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Archive for the ‘John Mccain’ Category

Immigrazione – l’Amministrazione Obama fa causa all’Arizona

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Washington D.C. – Il Ministero della Giustizia Americano ha deciso martedì di aggiungere il proprio nome all’elenco di organizzazioni, dall’American Civil Liberties Union (ACLU) al Mexican American Legal Defense and Educational Fund, già in causa con l’Arizona per via della legge sull’immigrazione approvata dall’Assemblea di Stato, e firmata dal Governatore Jan Brewer, questa primavera.

La legge stabilisce il reato di immigrazione clandestina e impone alle forze dell’ordine di controllare la documentazione di tutti coloro che vengano fermati per altre questioni ma che abbiano l’aria di chi è entrato nel paese illegalmente. I sostenitori della legge (in Arizona sono favorevoli sia i repubblicani che anche molti democratici) sono convinti che questa misura è necessaria per frenare un flusso migratorio illegale ormai fuori controllo. I critici, invece, vi intravedono solamente l’opportunità, per le autorità locali, di discriminare sulla base di tratti razziali, in particolare contro la popolazione, legale o meno, di origini messicane. L’Arizona, infatti, confina con il Messico e la presenza nello stato di un numero sempre crescente di abitanti di origine ispaniche, un po’ come fu il caso dell’idraulico polacco nel referendum francese per il Trattato di Lisbona, è uno dei temi più sentiti della campagna elettorale di quest’anno, in particolare, naturalmente, dall’ala conservatrice dell’elettorato.

La causa presentata martedì dal Ministero della Giustizia contesta la costituzionalità della legge approvata in Arizona. Secondo il Ministero, la Costituzione americana affida esclusivamente al governo federale l’autorità di regolare i confini, e quindi anche i flussi migratori, degli Stati Uniti. L’Arizona non può, dunque, riservarsi il diritto di stabilire norme separate sull’immigrazione.

Non solo. Dirottando verso l’implementazione della nuova legge risorse federali quali la Guardia Nazionale, l’Arizona le sottrarrebbe illegittimamente a altre funzioni più importanti, quali la prosecuzione di sospettati di terrorismo e di stranieri con un passato criminale comprovato. Questo, secondo il Ministro della Giustizia Eric Holder, “avrà un impatto negativo sulla sicurezza dell’intero paese”.

Il governo federale spera anche, presentando questa causa, di scoraggiare quegli altri stati di confine che stanno considerando la possibilità di seguire l’esempio dell’Arizona, vagliando l’opportunità di passare leggi simili anche nei propri territori. “La Costituzione e le leggi federali che regolano l’immigrazione non permettono l’emergere di una collezione di politiche statali e locali che siano diverse in ogni angolo del paese”, recita il documento presentato al tribunale dal Ministero.

Il governo ha così richiesto un’ingiunzione della corte affinché la legge  non entri in vigore in Arizona nella data prevista del 29 luglio.

Alle origini del dibattito sempre più infuocato sull’immigrazione clandestina sta l’incapacità del governo federale di Washington di passare una riforma comprensiva, attesa ormai da anni, dell’attuale sistema che regola i flussi migratori. Proprio perché si tratta di un tema su cui le controparti fanno fatica a trovare un accordo, le promesse elettorali di riforma vengono regolarmente dimenticate e le proposte di legge effettivamente presentate al Congresso ignorate. Questo approccio inefficacie lascia scontenti tutti, sia gli immigrati clandestini, che ormai vivono e lavorano negli Stati Uniti da anni e chiedono che gli venga data la possibilità di regolarizzarsi e di prendere la cittadinanza, sia i cittadini americani preoccupati che il numero di coloro che entrano nel paese illegalmente ecceda le capacità di assorbimento degli Stati Uniti.

Una mancanza politica da parte di Washington, questa, che dà spazio a tipi alla Jan Brewer, ovvero a quei politici del Far West che non si fanno problemi a regolare l’immigrazione nello stile di O.K. Corall.

Senza dubbio, la nuova rilevanza assunta in queste ultime settimane dalla questione immigrazione, in particolare negli stati del grande Sud, va attribuita non solo alla legge approvata in Arizona, ma anche all’avvicinarsi delle elezioni midterm. Sia i repubblicani che i democratici sperano di trarre un vantaggio elettorale dall’esito di questo dibattito. Il GOP pensa a conquistarsi gli elettori bianchi intimiditi dall’idea dell’immigrazione clandestina, il Partito Democratico si rivolge invece al sempre crescente blocco di elettori di origini ispaniche, molti dei quali sono giustamente indignati da questo tipo di politiche.

