Archive for the ‘Il Voto delle Minoranze’ Category
Midterm: paura e delirio in America
Washington D.C. – A cinque giorni dalle elezioni midterm del due novembre emerge, sullo sfondo del ciclo elettorale più costoso della storia (si calcola che la campagna 2010 possa arrivare a costare quattro miliardi di dollari), l’immagine di un’America disillusa, sfiduciata, impaurita e confusa rispetto alle tribolazioni che il mondo globalizzato di oggi impone anche al paese più ricco del mondo. Questa rabbia, che fin qui sembra incapace di produrre soluzioni tangibili per il futuro del paese, non può che contribuire a una vittoria repubblicana, giacché il GOP si trova oggi in minoranza e, di conseguenza, un voto di protesta diventa automaticamente, in un sistema bipartitico quale quello statunitense, un voto per l’opposizione.
Per avere un’idea dello stato di ansia in cui vivono quotidianamente centinaia di milioni di Americani, basta consultare i risultati di un sondaggio condotto questa settimana dal Washington Post. Il 53% degli intervistati dichiara di essere preoccupato di non avere i soldi per pagare l’affitto o il mutuo.
I cittadini americani sono ancora sotto shock per il crollo del venerato sistema finanziario di Wall Street e non comprendono le ragioni di un tasso di disoccupazione che rimane ostinatamente sopra il 9,5%. Gli elettori sono sempre più spaventanti dal prolungarsi della crisi del mercato immobiliare e sempre più intimiditi dal continuo aumento del deficit di bilancio, in cui, probabilmente, riconoscono i propri, detestati, debiti personali, accumulati in decenni di credito facile e il cui peso, ora, li distrugge. Delusi dello stato delle cose, non sono molti gli Americani disposti a credere all’argomentazione dell’Amministrazione Obama secondo cui la situazione sarebbe stata ancora peggiore se non fosse stato per l’intervento del presidente. Poco importa che economisti di fama internazionale diano ragione al governo. Impazienti, gli elettori non vogliono sentirsi dire che il pacchetto di stimolo economico, il salvataggio dell’industria automobilistica e la riforma sanitaria sono investimenti importanti per il lungo-periodo e che, prima di giudicare il lavoro di questa Casa Bianca, sarebbe meglio attendere altri due anni.
Risucchiati dal vortice elettorale che, imponendo elezioni ogni due anni, costringe il paese a vivere in un costante clima di campagna elettorale in cui l’unico orizzonte importante è il breve-periodo, una maggioranza di Americani sembra di nuovo pronta, come lo era del resto due anni fa, a ricominciare tutto da capo, anche a costo di ridare il potere ai repubblicani. Questa scelta ha un che di auto-lesionista, considerato come i rappresentanti del GOP al Congresso godano di una reputazione ancor più negativa dei colleghi democratici (il tasso di disapprovazione dei parlamentari del Partito Repubblicano si aggira sul 67% contro il 61% dei rappresentanti del Partito Democratico). Se si considera, però, l’emergere del Tea Party e il fatto che, già nelle primarie, molti candidati dell’establishment repubblicano sono stati sconfitti da avversari spesso inesperti, ma sostenuti da questo movimento di attivisti conservatori, si capisce allora che il voto di protesta non è diretto esclusivamente ai democratici, ma alla classe politica tutta.
Purtroppo per la salute economica e politica degli Stati Uniti, questa ondata di rabbia ha preso la forma di un pasticcio populista, alla cui guida si sono posizionati personaggi improbabili, si pensi a Glenn Beck e a Sarah Palin, e la cui base, forse inconsapevolmente, dice di battersi contro la corruzione e il potere di quegli stessi banchieri, industriali, corporation e politici di lunga data che, guarda caso, stanno finanziando generosamente il movimento (non è un segreto che l’esperienza politica di Karl Rove, consigliere dell’ex presidente George W. Bush, e i soldi del gruppo industriale dei fratelli Koch e della Camera di Commercio, che rappresenta, fra gli altri, anche la Rolls Royce, siano dietro al movimento “dal basso” del Tea Party.) Da questo calderone di paradossi politici, in cui ci si preoccupa della Cina e dell’immigrazione illegale, senza però offrire soluzioni praticabili, emerge un messaggio semplicistico ma irresistibile, ovvero che il governo deve diminuire il carico fiscale e pareggiare il bilancio senza tagliare i servizi.
Data la capacità del GOP di assorbire rapidamente nelle file del partito anche l’attivismo populista e di estrema destra, ecco allora che, martedì prossimo, i repubblicani riprenderanno il controllo della Camera (si calcola che il GOP otterrà un miglioramento netto di 50-55 seggi, quando 39 sarebbero sufficienti per garantirsi la maggioranza). Secondo Nate Silver del blog FiveThirtyEight, che sviluppa modelli statistici accorpando gli studi condotti da altri sondaggisti, il GOP ha oltre l’80% di possibilità di aggiudicarsi la maggioranza dei deputati.
