Archive for the ‘Immigrazione’ Category
Americani critici con Sarkozy
Pubblicato originariamente su Glocus Webmagazine
Washington D.C. – Che ci sia rivalità tra gli Stati Uniti e la Francia, su questioni di orgoglio nazionale e su quale tra i due paesi debba essere considerato il faro mondiale della libertà e dei diritti umani, è cosa nota. Non deve dunque sorprendere che la decisione del Presidente francese Nicolas Sarkozy di procedere con la chiusura di oltre 150 tendopoli illegali abitate da immigrati di origine rom, provenienti in particolare da Bulgaria e Romania, e di espellere migliaia di costoro dal paese, perché, ha detto Sarkozy, questi campi si trasformano in “fonti di traffici illeciti, in condizioni di vita profondamente deprecabili e in sfruttamento dei bambini, della prostituzione e della delinquenza”, sia stata accolta in America da molte critiche e un certo compiacimento.
Jack Greenberg, professore alla Columbia University Law School e tra i personaggi più carismatici del movimento per l’uguaglianza dei diritti dei neri americani negli Stati Uniti (nel 1954, Greenberg fu tra gli avvocati nel processo Brown vs. Board of Education, in cui la Corte Suprema stabilì che la segregazione su base razziale praticata fino ad allora nelle scuole del paese era incostituzionale), si occupa delle popolazioni rom europee da decenni. Di recente, Greenberg ha dichiarato che “la discriminazione praticata in Europa oggi contro i Rom è da considerarsi peggiore dell’oppressione che la segregazione imponeva sui neri americani prima che prendesse piede la rivoluzione per i diritti civili degli anni sessanta”.
Secondo Greenberg, la mossa del Presidente Sarkozy va a aggiungersi a una lunga serie di campagne anti-Rom, che, naturalmente, raggiunsero un picco indicibile durante la Seconda Guerra mondiale, quando centinaia di migliaia furono sterminati dai nazisti. Da allora, sostiene Greenberg, questa popolazione, originaria dell’India settentrionale, misteriosamente migrata verso l’est europeo nel quindicesimo secolo e poi costretta in schiavitù dalle popolazioni locali fino all’inizio del 1800, ha continuato a essere perseguitata, e privata dell’accesso all’istruzione, alla sanità, al mondo del lavoro.
In questo contesto già drammatico, la decisione di Sarkozy di rispedire i Rom verso i loro paesi di origine nell’Est Europa, dove soffrono di ancor peggiori forme di discriminazione che in Francia, non fa che mettere ulteriormente a repentaglio le vite di questi individui e il futuro di questa comunità. Ad attenderli, infatti, non ci sono opportunità, ma solo “segregazione a scuola, livelli di disoccupazione attorno al 100%, strutture abitative miserabili, spesso senza porte, finestre e tubature, e violenza neo-nazista”.
Per Bernard Rorke, che si occupa di Rom per conto dell’organizzazione Open Society, fondata dall’investitore americano George Soros, questa comunità è vittima di una forma di “apartheid non dichiarato”.
Al di là della reazione costernata di chi si occupa di diritti umani, la decisione di Sarkozy, che non è stata commentata ufficialmente dai rappresentanti del Governo americano, è stata vista, da osservatori e giornalisti statunitensi, in termini pragmatici.
Lo scopo prettamente elettorale di questa manovra politica di Sarkozy non è sfuggito a nessuno. Mira Kamdar, senior fellow del World Policy Institute di New York (che al momento risiede a Parigi dove tiene un corso a Sciences-Po), ha parlato della motivazione di Sarkozy come di “un calcolo politico fatto a sangue freddo”, basato sulla considerazione che il presidente francese è obbligato a conquistare il voto degli elettori dell’estrema destra se vuole essere rieletto nelle elezioni presidenziali del 2012.
La volontà di procedere con l’espulsione forzata di migliaia di Rom dalla Francia è stata anche interpretata nella cornice più ampia dell’ondata di populismo razzista e anti-immigrazione che sta attraversando l’Europa tutta, in particolare negli ultimi anni, da quando l’economia del continente ha cominciato a registrare i primi segni di crisi.