Guarda caso, prende nota il blog di politica e statistica FiveThirtyEight, Jan Brewer si è rapidamente trasformata da improbabile governatore a star del movimento conservatore, non solo nella propria natia Arizona, ma sempre più anche in una serie di stati vicini. I candidati alle primarie repubblicane in Alabama, South Carolina e Georgia, hanno cominciato a litigarsi il sostegno di Brewer, oggi diventato una carta vincente negli ambienti di destra.

Il tribunale di Phoenix dovrà ora decidere della costituzionalità della legge. Nel frattempo, il tema immigrazione rimarrà al centro della campagna per le midterm, visto il suo importante valore elettorale. Parlarne è facile, non altrettanto adoperarsi per risolvere la questione. Rimane dunque improbabile che il governo federale o il Congresso si mettano davvero in moto per arrivare a una riforma seria del sistema. Nella realtà dei fatti, il popolo americano ha opinioni in proposito molto divergenti e, sia per i repubblicani che per i democratici, trovare un compromesso su questa questione rischia di causare più danni che benefici.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Che si stia assistendo al naufragio del Partito Repubblicano come lo conosciamo?

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Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 31, 2008 alle 9:34 pm

Pubblicato in John Mccain

La politica estera secondo Palin

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Washington DC – Confermando al pubblico americano che la propria esperienza di politica estera si limita al fatto che l’Alaska e’ (quasi) vicino alla Russia, Sarah Palin e’ apparsa nella prima intervista televisiva sulle frequenze di ABC e ha risposto in maniera nervosa e incerta alle domande poste da Charlie Gibson.
La Governatrice dell’Alaska non ha saputo rispondere alla domanda sulla “dottrina Bush”, quella dell’attacco preventivo, perche’ non ne aveva mai sentito parlare prima. Laddove ha potuto non ha espresso opinioni, ma solo ripetuto le frasi slogan che il team di esperti di politica estera di John McCain che la stanno allenando deve averle fatto memorizzare.
Da quel poco che si e’ potuto capire – al di la’ del fatto che McCain di certo non chiedera’ l’opinione di Palin nel caso scoppi una qualche crisi internazionale – la candidata repubblicana alla Vice-Presidenza difende e rafforza ulteriosmente le posizioni aggressive del Senatore dell’Arizona, lasciando aperta la possibilita’ di una guerra con la Russia, di un attacco sull’Iran, e giustificando i bombardamenti americani sul territorio pakistano all’inseguimento dei Talibani anche senza il consenso del governo di Islamabad.
Quella trasmessa giovedi’ sera e’ solo la prima parte di una intervista in tre spezzoni. Potete trovare il video su Osservatorio USA. Venerdi’ ABC mettera’ in onda il resto della chiacchierata tra Gibson e Palin.

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 12, 2008 alle 2:45 am

Pubblicato in John Mccain

Anche Palin va in libreria

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Washington DC – Dopo Meghan McCain anche Sarah Palin se ne esce con un libro, anche se non nel ruolo di autrice bensi’ di protagonista.

Scritto da Kaylene Johnson, “How A Hockey Mom Turned Alaska’s Political Establishment Upside Down,” (ovvero “come una mamma normale sia riuscita a sbaragliare l’elite politica dell’Alaska”) e’ uscito inizialmente in aprile, a poco piu’ di un anno dall’elezione di Palin a Governatore dell’Alaska.
Con la nomina della Hockey Mom a candidata repubblicana alla Vice-Presidenza, il libro ha trovato nuova linfa vitale ed e’ oggi tra i piu’ venduti negli Stati Uniti.

