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Archive for the ‘La successione’ Category

Crisi in casa democratica

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Washington D.C. – Il Presidente Obama si è recato giovedì in visita alla città di Holland, in Michigan, per assistere all’inizio dei lavori di costruzione dell’ultima delle nove fabbriche che Compact Power, un’azienda che produce batterie per veicoli elettrici, ha potuto progettare grazie ai fondi stanziati dall’Amministrazione Obama con il pacchetto di stimolo economico.

Obama prosegue così il tour estivo “recovery summer” (estate della ripresa), per pubblicizzare quelle opere pubbliche e private rese possibili dalle politiche economiche del governo, in un momento in cui gli americani non vedono ancora realizzato l’impatto che, almeno in teoria, lo stimolo dovrebbe avere sui tassi di disoccupazione (i quali a livello nazionale rimangono stabili intorno al 9,5% e a Holland si aggirano sul 12%).
Sempre giovedì, il Senato ha approvato in via definitiva la riforma dei mercati finanziari, dopo che i repubblicani Olympia Snowe e Susan Collins del Maine, e Scott Brown del Massachusetts, hanno deciso di votare con i colleghi democratici a favore del testo di legge.

In un anno e mezzo di governo, Obama mette così il sigillo sull’ennesimo successo legislativo, dopo la riforma sanitaria e dopo le misure di intervento pubblico sull’economia e sulla finanza adottate l’anno passato per tamponare il peggio della crisi.

Eppure, nonostante questa serie di vittorie importanti, quella di Obama continua a essere percepita, a destra, a sinistra e al centro, come  una presidenza sull’orlo del fallimento.

Non è semplice intuire le ragioni di questo gap tra i successi legislativi di Obama e l’immagine poco convinta che ne hanno gli elettori americani. John F. Harris and Jim VandeHei di Politico.com suggeriscono qualche spiegazione interessante.

Innanzitutto, nonostante il candidato Obama abbia saputo creato, nella campagna elettorale del 2008, la macchina di pubbliche relazioni meglio oliata della storia (tant’è che in molti temevano un presidente di belle parole ma poca sostanza), il capo di stato Obama si è, invece, rivelato l’opposto: un presidente di notevole iniziativa politica ma, relativamente, di poche parole.

Inoltre, il desiderio di Obama di piacere a tutti, di essere considerato come un leader in grado di superare le divisioni tra democratici, indipendenti e repubblicani, sta ottenendo l’effetto contrario, garantendo che il presidente non piaccia proprio a nessuno. I liberal sono delusi dal fatto che Obama sia disposto a accettare compromessi anche su questioni giudicate fondamentali. I repubblicani, dal canto loro, non sono minimamente addolciti da tali compromessi. E gli indipendenti sono intimoriti dall’approccio aggressivo di Obama quando si tratta di intervento governativo negli affari economici della nazione.

Infine, è  giusto ricordare che Obama è stato eletto in un momento critico della storia americana e che, in gran parte, i problemi che affliggono la sua presidenza non hanno a che vedere direttamente con le mosse di questa Casa Bianca: si pensi alla crisi economica globale, alle guerre in Afghanistan e Iraq, ora anche alla vicenda BP e alla fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico.

L’insieme di questi fattori fa sì che Obama non sia più in grado di incantare come durante la campagna elettorale del 2008. Tutt’altro.
Il più recente sondaggio rilasciato da Washington Post/ABC News mostra che 6 americani su dieci hanno perso fiducia nelle capacità del presidente di guidare il paese in questo momento difficile. Solo il 43% degli intervistati dichiara di approvare delle decisioni di Obama in fatto di economia, contro il 54% che si dice insoddisfatto.

Questi dati, confermati anche dai 7 americani su dieci che sono critici del lavoro del Congresso, giustamente preoccupano i democratici in vista delle elezioni midterm. In un’intervista televisiva rilasciata domenica scorsa, la quale ha causato grande scompiglio in casa democratica, il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha ammesso pubblicamente che esiste la possibilità reale che, a novembre, il partito dell’asinello perda la maggioranza alla Camera.