Sara Miller Llana del Christian Science Monitor tira le somme. Anche solo prendendo in considerazione gli sviluppi delle ultime settimane, bisogna notare come la Svezia abbia mandato in parlamento un partito anti-immigrazione fin qui marginale; come la Gran Bretagna abbia imposto un tetto al numero di immigrati non-europei che possono entrare nel paese; come il partito di maggioranza in Danimarca abbia proposto di ridurre il salario minimo per gli immigrati a un livello pari alla metà di quello garantito ai danesi; e come un partito che vuole bloccare l’immigrazione di persone di fede musulmana sia ora entrato a far parte della coalizione di governo in Olanda. Tutto questo senza contare che una serie di paesi europei, fra cui la Francia e il Belgio, si sono attrezzati negli ultimi mesi per rendere illegale l’uso del burqa (o niqab) e che l’Italia ha deciso ora di seguire l’esempio della Francia nella persecuzione dei residenti di origine rom.
Pur riconoscendo che la mossa francese va considerata parte di una ondata diffusa di sentimenti anti-immigrazione, gli osservatori americani si trovano per lo più d’accordo nel sottolineare che la decisione di Sarkozy avrà delle conseguenze particolarmente negative. Per ragioni di interesse politico personale e di temperamento, Sarkozy sta causando nuove divisioni all’interno di un’Unione Europea già poco coesa, oltre a danneggiare gravemente la propria reputazione all’estero, costruita con grande pazienza in anni di presenzialismo internazionale. Inoltre, con la decisione di espellere migliaia di Rom che sono effettivamente cittadini europei, la Francia sta mettendo a rischio uno dei principi fondanti la UE, ovvero che i circa 500 milioni di cittadini dei 27 paesi membri hanno diritto a muoversi liberamente all’interno dei suoi confini.
Anche guardando a questa vicenda in termini esclusivamente pragmatici, senza tenere conto delle accuse, non infondate, che il Governo francese abbia sostanzialmente violato una serie di diritti costituzionali europei, verrebbe voglia di chiedere a Sarkozy se il gioco vale davvero la candela.
Stati Uniti e il dilemma dell’immigrazione
Washington D.C. – Cresce, negli Stati Uniti come in Europa, la fobia degli immigrati clandestini. Mentre l’America attende invano che il governo arrivi a una riforma comprensiva delle leggi sull’immigrazione (esiste già una proposta, la quale però è ferma al Congresso dal 2006), che modifichi in maniera coerente i termini che regolano i flussi migratori verso gli Stati Uniti, la questione dell’illegalità diventa, ogni giorno di più, un tema centrale della campagna elettorale per le elezioni midterm di novembre, in cui gli elettori americani saranno chiamati alle urne per rinnovare l’intera composizione della Camera e parte del Senato. La paura dei clandestini si sta spargendo a macchia d’olio nonostante, in realtà, l’Amministrazione Obama abbia notevolmente irrigidito i meccanismi di controllo sull’immigrazione e abbia aumentato grandemente il numero di deportazioni. Inoltre, paradossalmente, il numero di immigrati che entrano illegalmente negli Stati Uniti è in calo netto, così come il numero di coloro che risiedono nel paese senza alcun visto o permesso di soggiorno.
Uno studio pubblicato di recente dal Pew Hispanic Center, un’organizzazione non-partisan che si occupa di ricerche statistiche, rivela che una media annuale di circa 300.000 immigrati sono entrati clandestinamente negli Stati Uniti tra il marzo 2007 e il marzo 2009. Si tratta questo di un declino di quasi due terzi rispetto ai numeri registrati tra il 2000 e il 2005, quando 850.000 persone in media attraversavano il confine illegalmente ogni anno. È in calo anche il numero di clandestini che vivono permanentemente negli Stati Uniti. Si stima che, nel 2009, circa 11,1 milioni di persone risiedevano nel paese senza permesso, ovvero l’8% in meno rispetto al picco storico di 12 milioni toccato nel 2007.
