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Il mondo secondo Wikileaks

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Washington D.C. – Dopo aver reso pubblici, negli ultimi mesi, centinaia di migliaia di documenti segreti relativi alle operazioni militari americane in Iraq e Afghanistan, Wikileaks, un’organizzazione indipendente dedicata allo smascheramento della cattiva condotta di governi e corporation attraverso la pubblicazione di documenti riservati ottenuti da fonti anonime, ha cominciato domenica sera a postare sul proprio sito web oltre 250.000 epistole diplomatiche, i cosiddetti cable, scritte da ufficiali americani sparsi tra Washington D.C. e il resto del mondo.

Tra le rivelazioni più interessanti emerse fin qui (la quantità di file è tale che ci vorranno settimane, se non mesi, per arrivare in fondo): L’uso dei diplomatici come spie, ordinato da Hillary Clinton nel 2009 sulla scia di direttive simili iniziate da Condoleezza Rice, al fine di raccogliere informazioni personali e private, quali ad esempio i numeri delle carte di credito, di politici stranieri, all’estero e persino alle Nazioni Unite, in violazione di un trattato internazionale del 1946; La guerra segreta contro il terrorismo in Yemen, portata avanti grazie a missili americani, ma di cui si è, fin qui, assunto tutte le responsabilità il governo yemenita, per paura di apparire come una marionetta nelle mani di Washington; il trasferimento di  19 missili, con un raggio fino a 2000 miglia, dalla Corea del Nord all’Iran; l’insistenza dei Sauditi affinché gli Stati Uniti procedessero con un attacco militare contro i vicini iraniani; l’incapacità degli Americani di convincere il Pakistan a consegnargli dell’uranio che si teme potrebbe finire nelle mani dei terroristi islamici; la corruzione endemica in una serie di paesi, in particolare Afghanistan e Russia, con cui gli americani intrattengono relazioni diplomatiche quotidiane, in particolare l’ammissione che Ahmed Wali Karzai, fratello del Presidente Hamid Karzai, è un rinomato trafficante di droga.

Oltre a svelare questi dettagli fin qui nascosti della diplomazia internazionale, i documenti di cui Wikileaks è entrata in possesso grazie, in particolare, all’intraprendenza di Bradley Manning, ventiduenne specialista di intelligence per l’esercito americano che, durante un periodo di lavoro svolto in Iraq, avrebbe trasferito sul proprio computer personale gran parte dei file fin qui pubblicati, fanno luce sulle abitudini stravaganti, compromettenti e spesso inquietanti dei leader politici mondiali, quali Muammar Gaddafi in Libia (sempre accompagnato da una “infermiera” descritta come una “voluttuosa ucraina”), Robert Mugabe in Zimbabwe (“profondamente ignorante di questioni economiche ma convinto che i suoi 18 dottorati gli consentano di sospendere le leggi dell’economia”) e Gurbanguly Berdimuhamedov in Turkmenistan (che avrebbe licenziato un membro della propria scorta come punizione per non essersi accorto che un gatto, attraversando la strada davanti all’automobile del presidente, avrebbe attentato alla sua vita). Naturalmente, i cable fanno anche trasparire l’opinione candida condivisa dai diplomatici americani a proposito degli alleati europei (Angela Merkel è “poco creativa”, Nicolas Sarkozy è “permaloso” e Silvio Berlusconi è “vano, inefficacie”, affaticato dalle troppe feste e, sostanzialmente, il portavoce europeo del Primo Ministro russo Vladimir Putin).

L’insieme di queste rivelazioni ha provocato costernazione in mezzo mondo, offeso una serie di leader internazionali e attratto una reazione molto negativa contro Wikileaks, ancor più che contro i retroscena oscuri della diplomazia moderna che l’organizzazione fondata e diretta dall’australiano Julian Assange ha contribuito a palesare.