Infuriata dalle dichiarazioni di Gibbs, la leadership democratica della Camera, a partire dal Presidente Nancy Pelosi, ha chiesto immediatamente un incontro con la Casa Bianca, incontro avvenuto in tarda serata mercoledì.
I deputati dell’asinello si sono detti frustrati dall’atteggiamento dell’Amministrazione, accusata di voler rovesciare su di loro la colpa di una eventuale sconfitta democratica a novembre. Inoltre, i deputati democratici si sono lamentati del fatto che la Casa Bianca non si stia mobilitando per aiutarli nei loro sforzi di rielezione, nonostante la disponibilità offerta dal gruppo democratico alla Camera a votare, nell’ultimo anno e mezzo, in maniera talvolta rischiosa dal punto di vista elettorale (ad esempio a favore della controversa riforma sanitaria) pur di portare avanti l’agenda politica di Obama. Per tutta risposta, sostengono i deputati, la Casa Bianca si è fin qui tenuta a distanza dalla campagna elettorale per la Camera, preferendo indirizzare i propri sforzi verso gli ex-colleghi del presidente al Senato.

Queste fratture interne al Partito Democratico, e le affermazioni di Gibbs sulla possibilità che i democratici perdano la maggioranza alla Camera a novembre (da alcuni interpretate come disfattiste, da altri come una mossa calcolata dell’Amministrazione, la quale vuole spaventare gli elettori democratici e così convincerli a recarsi alle urne), ha naturalmente dato nuova energia ai repubblicani, che si sono immediatamente mossi sul fronte della raccolta fondi, cercando di capitalizzare su questo momento favorevole.

Nonostante rimanga un’impresa difficile, è vero che il GOP potrebbe riprendere il controllo della Camera. Ci sono circa 60 seggi democratici a rischio. Per ristabilire una maggioranza conservatrice, i repubblicani hanno bisogno di incrementare la propria presenza rispetto all’assetto odierno di 39 seggi netti.

Si tratterebbe questa più di una sconfitta democratica che di una vera e propria vittoria repubblicana. Il GOP, infatti, continua a avere enormi problemi di immagine tra gli elettori americani e la sua dose di divisioni interne (basti pensare al movimento del Tea Party). Se è vero che nel sondaggio di Washington Post/ABC News, solo il 32% degli intervistati dichiara di avere fiducia nelle decisioni prese dai democratici al Congresso, l’ancor più risicato 26% si dice pronto a fidarsi delle scelte del GOP.

Quello che è certo è che, dopo gli entusiasmi del 2008, la politica americana non gode oggi di buona salute, ma soffre invece di disillusione e di un certo grado di intolleranza da parte dell’elettorato rispetto a quasi tutti i politici di professione. Questo è vero sia per il Partito Repubblicano che per il Partito Democratico, il quale, però, essendo partito di governo, è destinato a pagarne le conseguenze.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

luglio 16, 2010 alle 2:46 am

Obama, sogno o realta’

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Washington D.C. – A meno di una settimana dall’insediamento del nuovo governo americano, cominciano già a emergere alcune delle contraddizioni che esistono tra le promesse di cambiamento fatte da Barack Obama durante la propria campagna elettorale e la dura realtà della macchina politica di Washington con cui il neo-eletto presidente dovrà presto confrontarsi.

Per cominciare, è arrivata oggi a “felice” conclusione la vicenda di Roland Burris, uomo politico di Chicago nominato dal Governatore inquisito dell’Illinois Rod Blagojevich come successore di Obama al Senato statale. Blagojevich, sotto inchiesta per atti di corruzione, ha causato particolare sdegno in America proprio per aver cercato di vendere il seggio di Obama, che lo ha lasciato in anticipo rispetto al termine del proprio mandato per trasferirsi alla Casa Bianca. Inizialmente, sia l’Assemblea che l’Attorney General dello Stato dell’Illinois, sia il Senato a Washington che Barack Obama, avevano promesso ai cittadini americani che non avrebbero lasciato che Blagojevich procedesse alla nomina di un successore, e che, se il Governatore dell’Illinois avesse comunque insistito nell’esercitare il diritto a lui concesso dalla Costituzione, si sarebbero opposti a che l’uomo di Blagojevic venisse ammesso al nuovo Congresso statunitense.