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 11, 2008 alle 9:02 pm

Pubblicato in John Mccain

L’effetto Sarah Palin

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Washington DC – I media americani continuano a domandarsi il perche’ della scelta di Sarah Palin da parte di John McCain: in fondo il Governatore dell’Alaska non ha quasi esperienza, e’ praticamente sconosciuta, e quel poco che si sa di lei e’ alquanto inquietante.
E nel fare cio’, nell’impegno affannato a capire chi sia davvero Palin, a scavare nel suo passato, e a analizzare le ragioni per cui e’ gia’ diventata tanto popolare, i media si danno da soli la risposta alla domanda iniziale.
Sarah Palin e’ sulle prime pagine di tutti i settimanali, quotidiani, blog e persino mensili femminili e di moda. La sua immagine e’ dappertutto e quanto ad apparizioni televisive Palin compete con Brittney Spears e Paris Hilton. Nel frattempo, McCain ha superato Obama in quasi tutti i sondaggi, la sua campagna elettorale da morta e’ diventata la piu’ vivace e le code ai raduni con Palin sono sempre piu’ lunghe.
L’unico problema per McCain e’ che la gente si e’ parzialmente dimenticata che il ticket presidenziale e’ McCain/Palin e sembrerebbe invece che si tratti di Palin/McCain. In oltre gli elettori appaiono confusi sul fatto che il loro compito e’ quello di scegliere il prossimo Presidente e Vice-Presidente degli Stati Uniti e non la reginetta di bellezza del quartiere.

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 11, 2008 alle 2:12 pm

Pubblicato in John Mccain

Meghan McCain diventa scrittrice

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Washington DC – Meghan, la bionda figlia ventiquattrenne di John e Cindy McCain, si e’ data alla letteratura.
Presa la laurea in storia dell’arte dalla Columbia University di New York l’anno passato, Meghan ha conquistato le luci della ribalta sin dall’inizio delle primarie repubblicane, da quando, seguendo il papa’ in campagna elettorale, ha cominciato a tenere un blog di grande successo che racconta in stile pop e con abbondanza di fotografie la vita condotta durante questi mesi.
Ora Meghan McCain e’ anche l’autrice di un libro illustrato per bambini dal titolo “My Dad, John McCain”, a cui sta facendo grande pubblicita’ per tutti gli Stati Uniti.
Nonostante Meghan non si risparmi quanto a apparizioni televisive, il New York Times nota come la figlia del candidato repubblicano alla Casa Bianca sia molto restia a incontrare giornalisti della carta stampata. Una diffidenza che condivide con un’altra tra le donne della squadra McCain, la candidata alla Vice-Presidenza Sarah Palin.

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 11, 2008 alle 12:41 am

Pubblicato in John Mccain

Siamo sicuri che sia Obama a avere un atteggiamento elitario?

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Tra le accuse piu’ frequenti fatte dai repubblicani a Barack Obama e alla moglie Michelle c’e’ quella di non capire i problemi della gente comune, di essere out-of-touch, e di mantenere un stile di vita elitario fatto di lauree prestigiose e di una vita cosmopolita.
Poi pero’ Cindy McCain, moglie del candidato repubblicano alla Presidenza e ereditiera di una fetta sostanziosa della piu’ grossa compagnia di distribuzione di birra negli Stati Uniti, si e’ presentata alla serata di apertura della convention repubblicana di Saint Paul addobbata in abiti e gioielli del valore complessivo di 300.000 dollari.

La rivista di moda Vanity Fair ha fatto i conti in tasca a Cindy e ha calcolato il costo seguente per l’apparizione di lunedi’:

Abito di Oscar de la Renta: $3,000
Orologio di ceramica bianca Chanel J12: $4,500
Orecchini di diamanti a 3 carati: $280,000
Collana di perle a quattro fili: $11,000–$25,000
Scarpe: $600
Totale: tra $299,100 e $313,100

Per fortuna che, accompagnata dalla Signora Laura Bush, Cindy ha parlato di beneficienza e di aiuto alle vittime dell’uragano Gustav.

– Le stime compilate da Vanity Fair sono basate sul presupposto che Cindy indossasse gioielli autentici. –