È quanto mai probabile che questo crollo sia stato causato, soprattutto, dalla profonda e prolungata crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti negli ultimi anni, con il conseguente aumento della disoccupazione, fattori che senz’altro hanno scoraggiato l’arrivo di nuovi flussi migratori e, al contempo, incoraggiato la partenza di molti clandestini che si trovavano già sul suolo statunitense.
È vero anche che, contrariamente a quello che si potrebbe immaginare, l’Amministrazione Obama ha irrigidito le politiche sull’immigrazione, aumentando il numero e la frequenza dei controlli, seppur con strategie diverse da quelle perseguite ai tempi della presidenza di George W. Bush.
Obama si è, fin qui, mosso in due direzioni.
Da un lato, l’Amministrazione ha deciso di abbandonare progressivamente i notori rastrellamenti, autorizzati da Bush e condotti dalle forze dell’ordine, in quei luoghi di lavoro in cui si sospettava la presenza di immigrati illegali, rastrellamenti durante i quali i clandestini venivano arrestati, incarcerati e infine deportati. Invece, Obama ha deciso di affidarsi a controlli sempre più stringenti condotti dal fisco su quei datori di lavoro sospettati di impiegare illegalmente immigrati senza permesso di soggiorno. Il Department of Homeland Security-DHS calcola che il ritmo di controlli fiscali sulle aziende sia quadruplicato rispetto all’ultimo anno della presidenza Bush, avendo portato a termine la revisione della documentazione di 2.875 imprese e avendo imposto un totale di 6,4 milioni di dollari in multe. Nello stesso periodo di tempo, solo 765 lavoratori clandestini sarebbero stati arrestati durante incursioni delle forze dell’ordine sui posti di lavoro, contro i 5.100 presi nel 2008.
Con questo tipo di approccio, il governo spera di scoraggiare le aziende americane che impiegano immigrati illegali, mettendo così un freno anche alle pratiche di sfruttamento economico (stipendi insufficienti, niente assistenza sanitaria, niente pensione) a cui vengono spesso soggiogati i lavoratori che sono negli Stati Uniti clandestinamente.
L’Amministrazione Obama ha anche deciso di prolungare un esperimento del DHS lanciato durante la presidenza di Bush e conosciuto come E-Verify. I datori di lavoro possono verificare, attraverso questo sistema, che il numero di sicurezza sociale presentato loro da lavoratori che fanno domanda per un posto corrisponda alle informazioni contenute nei record ufficiali della Social Security Administration (la quale gestisce i numeri di sicurezza sociale, in sostanza l’equivalente del nostro codice fiscale), così da capire immediatamente se il lavoratore in questione è in possesso davvero di un permesso di soggiorno valido.
Dall’altro lato, il governo americano sta implementando un programma, conosciuto con il nome di Secure Communities, che si pone come obbiettivo quello di deportare con più efficienza gli immigrati clandestini che si siano resi colpevoli di un qualche reato secondo la legge americana. Succede, così, che le impronte digitali degli immigrati che, per qualsiasi ragione, sono arrestati dalle forze dell’ordine, vengono sottoposte immediatamente ai controlli incrociati della Immigration and Customs Enforcement – ICE (l’agenzia del governo incaricata della sicurezza dei confini statunitensi). Coloro che non hanno un permesso di soggiorno vengono immediatamente rimpatriati. Secondo stime rilasciate da DHS, questo sistema sarebbe stato in grado di identificare, fin qui, 240.000 immigrati illegali colpevoli di reati, di cui 30.000 sarebbero già stati deportati.
ICE ha in programma di deportare un totale di circa 400.000 persone durante l’anno fiscale in corso, il che rappresenterebbe un incremento del 10% circa rispetto ai numeri ottenuti dall’Amministrazione Bush nel 2008, e del 25% rispetto al 2007.
Infine, Obama ha deciso di inviare 1.200 soldati della Guardia Nazionale al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Il primo contingente di militari è arrivato a inizio agosto.