Così, solo una settimana fa, nel giorno in cui tutti i senatori neo-eletti si sono presentati a Washington per la cerimonia ufficiale di insediamento, Burris è stato fatto tornare indietro con la scusa che aveva presentato una documentazione incompleta. Sono bastati però pochi giorni perchè, esausti da lotte interne, incerti sulle alternative possibili e vinti dalla determinazione di Blagojevich, il gruppo democratico al Senato facesse marcia indietro, e Barack Obama con loro. Giovedì pomeriggio, quindi, Roland Burris ha completato il giuramento ufficiale in presenza del vice-presidente uscente Dick Cheney ed è stato accolto al Senato con tutti gli onori riservati agli altri senatori. Burris sarà l’unico afro-americano a sedere al Senato federale. Oltre che per essere l’uomo nominato da Blagojevich, Burris è anche conosciuto per aver perso numerose elezioni politiche a livello statale e per essersi già costruito un imponente mausoleo con tanto di biografia scolpita nel marmo che dovrà un giorno ospitare le sue ceneri.

Nel frattempo, Barack Obama pare aver deciso che, in fondo, gli assegni corposi dei grandi nomi dell’industria americana non sono poi così male come li aveva descritti in campagna elettorale. Per finanziare la cerimonia per il proprio insediamento, martedi 20 gennaio, Obama ha già raccolto 24 milioni di dollari, ovvero circa la metà di quanto sembra sarà necessario a far fronte ai costi dell’insediamento più caro della storia, con un conto complessivo previsto sui 45 milioni di dollari (il record precedente era stato stabilito da George W. Bush nel 2004 con 42.3 milioni di dollari). Di questi 24 milioni, la maggior parte arriva da assegni ciascuno tra i 25 e i 50 mila dollari, riuniti poi in donazioni di svariati milioni dai cosidetti bundler, ovvero persone che si occupano di ricercare finanziatori molteplici e poi versano tutti i fondi ricevuti in una volta sola.

Nonostante Obama abbia imposto regole più rigide su queste donazioni di quanto non abbia fatto, ad esempio, George W. Bush (la grande industria non può direttamente finanziare la cerimonia, e nemmeno i lobbisti di professione), si tratta comunque di un regime molto più flessibile di quello che era stato adottato per la raccolta fondi in campagna elettorale. Fra l’altro, aggirare alcune delle limitazioni è piuttosto facile. Nonostante i lobbysti non possano contribuire, possono farlo le mogli o i mariti, e sebbene il comitato per l’organizzazione dell’insediamento di Obama non accetti donazioni dalle aziende, non rifiuta però quelle fatte dai grandi manager a proprio nome. Per esempio, grazie alle donazioni individuali dei propri capi, la Microsoft ha già contribuito un totale di 300,000 dollari, mentre Google ne ha versati 150.000.

Naturalmente, il timore è che queste cifre di denaro generosamente regalate da personaggi influenti al nuovo presidente degli Stati Uniti debbano corrispondere, ad un certo punto, in un equivalente apertura di tale presidente agli interessi e alle richieste dei finanziatori. Questo fatto, assolutamente normale nella vita politica americana, violerebbe però uno dei principi fondanti la candidatura di Obama, una delle ragioni dell’entusiasmo delle folle, ovvero la sua promessa di combattere l’influenza del denaro in politica.

Al di là di alcuni episodi come questi, per fortuna ancora un numero piuttosto limitato, è decisamente presto per giudicare il comportamento di Obama a livello etico e l’ex Senatore dell’Illinois dal padre kenyota e la madre del Kansas merita ancora tutta la nostra fiducia. È importante però vigilare su quello che accadrà a partire da martedì prossimo per capire quanto Barack Obama sarà capace di imporre il cambiamento promesso sulle pratiche di Washington e quanto sarà invece la macchina di Washington a imporsi sui desideri e le aspirazioni del presidente.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

