore di successo durante il boom dell’industria dot.com nella Silicon Valley degli anni ’90. Sulle pagine del sito una breve introduzione spiega con chiarezza quale siano state le motivazioni dietro il lancio del progetto. “Markos Moulistas”, si legge, “creò Daily Kos il 26 maggio 2002 durante i giorni cupi in cui un governo oppressivo e guerrafondaio sopprimeva ogni dissenso accusando chi alzava la voce di mancanza di patriottismo o addirittura tradimento”.
Nei cinque anni dal lancio del sito, il traffico di visitatori e’ cresciuto esponenzialmente e circa seicentomila click al giorno ne fanno oggi uno dei blog piu’ conosciuti del paese. Moulistas e qualche ospite eccellente, come l’ex presidente Jimmy Carter o l’attuale Presidente della Camera Nancy Pelosi, scrivono direttamente sulla home page, ma la peculiarità di Daily Kos e’ che ospita le opinioni di un numero infinito di regolari appassionati di politica, quasi senza limitazioni d’accesso.
Un tempo blogger in prima persona, Mara L. e’ rimasta lettrice e segue quotidianamente i suoi siti preferiti, ad esempio The Fix (blog.washingtonpost.com/thefix) che viene pubblicato sulle pagine on-line del Washington Post. “Leggo i blog perché lavoro nel mondo delle campagne elettorali e ho un interesse personale, ma anche perché mi aiutano a farmi un’idea della fama di cui i diversi candidati godono tra gli elettori. Anche se molto di quello che viene pubblicato assomiglia a semplice gossip, i blog offrono la possibilità di capire quali sono i politici a cui la gente guarda con maggior interesse,” pensa Mara L.
A qualche mese dall’inizio delle elezioni primarie che porteranno gli elettori democratici a scegliere un candidato da sostenere nella corsa verso la Casa Bianca, i blog paiono affascinati da Barak Obama, ma sono preoccupati della sua inesperienza. Il mondo dei frequentatori di questi siti, normalmente molto più a sinistra che l’elettore democratico medio, sembra preoccupato delle posizioni moderate di Hillary Clinton, in particolare per quanto riguarda la guerra in Iraq. Contemporaneamente, da esperti di politica, sono colpiti dall’abilita’ della senatrice dello stato di New York nel raccogliere fondi e dalla lunga carriera che ha alle spalle.
Oltre a misurare la temperatura politica del paese, questo genere di blog ha cominciato a fare politica direttamente, ad esempio raccogliendo fondi tra i propri lettori da distribuire ai vari candidati democratici. Durante le elezioni presidenziali del 2004, i frequentatori di Daily Kos donarono circa cinquecento mila dollari a quindici politici dell’asinello tra i meno conosciuti. Tutti i quindici candidati persero le loro competizioni. La raccolta di fondi si e’ ripetuta per le elezioni midterm del 2006. Questa volta il blog e’ stato in grado di metter assieme un milione e quattrocento mila dollari, che sono stati divisi tra diciassette candidati. Otto di loro sono usciti vincitori dalle urne. In questi giorni Markos Moulistas ha ricominciato a battere cassa tra i lettori dalle pagine del Daily Kos con l’intento di sostenere alcune candidature minori nelle elezioni generali del novembre 2008.
“In generale”, dice Mara L., “i blog sono un buon modo di misurare la temperatura di una campagna elettorale”. Considerato che oggi questi siti raccolgono fondi per i candidati in corsa, sono diffusi capillarmente tra professionisti del settore e giovani appassionati, e ospitano le opinioni e i commenti di grandi firme del giornalismo e figure politiche di importanza nazionale, e’ facile capire come la loro frequentazione sia diventata d’obbligo per chiunque voglia avere una idea di cosa succeda nella politica americana.
Pubblicato originariamente sul numero di Settembre 2007 di Alias – il Manifesto