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 4, 2008 alle 4:43 pm

Pubblicato in John Mccain

Rivendicare il Conservatorismo: Intervista a Mickey Edwards

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Mickey Edwards è docente di Relazioni Internazionali presso la Woodrow Wilson School dell’Università di Princeton e Vice Presidente dell’Istituto Aspen. Prima di lavorare a Princeton, ha insegnato alla John F. Kennedy School of Government di Harvard, dove è stato John Quincy Adams lecturer in Legislative Practice. Prima dell’insegnamento, Edwards è stato membro del Congresso per 16 anni come rappresentante del 5° distretto dell’Oklahoma. E’ stato membro della House Republican Leadership, membro degli Appropriations and Budget Committees, e appartenente di spicco del sottocomitato parlamentare sulle operazioni all’estero. Tra i leader del movimento conservatore, Mickey Edwards è stato anche uno dei tre fondatori della Heritage Foundation e segretario nazionale della American Conservative Union. Edwards è commentatore per una rubrica settimanale dal titolo “All Things Considered” [“Tutto sommato”] sulla National Public Radio e opinionista per il Los Angeles Times, Chicago Tribune ed altri importanti quotidiani. Il suo settore di interesse principale sono gli studi costituzionali. Nel suo libro più recente, Reclaiming Conservatism [“Rivendicare il Conservatorismo”], Mickey Edwards offre una critica onesta e provocatoria dei due mandati di George Bush come Presidente. Preoccupato dalla concentrazione di potere nelle mani dell’Esecutivo avvenuta nell’attuale amministrazione, Edwards accusa l’odierno GOP [“Great Old Party”, soprannome del Partito Repubblicano”] di aver abbandonato la sua missione originaria di difensore della Costituzione e dei diritti individuali delle persone. Infine, Mickey Edwards, nel tentativo di restituirgli lo slancio originario dalla base, descrive i principi alla base del movimento conservatore americano.

Mickey Edwards ci ha incontrato per parlare della crisi del Conservatorismo, dell’Amministrazione Bush, del futuro del Partito Repubblicano e della campagna presidenziale del 2008.

Valentina Pasquali: Quando e perché ha cominciato a pensare di scrivere questo libro?

Mickey Edwards: Col passare del tempo sono scattati diversi interruttori. Ho deciso di scrivere questo libro quando ho raggiunto un punto di rottura, quando c’erano tante di quelle cose che mi indispettivano sulla direzione intrapresa dal Partito Repubblicano che non potevo più continuare a borbottare fra me e me, dovevo fare qualcosa in proposito. Nel 2004 non ho nemmeno votato per George W. Bush, nonostante fossi stato suo consigliere per la politica estera nella campagna del 2000. In quel periodo, però, non ero ancora così diretto nel parlarne in pubblico: solo la mia famiglia sapeva che non avevo votato per lui. Man mano che si accumulavano le cose che mi infastidivano, ho cominciato a sentire la necessità di dire qualcosa in proposito.

VP: Quanto crede che il messaggio conservatore continui ad avere rilevanza per la maggioranza dell’opinione pubblica americana? Crede che la rivoluzione operata all’interno del Partito Repubblicano da movimenti diversi dal Conservatorismo sia dipeso da lotte intestine al partito, o abbia rispecchiato cambiamenti ideologici a livello dell’opinione pubblica?

ME: Credo che i punti di vista predominanti nel partito, vale a dire principalmente i punti di vista di Ronald Reagan, siano ancora molto popolari. Ma non hanno più a che fare con l’alternativa politica rappresentata dall’attuale partito repubblicano. Non credo che le aspettative dell’opinione pubblica siano cambiate, dunque non credo affatto che il Partito abbia modificato la sua rotta per assecondare una richiesta popolare. Credo che ciò che è avvenuto sia dovuto ad una serie di interessi sempre più particolari che hanno finito per conquistare il partito. Non si tratta di una modifica nel sentimento della gente semplice, dei Repubblicani iscritti al partito, ma di un cambiamento avvenuto entro la classe politica, tra coloro che si candidavano, per esempio nella destra religiosa, ed in un certo senso nei neo-conservatori. Non credo proprio che il grosso del popolo americano, e neppure il grosso dei repubblicani, concordi con queste posizioni; eppure, in un contesto politico, anche un gruppo politico ridotto può avere grande influenza, dal momento che sono questi che poi vanno a votare alle primarie, e che, in America, non conta tanto piacere alla maggioranza delle persone, quanto piacere alla maggioranza delle persone che vanno a votare. In un certo senso, l’emergere della destra religiosa e dei neo-conservatori si è verificato perché il Paese ha smesso di partecipare al processo elettorale, ed in particolar modo alle elezioni primarie.