Se i media internazionali, dall’Italia al Pakistan, si sono gettati con entusiasmo sui file Wikileaks, attaccando con durezza i leader delle rispettive nazioni per gli sconcertanti comportamenti svelati dai cable, la classe politica internazionale ha avuto una reazione mista, in parte schierandosi al fianco di una amministrazione statunitense profondamente offesa e in parte non nascondendo la propria indignazione rispetto all’arroganza della diplomazia americana. Il Ministro del Budget Francois Baroin ha dichiarato, lunedì, che la Francia è “molto solidale con l’amministrazione americana”. E il Primo Ministro Berlusconi ha, naturalmente, ascritto le rivelazioni alla militanza dei giornali di sinistra. In Germania, invece, Ruprecht Polenz, Presidente della Commissione Affari Esteri, ha dichiarato: “I partner degli Stati Uniti presumono che le cose che vengono discusse con gli alleati più stretti rimangono confidenziali. Questa vicenda ha sollevato qualche dubbio in proposito e sarà compito degli Americani risolvere la situazione”. E il Primo Ministro russo Putin in un’intervista con Larry King su CNN, pur definendo la fuga di notizie “non una catastrofe” ha, però, invitato gli americani a “non interferire con le scelte sovrane del popolo russo”.

Negli Stati Uniti, la reazione alla pubblicazione dei file Wikileaks è stata sostanzialmente di unanime condanna, da parte di governo, politici dell’opposizione e persino dei media, delle attività dell’organizzazione di Assange. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha definito la mossa di Wikileaks “un attacco contro la comunità internazionale, le alleanze e le partnership, le convenzioni e i negoziati che proteggono la sicurezza globale e promuovono la prosperità economica”. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha aggiunto: “Si può senz’altro dire che il presidente è, come minimo, non soddisfatto della pubblicazione di queste informazioni […] Rubare documenti classificati e disseminarli pubblicamente è un crimine”. Il Procuratore Generale Eric Holder ha dichiarato che il Ministero della Giustizia americano ha aperto un’inchiesta sull’accaduto per verificare se sia possibile procedere contro Julian Assange e Wikileaks.

Ancor più dura la reazione della destra americana, in particolare dei potenziali candidati repubblicani alle elezioni presidenziali del 2012, tra i quali molti vogliono veder condannati a morte i responsabili della fuga di notizie. Sarah Palin ha chiamato Assange “un agente anti-americano con le mani sporche di sangue”, e si chiede “per quale ragione non è stato ricercato con la stessa urgenza con cui ricerchiamo al Qaeda e i leader talebani?” Mike Huckabee ha detto, con riferimento al soldato Manning, che “chiunque all’interno del governo abbia disseminato queste informazioni è colpevole di alto tradimento e qualsiasi punizione più lieve dell’esecuzione sarebbe troppo generosa”. Infine Newt Gingrich, senza sostenere l’ipotesi della pena di morte per Assange, ha comunque dichiarato: “Il tizio di Wikileaks dovrebbe passare il resto della vita in galera; È un nemico degli Stati Uniti […] dovremmo trattarlo come un nemico combattente”.

Se le reazioni del governo americano e dell’opposizione repubblicana sono sorprendenti fino a un certo punto, lo sono assai di più quelle dei media, non solo e non tanto dei blogger di destra, ma anche dei commentatori che riempiono le pagine dei principali quotidiani e settimanali americani. Marc Thiessen sul Washington Post, Jonah Goldberg sul Chicago Tribune, Joe Klein su TIME, editoriali sul Wall Street Journal e sul New York Sun sono tutti d’accordo che Assange, definito su una scala che va da “provocatore” a “nemico combattente”, vada in qualche modo perseguito legalmente, messo in galera, messo a morte. Wolf Blitzer su CNN non si capacita che il governo americano non sia capace di mantenere i propri segreti e pretende che vengano immediatamente adottate misure più efficaci affinché il pubblico, e giornalisti come lui, non vengano mai a conoscenza del numero sempre crescente di segreti di stato. Bisogna cercare nei magazine e siti web progressisti per trovare commentatori pronti a difendere l’operato di Wikileaks. Infuriato con i colleghi che si sono lanciati all’attacco di Assange, Glenn Greenwald scrive su Salon.com: “La maniera casuale e disinvolta con cui così tanti commentatori politici sono disposti a chiedere l’eradicazione di altri esseri umani senza concedere nemmeno la parvenza del giusto processo è assolutamente demente”.