Questa strategia aggressiva adottata dall’Amministrazione Obama risponde a necessità che sono, talvolta, contraddittorie. Da un lato, il presidente vuole mostrarsi duro sul tema dell’immigrazione, sperando così di convincere i repubblicani a concedergli qualcosa in cambio, ad esempio la disponibilità a discutere una riforma comprensiva delle leggi sull’immigrazione. Dall’altro, Obama spera anche, mostrando al paese di essere pronto a deportare i clandestini che abbiano avuto problemi con la legge, di rassicurare la popolazione americana sulla sicurezza della nazione, e di poter allentare così i controlli su coloro che, durante i propri soggiorni non autorizzati negli Stati Uniti, si comportano in maniera (per il resto) rispettosa della legge.
Parte della riforma voluta dai democratici, infatti, su cui i repubblicani si rifiutano di trovare un compromesso, prevederebbe una serie di nuove aperture legali che consentirebbero ai circa 11 milioni di immigrati clandestini che si trovano sul territorio americano oggi di ottenere, in un modo o nell’altro, un permesso di soggiorno subito e, in futuro, anche la cittadinanza statunitense. Fra le proposte più recenti vi è quella del Dream Act (Development, Relief and Education for Alien Minors Act), lanciata dai democratici l’anno passato. Questa legge offrirebbe un permesso di soggiorno di sei anni, che può poi essere convertito in uno permanente, agli studenti delle scuole superiori americane che siano arrivati nel paese illegalmente, portati dai genitori quando ancora erano minori, e che, nei sei anni a disposizione, siano intenzionati a ottenere un titolo di studio universitario. L’Amministrazione Obama vorrebbe inoltre espandere il cosiddetto Guest Workers Program, proposta già sostenuta da George W. Bush, che consentirebbe alle aziende americane di sponsorizzare un visto triennale per i lavoratori non specializzati che siano impiegati nei settori agricolo e industriale.
Nonostante gli sforzi dell’Amministrazione, e nonostante, come si è visto, il numero di clandestini che risiedono in America o che vi arrivano illegalmente sia in netto calo, il Presidente Obama non solo non pare in grado di convincere il Congresso a far passare una legge comprensiva sull’immigrazione, ma è anche sotto il fuoco incrociato sia dei conservatori che dei progressisti.
La destra americana si lamenta del fatto che l’amministrazione è troppo soft sulla questione illegalità, la sinistra si preoccupa invece della violazione dei diritti degli immigrati.
In particolare il programma Secure Communities è guardato con un certo sospetto dai liberal americani in quanto pericolosamente simile alla legge recentemente approvata in Arizona (la SB-1070), la quale impone alle forze dell’ordine locali il dovere di controllare i documenti di immigrazione di chiunque sia fermato in flagranza di reato.
L’Amministrazione Obama ha fatto ricorso contro questa legge, sulla base del fatto che l’Arizona violerebbe così il potere, esclusivamente federale, di regolare le attività di confine e i flussi migratori, e la legge è stata, per il momento, sospesa da un giudice.
Eppure, leggi simili a quella dell’Arizona sono già state proposte in altri venti stati dell’Unione, e molti candidati alle elezioni midterm di novembre, soprattutto repubblicani, ma non solo, stanno spingendo sulla questione immigrazione in quanto estremamente popolare a livello dell’elettorato, in particolare tra le fila del sempre più influente Tea Party Movement. Tra i conservatori c’è addirittura chi vorrebbe modificare una clausola del 14mo Emendamento della Costituzione americana, privando i figli di immigrati clandestini del diritto alla cittadinanza, che al momento viene concessa automaticamente a tutti i bambini nati sul suolo statunitense.
Mentre continuano all’infinto le diatribe tra democratici e repubblicani, a questo punto è sempre più probabile che, invece, sia una seconda fase di recessione economica, che sembra destinata a colpire gli Stati Uniti nei prossimi mesi, a risolvere la questione in maniera definitiva, convincendo un numero ancor più grande di stranieri a starsene, o a tornarsene, a casa di propria sponte.