Ho appena visitato il mio distretto elettorale in Oklahoma, ed ero molto preccupato della reazione della gente a ciò che avevo scritto; sono rimasto sorpreso dall’immenso sostegno alle mie tesi. In sostanza, da un lato c’è gente che ha lavorato nell’Amministrazione Reagan, impegnandosi nella sua campagna elettorale, molti di questi avevano lavorato nel Partito sin dai tempi di Goldwater e Nixon. Questa gente era decisamente concorde con le mie idee. Poi, c’era la gente arrivata dopo Reagan, nel periodo in cui la destra religiosa ed i neo-conservatori avevano raggiunto di fatto la loro forza maggiore: questi detestano quanto ho da dire.

VP: Quanta parte della base dell’attuale Partito Repubblicano è costituita dalla cosiddetta destra religiosa?

ME: La maggior parte dei dati che ho potuto vedere la collocano tra il 20 ed il 30%. Ricordo un sondaggio delle primarie della Florida, considerato da sempre uno Stato molto conservatore, dove meno del 30% dei Repubblicani dicevano di considerarsi “molto conservatori”. Nel linguaggio odierno, “molto conservatore” può significare due cose soltanto: destra religiosa, o forti sostenitori della politica estera di Bush. Sicuramente, si trattava di meno di un terzo degli elettori repubblicani, ed in termini dell’elettorato aggregato è davvero una porzione ridotta. Ad ogni modo, se un gruppo rappresenta il 25-30%, ma è costituito da gente dello staff che partecipa alle campagne elettorali, se queste persone fanno molte telefonate e diffondono il materiale elettorale, finiscono per avere un’influenza ben superiore alle loro forze.

Anche se non ne conosco la risposta credo che la vera domanda, qui, riguardi quanta parte dei Repubblicani che partecipano attivamente alla campagna per eleggere un Rappresentante al Congresso, ad esempio, appartengano alla destra religiosa o ai neo-conservatori. Ripeto, non conosco i dati, ma credo che la percentuale sia ben più alta del 30%, forse anche intorno al 50%.

VP: Cosa crede che penserebbero Barry Goldwater e Ronald Reagan dei Conservatori attuali, e della amministrazione attualmente in carica?

ME: Ho detto molte volte che se Lyndon Johnson, o Bill Clinton, avessero fatto le cose che sta facendo questo Presidente, i veri conservatori avrebbero organizzato marce di protesta su Washington, e credo proprio che Barry Goldwater avrebbe capeggiato i manifestanti. Sono convinto anche che avrebbe organizzato proteste anche contro questo Presidente. Ciò in cui Goldwater ha sempre creduto è incompatibile con questa concentrazione di potere federale, con presidenti che si comportano come regnanti, che si credono al di sopra della legge. La nostra principale critica a questo Governo è che si sta intromettendo troppo nelle libertà personali. Ebbene, Lyndon Johnson non ha mai violato la libertà della gente come e quanto George Bush. Ecco perché credo che Goldwater ne rimarrebbe disgustato: tant’è vero che suo figlio, Barry Goldwater Jr. , si è espresso molto chiaramente e duramente contro questo Presidente.

VP: Quale approccio crede che un Presidente sinceramente conservatore dovrebbe adottare nei confronti dell’Iran, e come valuta l’atteggiamento di George W. Bush nei confronti dell’Iran?

ME: Finora, a parte continuare ad insistere che gli Iraniani rappresentano una minaccia, sulla questione Iran Bush non sta facendo proprio nulla. Si preoccupa delle loro ambizioni nucleari, e che supportino i terroristi in Iraq a combattere i soldati americani. Credo che qualunque Presidente degli Stati Uniti adotterebbe le identiche posizioni. Credo, comunque, che Ronald Reagan non avrebbe alcun problema a sedersi allo stesso tavolo col Presidente iraniano. Certo, ci sarebbe bisogno di un grande lavoro di preparazione, prima; andrebbe verificata l’esistenza di argomenti di cui parlare. Ma Reagan, a suo tempo, si sedette allo stesso tavolo con i leader sovietici, che avevano i missili puntati contro gli Stati Uniti, e non avevano mai smentito l’affermazione di Kruscev, che aveva dichiarato, quando ancora tenevano sotto scacco l’Europa dell’est, che l’Unione Sovietica ci avrebbe seppelliti. Eppure, Reagan andò a parlarci. Non credo che avrebbe mai dichiarato di non avere alcuna intezione di dialogare con loro. Né Reagan, né Goldwater l’avrebbero fatta passare liscia agli iraniani, né avrebbero loro permesso di sviluppare armi nucleari, o di nuocere ai nostri soldati in Iraq. Sull’Iran, credo proprio che la linea di Bush non si discosti troppo da ciò che qualunque altro Presidente americano avrebbe fatto nella medesima situazione.