Al Senato, invece, nonostante si preveda un miglioramento della posizione relativa del Partito Repubblicano, i democratici dovrebbero essere in grado di mantenere la propria maggioranza, che sarà, però, assai più risicata (Nate Silver calcola in circa il 12% la probabilità che i repubblicani possano conquistare il Senato). Questo ha a che vedere con il fatto che, mentre la Camera viene rinnovata nella sua interezza nelle midterm, al Senato sono in palio solo 37 seggi. Inoltre, nelle campagne elettorali per il Senato, giacché i senatori sono personalità meglio conosciute dei colleghi deputati, l’individualità dei candidati in corsa è più rilevante, e le bizzarrie che hanno caratterizzato le celebrità del Tea Party, da Joe Miller in Alaska a Christine O’Donnell in Delaware a Ken Buck in Colorado, finiranno per costare al GOP una serie di seggi che, altrimenti, sarebbero stati facilmente agguantabili.
In generale, le midterm 2010 non porteranno buone notizie all’Amministrazione Obama. Bisogna, però, stare attenti a trarre conclusioni estreme sull’impatto di questa elezione nel lungo-periodo, ad esempio proiettando l’umore dell’elettorato oggi sulle presidenziali del 2012. Che il partito di governo, in particolare in una situazione in cui i democratici controllano Casa Bianca, Senato e Camera, soffra delle perdite, anche sostanziali, nelle elezioni di metà mandato è considerato un prodotto fisiologico dell’alternanza democratica. Va ricordato, inoltre, che il Presidente Obama ha, oggi, circa lo stesso tasso di approvazione che il predecessore Bill Clinton aveva nel 1994 (43%). Anche allora le midterm furono una disfatta per i democratici, ma quella sconfitta non impedì a Clinton di essere rieletto nel 1996.
Di certo i democratici dovranno riaggiustare la mira. Il presidente, in particolare, dovrà decidere se aprirsi a un dialogo più produttivo con l’opposizione repubblicana, o, invece, se rimanere sulle posizioni di oggi, accusando il GOP di un’opposizione cieca e sperando che, nel novembre 2012, gli elettori si rechino alle urne pensando al Partito Repubblicano come al “partito del no”. In parte, le modalità con cui i democratici decideranno di ricalibrare la propria agenda legislativa dipenderanno dalla performance dei propri candidati la settimana prossima. I democratici più a rischio, infatti, sono quelli più moderati. Il che significa che una grossa vittoria repubblicana renderebbe il Partito Democratico più limitato in numero, ma più coeso su posizioni progressiste, mentre un improbabile recupero democratico in zona cesarini equivarrebbe a un Partito Democratico più numeroso ma più frammentato, in cui in tanti si considerano conservatori e in disaccordo con il presidente.
Qualunque siano i risultati del voto, e nonostante vadano considerati un verdetto solo parziale sulla condizione politica degli Stati Uniti, le elezioni di martedì avranno comunque conseguenze di lungo periodo e costringeranno i due partiti maggiori a confrontarsi, entrambi, con una base di elettori sempre più irrequieta.
Il GOP dovrà cercare di incorporare e simultaneamente domare il Tea Party, approfittando dell’appeal popolare di questo movimento per raggiungere quei gruppi di elettori delusi dai politici tradizionali, ma assicurandosi che le sue manifestazioni più estreme, che spaventano i repubblicani moderati, siano marginalizzate. I democratici, intanto, dovranno fare in conti con dati elettorali come quelli che emergono da un sondaggio di New York Times/CBS. Pare, infatti, che, in questo ciclo elettorale, il partito del presidente abbia perso il proprio tradizionale vantaggio con le elettrici donne, i cattolici, i lavoratori e gli indipendenti. Se, come previsto, le donne voteranno in maggioranza per i candidati repubblicani alla Camera, sarebbe questa la prima volta dal 1982.
Per finire, una nota importante sull’accuratezza dei sondaggi, su cui sono fondate tante delle riflessioni che si leggono in questi giorni: Nate Silver ci avverte che spostare anche solo di due punti percentuali le previsioni di voto in favore dei repubblicani o dei democratici cambia significativamente i modelli statistici. Se l’elettorato dovesse, martedì, concedere due punti percentuali in più di quelli previsti ai democratici, il partito dell’asinello manterrebbe la maggioranza anche alla Camera. Due punti percentuali in più per i repubblicani, invece, e il GOP conquisterebbe 65 seggi, non 53 come predetto dal modello di Silver.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Immigrazione – l’Amministrazione Obama fa causa all’Arizona
Washington D.C. – Il Ministero della Giustizia Americano ha deciso martedì di aggiungere il proprio nome all’elenco di organizzazioni, dall’American Civil Liberties Union (ACLU) al Mexican American Legal Defense and Educational Fund, già in causa con l’Arizona per via della legge sull’immigrazione approvata dall’Assemblea di Stato, e firmata dal Governatore Jan Brewer, questa primavera.