gennaio 16, 2009 alle 7:54 pm

Pubblicato in La successione

Il futuro di Guantanamo

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Washington D.C. – All’insediamento della nuova Amministrazione Obama il 20 gennaio prossimo, una delle richieste più pressanti che arriveranno all’America dal resto del mondo verterà sul futuro del campo di prigionia di Guantanamo. Guantanamo rappresenta uno dei fallimenti più imbarazzanti degli otto anni di Presidenza Bush e Barack Obama ha promesso di far chiudere la prigione sin dall’inizio della propria campagna elettorale. Il 16 novembre, durante un’intervista sul network CBS, Obama ha reiterato tale volontà dichiarando che lo smantellamento del campo di prigionia è da considerarsi parte integrante del tentativo “di ristabilire la statura morale dell’America nel mondo”, assieme, ad esempio, all’abolizione di qualsiasi metodo per gli interrogatori che possa essere qualificato come tortura.

Rimane quindi da vedere come il nuovo governo americano procederà con questo progetto, in che modo sceglierà di affrontare tutti quegli aspetti spinosi a livello internazionale e di difficile interpretazione a livello del sistema giuridico americano che rendono la chiusura di Guantanamo un affare per nulla semplice.

Ad oggi rimangono a Guantanamo circa 250 detenuti. Alcuni sono stati giudicati non colpevoli dai tribunali militari incaricati. Eppure costoro, pronti al rilascio, non hanno dove andare e nessun paese al mondo che sia disposto a concedergli l’asilo politico. È questo il caso, in particolare, di una dozzina di prigionieri Uighur, una minoranza musulmana che vive nel nord-ovest della Cina. Nonostante le accuse di attività terroristica portate contro di loro dagli americani siano state fatte cadere, costoro rimangono inquisiti in Cina e, per ragioni diplomatiche, non si trovano altri paesi che vogliano riceverli. Un giudice federale americano ha firmato un’ordinanza affinché a costoro venga garantito il diritto a vivere in America. L’Amministrazione Bush ha fatto ricorso e l’ordinanza è al momento bloccata. L’attuale Attorney General Michael Mukasey ha dichiarato lunedì alla stampa di essere assolutamente contrario all’idea che i detenuti, anche qualora siano giudicati non-colpevoli, possano avere diritto all’asilo negli Stati Uniti.

Ci sono, inoltre, tutti coloro contro cui non sono ancora state raccolte prove sufficienti, ma che il governo e i servizi segreti americani ritengono estremamente pericolosi. A meno che non vengano dichiarati prigionieri di guerra o che vengano passate leggi che istituiscano misure di carcerazione preventiva ad hoc, alla chiusura di Guantanamo questi detenuti dovranno essere liberati.

Infine, il neo-eletto Presidente dovrà decidere se e come perseguire i prigionieri ritenuti colpevoli, come ad esempio Khalid Sheikh Mohammed, che si è auto-proclamato la mente dietro agli attacchi dell’11 settembre 2001. La C.I.A. ha ammesso di aver sottoposto Mohammed al waterboarding, ovvero a una forma di affogamento simulato, durante gli interrogatori a Guantanamo. Ammissioni di colpevolezza ottenute grazie alla coercizione fisica, se non addirittura alla tortura, sono normalmente ritenute invalidi nelle regolari corti di giustizia americane. Di conseguenza, questi detenuti potrebbe risucire a vincere i propri procedimenti penali, dovessero questi essere trasferiti ai tribunali degli Stati Uniti.

Una nota positiva è venuta lunedì dal Segretario alla Difesa Robert Gates, che, nonostante eletto in un’amministrazione repubblicana, Obama ha deciso di rinominare. Durante il discorso di accettazione dell’incarico, Gates ha dichiarato di considerare la chiusura di Guantanamo una priorità (si era pronunciato in questo senso già nel 2007). Il Segretario alla Difesa ha proseguito sottolineando che lo smantellamento della prigione militare è possibile, ma che il governo avrà bisogno dell’aiuto del Congresso per passare quelle leggi ritenute fondamentali a risolvere le questioni più urgenti.