VP: Considerato quanto detto sinora, perché crede che Bush sia riuscito a conquistare il secondo mandato?

ME: Per due motivi; In primo luogo, la maggior parte delle scelte da lui compiute, per cui oggi viene disprezzato, sono diventate più evidenti nel corso del suo secondo mandato. Bisogna ricordate che le elezioni che gli hanno consegnato il suo secondo mandato si sono svolte appena un anno dopo l’invasione dell’Iraq. Mancavano ancora molte informazioni che ci avrebbero poi fatto comprendere che eravamo stati imbrogliati. Ricordo che, nel 2004, molta gente insisteva ancora che le armi di distruzione di massa dovevano per forza essere lì, da qualche parte, anche se non le avevamo ancora trovate. Poi, non si è trattato tanto di una vittoria Repubblicana, quanto di una sconfitta Democratica. I Democratici continuavano a proporre candidati che non andavano a genio al popolo americano: in un certo senso, è stata una vittoria di Bush ed in un certo senso si è trattata di una sconfitta di Kerry. Persino nel 2000, quando Gore riuscì a vincere la maggior parte del voto popolare, molti dei sondaggi mostravano che non piaceva alla gente. Anche se gli elettori concordavano con le sue politiche, non riuscivano a farselo piacere, e quando ti ritrovi con una società così tanto influenzata dai media, che un candidato ti piaccia o no fa una grande differenza, più dei programmi elettorali.

VP: Cosa ne pensa di John McCain? Come crede che si porrebbe rispetto al Conservatorismo se diventasse il nuovo presidente?

ME: Sarò ottimista, ma voglio credere davvero che il vero John McCain sia quello che si era candidato nel 2000, quello che ora prende pubblicamente le distanze da George Bush, nel modo in cui parla di politica estera, nella sua ostilità alla guerra, nel suo interesse per l’ambiente. Spero che sia questo il vero McCain. Di volta in volta, sembra sempre più preoccupato dei conservatori duri e puri: il 30% è una percentuale tale che nessuno vorrebbe rinunciarvi, anche se si tratta di una minoranza, così adesso è costretto a dire cose che mi indispettiscono, che lo fanno somigliare molto a George Bush. Credo però che il vero John McCain assomigli più a quello di cui parlo io che a George W. Bush. Spero che, dovesse diventare Presidente, data la sua età ci siano buone speranze che decida di non candidarsi per un secondo mandato, cosa che gli permetterebbe la libertà di essere quell’anticonformista che molti di noi sono convinti egli sia.

VP: Secondo lei quali sono, nell’attuale Great Old Party, le personalità politiche che ancora incarnano il Conservatorismo americano e che dovrebbero condurre alla rinascita di quel movimento che lei rivendica?

ME: Proprio non lo so. A livello federale, rispetto a chi è già al Congresso, è difficile capire chi crede a cosa perché tutti si sono schierati in modo talmente automatico al fianco del Presidente per sostenerlo in quasi tutto ciò che desidera fare. Si finisce per non capire più se si tratta di una scelta volontaria o no. Ron Paul presenta qualcuno di quegli elementi di cui abbiamo parlato, ma ha posizioni differenti su questioni come la politica monetaria, e sicuramente è ormai troppo anziano per dirigere un rinnovamento del Partito. Non vedo nessun valido pretendente. Sì, c’è qualcuno, ma solo persone che ricoprono ruoli di rappresentanza a livello statale, o che hanno qualche ruolo ufficiale nelle amministrazioni statali. A livello federale non c’è nessuno, e anche se molti a Washington godono di un certo seguito, non sono abbastanza certo delle loro posizioni su temi particolari. Sinora, hanno tutti votato in modo vergognoso per sostenere il Presidente. Credo che questo nuovo movimento dovrà emergere da personalità ancora sconosciute del livello statale [L’intervista con Mickey Edwards e’ stata condotta prima che John McCain scegliesse Sarah Palin come candidato alla Vice-Presidenza. NDA].