Data l’insurrezione popolare contro Wikileaks, anziché contro l’ipocrisia della diplomazia odierna, il rischio, per tutti, è che la comunità internazionale e, in particolare, il governo americano, facciano seguito allo scandalo conosciuto come “cablegate” con un irrigidimento delle procedure di sicurezza che sono applicate alle informazioni classificate, aumentando ulteriormente il livello di segretezza che caratterizza già oggi la politica internazionale e minando sempre più le fondamenta dello stato democratico. Il rischio per Assange, che negli ultimi mesi ha coltivato un numero davvero impressionante di nemici importanti, è di aver dato troppo, forse tutto, per la pubblicazione di una serie di documenti che, per quanto interessanti e importanti – i cable offrono una finestra davvero unica sui processi e i retroscena che caratterizzano la diplomazia americana e internazionale — non hanno smascherato segreti destinati a cambiare il mondo, niente a che vedere con le rivelazioni contenute nei famosi Pentagon Papers, pubblicati dal New York Times nel 1971, i quali, divulgando le grossolane bugie raccontate dal governo americano a proposito del proprio coinvolgimento in Vietnman, hanno in parte contribuito a accelerare il ritiro delle truppe statunitensi dal teatro di guerra del Sud-est asiatico.

 

Pubbicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

dicembre 3, 2010 alle 7:20 pm

Vince Fox News, perde il giornalismo americano

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Washington D.C. – Nel corso degli ultimi mesi, la News Corporation di Rupert Murdoch, proprietaria, tra le altre cose, di Fox News e di Dow Jones & Co. (la quale, a sua volta, controlla il Wall Street Journal), ha deciso di procedere con due donazioni da 1 milione di dollari ciascuna, rispettivamente alla U.S. Chamber of Commerce, una organizzazione decisamente pro-repubblicana che si sta impegnando strenuamente nella campagna elettorale in corso quest’anno per assicurarsi la sconfitta dei democratici, e alla Republican Governors Association-RGA, la divisione del Partito Repubblicano che si occupa di sostenere i candidati conservatori in corsa per le poltrone di governatore.

La decisione di Murdoch è stata accolta negli Stati Uniti da una valanga di critiche, in particolare da parte di quelli che vengono definiti i media “mainstream”, ovvero pubblicazioni come il New York Times o canali televisivi come la CBS, i quali si vantano di non avere affiliazioni politiche e di praticare ancora una forma di giornalismo “obbiettivo”. I soldi offerti da Murdoch a due organizzazioni che appartengono senza dubbio alla destra americana, e che partecipano attivamente alla vita politica del paese, violerebbero, infatti, il codice etico del giornalismo a stelle e strisce, giacché stabiliscono una relazione chiara e ufficiale tra un organo della stampa nazionale come Fox News (che, nonostante tutto, continua a presentarsi al pubblico come osservatore obbiettivo della politica americana), e un particolare partito politico.

Murdoch si è difeso dalle critiche sostenendo che il dono alla Camera di Commercio è, semplicemente, il risultato del fatto che la sua News Corp. è iscritta a tale organizzazione e, di conseguenza, vuole contribuirvi come partecipante attivo. Quanto alla donazione fatta alla RGA, Murdoch ha spiegato che la ragione va ricercata nella sua amicizia personale con John Kasich, candidato al posto di governatore dell’Ohio e ex-commentatore su Fox News, e che tale decisione “non si riflette affatto sulla credibilità di Fox News”.

In realtà, si tratta, questa, solo dell’ennesima mossa di Murdoch, parte di una strategia complessiva sempre più aggressiva, volta a accrescere l’uso politico dei media.

Il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman scrive, sulle pagine del New York Times, che gli Stati Uniti stanno così tornando a rivivere quella realtà di giornalismo attivista tipica della prima metà del secolo scorso, che fu perfettamente descritta nel capolavoro di Orson Wells “Citizen Kane” (“Quarto Potere”). “Nel film originale, Kane [ispirato al grande magnate dell’industria dei media William Randolph Hearst] cercava di comprarsi un posto in politica” nota Krugman, “Nella nuova versione, invece, ci si accontenta di assumere politici come dipendenti della propria azienda”.