La posizione del nuovo Attorney General Erich Holder non sembra altrettanto chiara. Dall’11 settembre ad oggi, Holder ha cambiato idea di sovente quanto allo status dei prigionieri di Guantanamo, dichiarando inizialmente che fosse legittimo detenerli indeterminatamente e definendoli un giorno prigionieri di guerra e il giorno dopo, invece, come privi delle garanzie stabilite dalla Convenzione di Ginevra proprio per i prigionieri di guerra. Di recente, Holder ha invece abbracciato la posizione di Obama ed è diventato uno dei più convinti sostenitori di una rapida chiusura di Guantanamo, che la scorsa estate ha egli stesso definito “un vero imbarazzo a livello internazionale”.

Non c’è dubbio che la volontà della prossima amministrazione americana rimanga quella di smantellare il campo di prigionia a Guantanamo Bay. Allo stesso tempo bisogna prepararsi ad assistere ad un percorso politico e legale lungo e difficoltoso. In sostanza, è probabile che ci vorrà del tempo prima che Guantanamo chiuda davvero i battenti

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

dicembre 5, 2008 alle 7:03 pm

Il futuro del movimento Obama

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David Plouffe, campaign manager per Barack Obama e tra i fautori della mobilitazione dal basso che ha portato il candidato democratico alla Casa Bianca grazie alla passione e all’impegno di milioni di americani, chiede ora al proprio esercito di volontari e sostenitori cosa fare del grande movimento fin qui costruito. Mercoledi’ infatti, a nome della campagna di Obama, Plouffe ha inviato l’ennesima email alla propria infinita lista di nomi per chiedere a coloro che hanno sostenuto il Senatore dell’Illinois dai tempi delle primarie democratiche consigli sulla direzione da prendere in futuro, ora che Obama e’ il Presidente degli Stati Uniti. La email rimanda a un sito web in cui si puo’ rispondere a un questionario per condividere la propria opinione con la dirigenza della campagna elettorale.
Eccovi il testo del messaggio di Plouffe:

Valentina –
Please take a few minutes and help shape the future of this movement.
Share your campaign experience and your thoughts on the best way to keep supporting our agenda for change.
The inauguration is just 62 days away, and as President-elect Obama and Vice President-elect Biden prepare to take office, they’ll need your support more than ever.
You’ve built an organization in your community and across the country that will continue to work for change — whether it’s by building grassroots support for legislation, backing state and local candidates, or sharing organizing techniques to effect change in your neighborhood.
Your hard work built this movement. Now it’s up to you to decide how we move forward.
Take this short survey and share your ideas:
http://my.barackobama.com/whatsnext
Thanks to you, this country has an historic opportunity. Electing Barack was the first big step, but there’s a lot of challenging and important work ahead.
Together, we can keep making history,
David

David Plouffe
Campaign Manager
Obama for America

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 20, 2008 alle 6:35 pm

Pubblicato in La successione

Il conflitto d’interesse all’americana

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Una volta ufficializzata la vittoria di Barack Obama, a Washington si e’ cominciato a discutere immediatamente del ruolo che verra’ assunto da Hillary Clinton nella nuova amministrazione democratica. Le ultime previsioni sono che l’ex-first lady potrebbe addirittura diventare Segretario di Stato.
Per garantirsi una nomina qualsivoglia, pero’, Hillary deve prima superare un ostacolo: ovvero le attivita’ personali e professionali del marito e ex Presidente Bill. Finita la carriera politica, Bill Clinton si e’ infatti dedicato alla beneficienza e al mondo della cooperazione internazionale, fondando l’organizzazione chiamata Clinton Global Initiative, che raccoglie fondi in America e nel mondo e li ridistribuisce per progetti nell’ambito della lotta all’AIDS, alla poverta’ e al riscaldamento globale nei paesi in via di sviluppo.
La squadra che gestisce la successione presidenziale in corso e che controlla il processo delle nomine governative per conto di Obama vuole che Bill Clinton rilasci tutte le informazioni necessarie sulle proprie attivita’ finanziarie (e quindi in particolare i dettagli a proposito della provenienza delle donazioni ricevute) per verificare che l’eventuale ruolo di Hillary nella futura amministrazione non possa in alcun modo venir infangato da accuse di conflitto di interesse con la professione di Bill.
L’ex Presidente ha gia’ dato massima disponibilita’ e ha anche dichiarato che lascierebbe di spontanea volonta’ la gestione quotidiana della Global Initiative nel caso la moglie venisse selezionata.