VP: Crede che qualcuna di queste personalità potrebbe celarsi dietro ai nomi dei potenziali candidati alla vice-presidenza con McCain?

C’è gente come Bobby Jindal della Lousiana, Charlie Crist della Florida, Tim Pawlenty del Minnesota. Ce ne sono molti che vengono presi in considerazione, oltre a gente come Romney, un ex governatore. Nessuno di loro, al momento, mi pare rispondere ad uno stesso modello. Bobby Jindal mi è sempre piaciuto, ma quando si è candidato a Governatore ha presentato un programma conservatore piuttosto radicale. Resta la possibilità di Mike Huckabee (Governatore dell’Arkansas). Ad ogni modo, non vedo nessuno di questi nell’ottica di cui parliamo. Forse Tim Pawlenty, del Minnesota, o Charlie Crist, della Florida; direi che probabilmente questi sono quelli che vi si avvicinano di più.

Va detto che si è data troppa attenzione a simili discorsi. Ormai c’è la convinzione generale che il vice-presidente dovrebbe essere uno come Dick Cheney, il cui apporto è molto forte. Cheney, però, è un vice-presidente atipico: nella storia degli Stati Uniti, la figura del vice non è mai stata così influente. Quando Harry Truman divenne presidente, non sapeva nemmeno che avessimo in dotazione l’arma atomica. La normalità era che il vice-presidente non fosse determinante nel prendere le decisioni. Charlie Crist, molto popolare in Florida, potrebbe spostare qualche voto al Partito, aiutare a vincere quello Stato, proprio come Lyndon Johnson, che fu determinante nella conquista del Texas. Restano comunque figure poco importanti, perché non hanno un impatto concreto sulle scelte politiche.


VP: Crede che una “rivendicazione del Conservatorismo” dovrebbe necessariamente avere luogo nelle fila del Partito Repubblicano?

ME: Se un democratico sposasse queste politiche voterei democratico. Credevamo di aver conquistato il Partito Repubblicano, ed invece è stato il Partito Repubblicano a conquistare noi, quando il dominio del Partito divenne l’obiettivo primario. Ebbene, non è questo il mio scopo: io voglio proteggere la Costituzione, avere un Governo che si armonizzi con essa. Mi importa certo più degli Stati Uniti, di quanto non mi importi del Partito Repubblicano. Da Presidente, Bill Clinton disse che avrebbe messo fine al sistema del welfare come lo conoscevamo, e che non sarebbe più stato un liberal-democratico sinistrorso all’antica. All’epoca dissi: “Non attaccatelo, piuttosto, cantate vittoria!”

VP: E invece, cosa ne pensa del candidato democratico di questo anno?

ME: Barack Obama in un certo senso mi preoccupa, perchè sembra davvero molto naif e inesperto, il che è pericoloso, in politica estera. Mi piace il suo approccio alla politica, questo suo parlare di oltrepassare le divisioni partitiche. In realtà, non so quanto sia sincero, perché dal suo programma sembra un liberal democratico piuttosto tradizionale che non propone vere politiche di compromesso. Spero inoltre che non ci stiamo semplicemente facendo abbindolare da un ottimo oratore. Vorrei davvero poter dire se è una figura autentica, o un fenomeno da baraccone. Se fosse un buon oratore con alle spalle una carriera politica decennale, potremmo verificare le sue parole guardando al suo operato. Ma in realtà non abbiamo modo di saperlo. O ci si fida ciecamente, o si è costretti a pensare che sia soltanto un pallone gonfiato.

VP: In conclusione, è ottimista rispetto alla possibilità di rivendicare il Conservatorismo?

ME: No, non sono ottimista perché sono davvero pochi gli americani che comprendono come funziona il nostro sistema. Se per la strada chiedi a qualcuno “Chi è a capo del Governo?” non ti sanno rispondere. Ti dicono: “E’ il Presidente”. Ma non è così. “Chi si occupa della politica estera?” “Il Presidente”. Beh, non è vero. “Chi decide l’entrata in guerra, o la sorte dei prigionieri di guerra?” “Il Presidente”. Affatto. Siamo stati lasciati talmente tranquilli per più di due secoli, che la gente è ormai talmente pigra da essersi dimenticata del perché il nostro sistema di governo sia strutturato così. E’ decentralizzato, i poteri sono separati. Ciò che ci distingue come Paese è che abbiamo lasciato il potere nelle mani della gente, attraverso i suoi rappresentanti. E’ molto diverso da come funziona in ogni altro paese nel mondo, ed è questo che mi spaventa, al momento. Finché la gente non capirà come dovrebbe essere un Presidente, e che tipo di lavoro dovrebbe svolgere il Congresso, non capisco proprio come si possano cambiare le cose.