Krugman fa riferimento non solo alle recenti donazioni di Murdoch alla Camera di Commercio (la quale è tra i gruppi che hanno investito più soldi, sette milioni di dollari fin qui, in spot elettorali in favore dei candidati repubblicani) e alla RGA, ma anche al fatto che tutti quelli che sono considerati come possibili contendenti nelle primarie repubblicane 2012 per la presidenza, eccetto Mitt Romney e coloro i quali ricoprono oggi una carica istituzionale (come ad esempio il Governatore del Minnesota Tim Pawlenty), lavorano come commentatori politici su Fox News. Si pensi a Sarah Palin, all’ex-Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, all’ex-Senatore dalla Pennsylvania Rick Santorum e all’ex-Presidente della Camera Newt Gingrich.

Il circolo vizioso che mischia giornalismo e politica dando vita a un sempre più intricato conflitto di interessi non finisce qui.
Fox News, infatti, non si limita a dare vitto e alloggio a passati e futuri politici repubblicani, ma, ultimamente, si è impegnata attivamente per crearne di nuovi. Il movimento del Tea Party, a partire da personaggi come Christine O’Donnell, oggi candidata repubblicana per il Senato in Delaware, deve la propria ascesa in gran parte alla copertura mediatica offerta proprio da Fox News.

Il grande raduno “Restoring Honor”, organizzato sul National Mall a Washington D.C. il 28 agosto scorso dal commentatore ultra-conservatore di Fox News Glenn Beck è stato pesantemente reclamizzato dal suo network. E la stessa cosa capitò il 15 aprile 2009, quando il canale via cavo di Murdoch aiutò a organizzare e promuovere il Tea Party Day, che ha grandemente contribuito al successo del movimento su scala nazionale. Allora, Fox News dedicò molto spazio alla copertura dell’evento, una serie di manifestazioni sparse in tutto il paese che, altrimenti, avrebbero attratto poca attenzione mediatica e di pubblico, date le dimensioni limitate della partecipazione popolare.

Infine, Fox News si è trasformata ormai nel rifugio prediletto di quei candidati repubblicani (si pensi a Sharron Angle, a Christine O’Donnell, a Rand Paul) che, ascesi a notorietà nazionale grazie al Tea Party, ora si rifiutano di rispondere alle domande dei media tradizionali perché impauriti all’idea di confrontare intervistatori seri e preferiscono, invece, nascondersi sulle frequenze di Fox News, dove sanno di poter contare su un benvenuto caloroso e su domande amichevoli.

In marzo, David Frum, analista politico conservatore, ha dichiarato, subito prima di perdere il proprio posto di lavoro come ricercatore presso l’American Enterprise Institute, centro di ricerca di tendenze repubblicane: “Inizialmente, noi Repubblicani pensavamo che Fox lavorasse per noi, poi abbiamo scoperto che siamo noi a lavorare per Fox”.
Quello che preoccupa, assieme all’influenza politica crescente esercitata da un miliardario come Rupert Murdoch, è il fatto che questo tipo di tendenza verso un giornalismo di parte, e di partito, si sta spargendo a macchia d’olio anche a altre testate giornalistiche americane. In un momento come quello odierno, in cui i media a struttura tradizionale stanno facendo fatica a sopravvivere, pare imporsi un modello in cui, al fine di attrarre spettatori e investimenti pubblicitari, i giornalisti sono chiamati a fare politica, anziché a informare il pubblico.

In un lungo articolo pubblicato sul New York Magazine la settimana scorsa, Gabriel Sherman traccia l’evoluzione di questo fenomeno e racconta come MSNBC, un altro cable news network (che fa parte dello stesso gruppo a cui appartiene anche la più tradizionale NBC), si sia lanciato all’inseguimento di Fox News, trovando finalmente la propria nicchia di mercato nei segmenti di analisi e commento apertamente liberal e pro-Partito Democratico, laddove si risponde a insulto con insulto e a urlo con urlo.

A quanto pare, a livello di audience, in particolare per quanto riguarda la prima serata, sia Fox News che MSNBC stanno schiacciando la rivale CNN, che invece continua a sperimentare con un modello in cui, anche qualora si faccia giornalismo d’opinione, si cerca di dare voce alle diverse parti in gioco.

Il rischio, naturalmente, è quello di coltivare un pubblico sempre meno informato e, di conseguenza, di minare l’essenza della democrazia americana, che, almeno in teoria, richiederebbe un elettorato competente e in possesso delle informazioni necessarie a prendere le proprie decisioni politiche in maniera consapevole e efficiente.

 

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 8, 2010 alle 12:11 pm

Pubblicato in Campagna elettorale, Media

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