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 19, 2008 alle 1:37 pm

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Giocate a fare il Presidente

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Cliccando su questo link del New York Times (o sull’immagine qui sopra) potete improvvisarvi Barack Obama e scegliere da una lista, o inserendo la vostra preferenza, i nomi dei ministri del prossimo governo americano, dal Ministro della Difesa a quello degli Interni a quello del Tesoro. Potete anche scoprire quali sono i nomi piu’ scelti dai lettori del quotidiano. Se, invece, volete sapere di piu’ sulle biografie dei candidati cliccate qui.

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 12, 2008 alle 2:35 pm

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L’improbabile viaggio di Barack Obama

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Chicago, Illinois – L’improbabile viaggio del figlio di un uomo dal Kenya e di una donna del Kansas verso la Casa Bianca cominciò all’estremità sud di Chicago alla metà degli anni ottanta. Obama arrivò a Altgeld Garden da New York City per lavorare come attivista in una non-profit che operava nelle zone più disastrate della città. Tra queste case popolari afflitte da percentuali eccezionali di disoccupazione e criminalità, Obama lanciò, fra le altre cose, un programma che aiutava i residenti a trovare un lavoro.

Altgeld Garden consiste di pochi isolati di modeste case unifamiliari e piccoli appartamenti alla periferia sud di Chicago. Un’enclave separata dal resto della città dal lago Calumet verso est, binari ferroviari abbandonati verso nord, e superstrade tutto attorno, Altgeld Garden rimane un luogo che gli estranei non amano visitare e in cui la polizia raramente si avventura. “Saranno trent’anni che non vediamo un taxi da queste parti”, mi ha detto il giorno delle elezioni Derrick White indicando le due autovetture che hanno portato qui alcuni giornalisti curiosi.

Nonostante la disoccupazione in continuo aumento, l’inquinamento chimico causato dalle industrie della zona che minaccia la salute dei residenti, e la chiusura dell’ennesima fabbrica (uno stabilimento della Ford), il 4 novembre l’atmosfera di Algeld Garden era gioiosa. Da un SUV Toyota color rosso scuro parcheggiato a lato della strada uscivano le note di una canzone rap mentre un gruppo di giovani del quartiere si era radunato sul marciapiede a chiacchierare del voto e di come “uno di loro” stava per essere eletto Presidente degli Stati Uniti.

Derrick White, un signore sui quaranta con indosso un paio di jeans e in testa una bandana nera, lavora come custode in una scuola superiore locale. Si ricorda di Obama solamente dai tempi della campagna per il Senato federale del 2004. In maniera forse sorprendente, sono pochi quelli che ricordano gli anni in cui Obama era Senatore nell’Assemblea statale dell’Illinois, e ancor meno della sua carriera ancora precedente. “Ho pensato da subito che si trattasse di un uomo molto intelligente”, ha dichiarato White, “ma non immaginavo che sarebbe arrivato così lontano così in fretta”. White spera che il Presidente Obama rimetta a posto l’economia e che aiuti a guarire le ferite razziali che hanno afflitto questo paese fin dalla sua fondazione: “Non c’è lavoro da queste parti e la gente non si può permettere di andare dal dottore”. La paura di White, ora, è che la storia si ripeta e che il neo-eletto Presidente  “venga assassinato”.

Molta gente in questo quartiere condivide la medesima preoccupazione. Ne è assolutamente convinto Michael Johnson: “Guarda non ci sono dubbi, Obama non sopravvive al primo mandato, lo ammazzano”. Johnson  lavora come operaio nel settore edile e pensa che la gente di qui abbia bisogno di guardare a un modello di successo che possa offrire ispirazione, proprio come Barack Obama. Soprattutto, i residenti di Altgeld Garden hanno bisogno di lavoro. “La grande industria deve venire qua e assumere i nostri”, mi ha spiegato Johnson indicando le silhouette delle gru all’orizzonte. “Il 99,9% della gente che lavora là non abita in questo quartiere. Dobbiamo assicurarci che i soldi rimangano qui dove ce n’è bisogno”, ha dichiarato Johnson.