Pubblicato originariamente su Una Citta’

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 1, 2008 alle 3:44 pm

Gustav riporta alla mente le immagini di Katrina

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Il 29 agosto 2005 Katrina colpiva con violenza le coste della Luisiana causando, nei giorni che seguirono, la tragedia che tutti conosciamo. In quelle stesse ore, i numeri uno del Partito Repubblicano di oggi e di domani – il Presidente George W. Bush e l’attuale candidato alla Casa Bianca John McCain – celebravano contenti il sessantanovesimo compleanno del Senatore dell’Arizona vicino a Phoenix.

Fotografia di Paul Morse per la Casa Bianca

Scritto da Valentina Pasquali

agosto 31, 2008 alle 7:02 pm

Pubblicato in John Mccain

Gap generazionale o semplice ignoranza?

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Washington D.C. – Con i suoi 71 d’eta’, John McCain potrebbe diventare il piu’ vecchio politico ad essere eletto alla Presidenza degli Stati Uniti. Visto questo dato, non bisognerebbe forse sorprendersi di alcune lacune del candidato repubblicano alla Casa Bianca, ed in particolare della sua mancanza di familiarita’ con Internet e il World Wide Web.
“Per quanto riguarda le nuove tecnologie, sono un illetterato che ha bisogno di affidarsi alla moglie il piu’ possibile per assistenza,” McCain ha dichiarato all’inizio dell’anno in un’intervista con Yahoo/Politico. Il mese scorso, il Senatore dell’Arizona ha aggiunto di “non aver mai particolarmente sentito la necessita’ di utilizzare l’email.” La resistenza all’uso delle nuove tecnologie si riflette nel programma politico di McCain, che non le elenca fra i vari punti della propria piattaforma elettorale presentati sul sito web ufficiale.
Il team McCain, naturalmente, cerca di difenderlo. Ad un convegno organizzato in giugno dal Personal Democracy Forum, un’organizzazione che si occupa di creare un dialogo ed una collaborazione tra i politici e gli informatici, il vice-direttore della campagna Internet di McCain Mark Soohoo ha dichiarato; “Non e’ necessario utilizzare un computer per capire come la tecnologia informa il paese. John McCain e’ al corrente di questo tipo di tematiche.”
L’altro fronte dietro a cui si nasconde il candidato repubblicano alla Presidenza, che nel 1996 fu uno dei piu’ convinti oppositori di un programma conosciuto come E-Rate (ovvero Education Rate), con l’obbiettivo di offrire sconti a scuole e biblioteche che volessero connettersi alla rete, e’ quello del gap generazionale. McCain, in fondo, rappresenta quei cittadini che sono cresciuti senza i computer e che rimangono tutt’ora la maggior parte degli elettori.
Se non che i dati indicano che anche fra costoro un numero sempre maggiore e’ connesso. Secondo una ricerca del Pew Internet & American Life Project pubblicata in aprile, meta’ degli americani fra i 50 e i 64 anni hanno una connessione a banda larga a casa. Tra gli over 65, questo numero scende ad un comunque dignitoso 20%.
In sostanza, come ha dichiarato a Salon l’ex-segretario della commissione federale per le comunicazioni e sostenitore di Obama Reed Hundt, “John e’ un troglodita tecnologico, ed orgoglioso di esserlo.”
Nel 2008, pero’, in un mondo sempre piu’ globalizzato ed interconesso, ed in cui le nuove tecnologie svolgono un ruolo sempre piu’ fondamentale nell’economia, nei trasporti, nelle comunicazioni, nella politica e nella societa’ di tutto il mondo, possono gli americani immaginarsi davvero un Presidente che non e’ capace di scrivere una email?

Scritto da Valentina Pasquali

agosto 13, 2008 alle 3:48 pm

Pubblicato in John Mccain, Nuove Tecnologie

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