Il viaggio di Barack Obama attraverso Chicago – da Altgeld Garden dove cominciò la propria carriera fino a Grant Park dove è stato incoronato martedì notte – riflette in maniera simbolica la sua scalata della scena politica americana. Obama lasciò le case popolari del sud di Chicago nel 1988 per andare a studiare legge a Harvard University. Quando tornò in città l’estate successiva, per un praticantato presso lo studio Sidley & Austin, Obama dovette fare la conoscenza di un secondo quartiere, chiamato South Shore. Qui, infatti, era cresciuta l’allora fidanzata Michelle Robison. Si può quasi dire che Michelle abbia rappresentato la seconda fermata per Obama, che ha ripercorso in pochi anni la traiettoria verso il successo tipicamente seguita dai neri di Chicago generazione dopo generazione. Al contrario di Altgeld Garden infatti, South Shore è un quartiere di lavoratori della classe media, seppur prevalentemente afro-americano. Si trova a nord delle case popolari,  più vicino al distretto degli affari e ai negozi eleganti del centro.

Alcuni bei palazzi di mattoni rossi sono allineati sulla settantasettesima e si affacciano su Jackson Park, che di questi tempi è particolarmente suggestivo per via delle foglie dai mille colori che cadono sul prato dai rami degli alberi. Questi isolati di strade tranquille e ben tenute, piacevoli anche se non necessariamente chic, si trovano tra South Stony Island Boulevard, puntellato di benzinai e fast food, e il Lago Michigan. Dal lungolago si possono vedere i grattacieli di Michigan Avenue all’orizzonte.

Doris Wollman abita nelle Senior Suites, un palazzo di appartamenti a South Shore riservato ai cittadini oltre i sessantadue anni di età, il cui affitto è  parzialmente pagato dal governo. Senior Suites è stato selezionato come seggio per queste elezioni 2008. Anche Wollman, un’infermiera in pensione che riceve il sussidio per disabili da quanto ha avuto un infarto e un aneurisma, si ricorda di Obama solo dai tempi della campagna per il Senato federale: “Sono rimasta da subito davvero colpita dalla sua energia,” mi ha raccontato spiegando che ha immediatamente capito che Obama era una stella nascente.

“Mi ricordo del giorno in cui Martin Luther King disse ‘Un giorno’. Quando ho visto Obama parlare, ci ho finalmente creduto”, ha detto Wollman. Wollman sostiene di aver votato per Obama e non per Hillary Clinton nelle primarie per via della situazione internazionale: “Visto che tanti paesi al mondo odiavano l’America ho pensato che sarebbero stati ricettivi di una presidente di colore. Soprattutto nel Medio Oriente”.
Uno che si ricorda di Barack Obama da ben prima del 2004 è, invece, Yesse Yehuda.

Yehudah si candidò contro di lui per un posto al Senato dell’Illinois nel 1998 e riuscì a catturare solo il 10% dei voti. Oggi Yehudah è un solitario repubblicano nero tra i tanti democratici che entrano ed escono dal seggio di Senior Suites. Non ha voluto dichiarare per quale candidato abbia votato quest’anno, nonostante abbia reiterato la propria appartenenza al Partito Repubblicano. “Penso Obama sia un politico di qualità. Siamo a un punto talmente basso della storia degli Stati Uniti che mi è sembrato quasi che il paese avesse bisogno di Obama”, ha detto Yehudah. A quanto racconta, si sente più vicino ai repubblicani perché ne condivide i valori in fatto di politica fiscale e di famiglia. Yehudah si dice inoltre convinto che la comunità nera abbia bisogno come il resto del paese di un sistema bipartitico: “Non fa bene a nessuno che tutti i neri siano democratici”.
Allo stesso tempo, Yehudah ha ammesso di non essere particolarmente contento della direzione presa dai repubblicani. Non gli piace che si lascino ritrarre come “il partito dei bianchi e ostile alle minoranze”.

L’ultima fermata di Barack Obama sul lungolago di Chicago è stata Hyde Park, un quartiere decisamente benestante che si trova attorno al campus dell’Università’ di Chicago, dove Obama ha insegnato legge per molti anni. Giovani professionisti di colore abitano qui e lavorano all’Università o negli uffici del centro, che è subito a nord. Condomini eleganti si ergono su ampi viali residenziali con la vista sul Lago Michigan. Graziose villette unifamiliari si affacciano sui campi da gioco delle scuole pubbliche del quartiere. Barack e Michelle hanno votato qui questa mattina, alle elementari Shoesmith.
Ramona Storall aspetta, nel giardino fuori la palazzina scolastica, il marito che sta ancora votando. Una poliziotta quarantaduenne in attesa del terzo figlio, ha appena finito di votare per Obama.  “Dal momento in cui lo sentimmo parlare in televisione, tanti anni fa, sapevamo che sarebbe diventato Presidente. Già allora scherzavamo su Obama ‘08”. Storall spera che il Presidente Obama possa fare qualcosa per l’economia. Il prezzo della benzina in crescita ha rappresentato, fin qui, la difficoltà più grossa per la famiglia Storall. Con i genitori che vivono in un sobborgo lontano dalla città, la coppia ha dovuto limitare il numero di visite: “Abbiamo anche smesso di usare la nostra seconda macchina”, mi ha spiegato Ramona.

Mentre gli Storall tornano verso casa, un lavoratore del seggio se ne va per una breve pausa pranzo. Sandra Young ha distribuito schede agli elettori per tutta la mattina. Quanto a lei, ha usufruito del nuovo sistema di voto anticipato. Young ha lavorato con il Obama nel 1993-1994 su un progetto di recupero urbano. L’allora avvocato Barack addestrava i dipendenti di una piccola non-profit, tra cui Young, a aiutare le famiglie povere di Chicago a rinunciare ai sussidi di disoccupazione per cercare lavoro. “Spero che, da Presidente, mantenga le promesse. So che le cose non si possono cambiare in una notte, ma la nostra gente ha bisogno di lavoro”, ha concluso Sandra.

È stato infine Grant Park a segnare l’apice dell’ascesa politica di Obama. Martedì notte, sullo sfondo dei bei palazzi del centro illuminati a festa, il neo-eletto Presidente degli Stati Uniti ha richiamato una folla adorante di oltre 200.000 persone. Bianchi e neri, ricchi e poveri, giovani e vecchi, si sono ritrovati qui per celebrare la sua vittoria nelle elezioni 2008. “Questo è davvero un bel momento; non mi sono mai sentito così orgoglioso di essere americano”, ha urlato Ray Krouze, avvocato trentacinquenne. “Mi sento in maniera fantastica; tutto questo è meraviglioso per gli Stati Uniti e per il mondo intero”, ha fatto seguito Sharon Davis, un’insegnante cinquantaduenne.

Mentre Chicago festeggiava a Grant Park una nazione intera faceva il tifo davanti agli schermi televisivi, nei saloni degli alberghi e per le strade. Per un uomo con un secondo nome come Hussein che è cresciuto tra l’Indonesia e le Hawaii, questa è la conclusione di un viaggio alquanto improbabile. “Per la generazione dei baby boomers che ha vissuto gli anni sessanta questa elezione è la più emozionante da oltre quarant’anni,” mi ha detto Evan Brandstadter, un Professore di Storia Americana in pensione che ha insegnato a lungo a Cornell University a New York. Nonostante questo, Brandstadter è preoccupato che le attese nei confronti di Obama siano talmente alte che sarà fin troppo facile deluderle. La metafora che usa per illustrare questa paura è tratta dal film del 1967 Il Laureato. Se ricordate, il film si conclude quando Ben Braddock (Dustin Hoffman) riesce a strappare l’amore Elaine Robinson (Katharine Ross) dall’altare dove si sta per sposare con un altro uomo. I due scappano dai parenti infuriati e salgono su un pullman. “Ecco, in quel momento, dopo che tutto l’entusiasmo e l’eccitazione dell’avventura sono finiti”, ha spiegato Brandstadter paragonando gli innamorati a Barack Obama e la folla di sostenitori, “Ben e Elaine si guardano negli occhi con un certo stupore come a dirsi: e adesso?”

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 7, 2008 alle 7:13 pm

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