La legge stabilisce il reato di immigrazione clandestina e impone alle forze dell’ordine di controllare la documentazione di tutti coloro che vengano fermati per altre questioni ma che abbiano l’aria di chi è entrato nel paese illegalmente. I sostenitori della legge (in Arizona sono favorevoli sia i repubblicani che anche molti democratici) sono convinti che questa misura è necessaria per frenare un flusso migratorio illegale ormai fuori controllo. I critici, invece, vi intravedono solamente l’opportunità, per le autorità locali, di discriminare sulla base di tratti razziali, in particolare contro la popolazione, legale o meno, di origini messicane. L’Arizona, infatti, confina con il Messico e la presenza nello stato di un numero sempre crescente di abitanti di origine ispaniche, un po’ come fu il caso dell’idraulico polacco nel referendum francese per il Trattato di Lisbona, è uno dei temi più sentiti della campagna elettorale di quest’anno, in particolare, naturalmente, dall’ala conservatrice dell’elettorato.
La causa presentata martedì dal Ministero della Giustizia contesta la costituzionalità della legge approvata in Arizona. Secondo il Ministero, la Costituzione americana affida esclusivamente al governo federale l’autorità di regolare i confini, e quindi anche i flussi migratori, degli Stati Uniti. L’Arizona non può, dunque, riservarsi il diritto di stabilire norme separate sull’immigrazione.
Non solo. Dirottando verso l’implementazione della nuova legge risorse federali quali la Guardia Nazionale, l’Arizona le sottrarrebbe illegittimamente a altre funzioni più importanti, quali la prosecuzione di sospettati di terrorismo e di stranieri con un passato criminale comprovato. Questo, secondo il Ministro della Giustizia Eric Holder, “avrà un impatto negativo sulla sicurezza dell’intero paese”.
Il governo federale spera anche, presentando questa causa, di scoraggiare quegli altri stati di confine che stanno considerando la possibilità di seguire l’esempio dell’Arizona, vagliando l’opportunità di passare leggi simili anche nei propri territori. “La Costituzione e le leggi federali che regolano l’immigrazione non permettono l’emergere di una collezione di politiche statali e locali che siano diverse in ogni angolo del paese”, recita il documento presentato al tribunale dal Ministero.
Il governo ha così richiesto un’ingiunzione della corte affinché la legge non entri in vigore in Arizona nella data prevista del 29 luglio.
Alle origini del dibattito sempre più infuocato sull’immigrazione clandestina sta l’incapacità del governo federale di Washington di passare una riforma comprensiva, attesa ormai da anni, dell’attuale sistema che regola i flussi migratori. Proprio perché si tratta di un tema su cui le controparti fanno fatica a trovare un accordo, le promesse elettorali di riforma vengono regolarmente dimenticate e le proposte di legge effettivamente presentate al Congresso ignorate. Questo approccio inefficacie lascia scontenti tutti, sia gli immigrati clandestini, che ormai vivono e lavorano negli Stati Uniti da anni e chiedono che gli venga data la possibilità di regolarizzarsi e di prendere la cittadinanza, sia i cittadini americani preoccupati che il numero di coloro che entrano nel paese illegalmente ecceda le capacità di assorbimento degli Stati Uniti.
Una mancanza politica da parte di Washington, questa, che dà spazio a tipi alla Jan Brewer, ovvero a quei politici del Far West che non si fanno problemi a regolare l’immigrazione nello stile di O.K. Corall.
Senza dubbio, la nuova rilevanza assunta in queste ultime settimane dalla questione immigrazione, in particolare negli stati del grande Sud, va attribuita non solo alla legge approvata in Arizona, ma anche all’avvicinarsi delle elezioni midterm. Sia i repubblicani che i democratici sperano di trarre un vantaggio elettorale dall’esito di questo dibattito. Il GOP pensa a conquistarsi gli elettori bianchi intimiditi dall’idea dell’immigrazione clandestina, il Partito Democratico si rivolge invece al sempre crescente blocco di elettori di origini ispaniche, molti dei quali sono giustamente indignati da questo tipo di politiche.
Guarda caso, prende nota il blog di politica e statistica FiveThirtyEight, Jan Brewer si è rapidamente trasformata da improbabile governatore a star del movimento conservatore, non solo nella propria natia Arizona, ma sempre più anche in una serie di stati vicini. I candidati alle primarie repubblicane in Alabama, South Carolina e Georgia, hanno cominciato a litigarsi il sostegno di Brewer, oggi diventato una carta vincente negli ambienti di destra.
Il tribunale di Phoenix dovrà ora decidere della costituzionalità della legge. Nel frattempo, il tema immigrazione rimarrà al centro della campagna per le midterm, visto il suo importante valore elettorale. Parlarne è facile, non altrettanto adoperarsi per risolvere la questione. Rimane dunque improbabile che il governo federale o il Congresso si mettano davvero in moto per arrivare a una riforma seria del sistema. Nella realtà dei fatti, il popolo americano ha opinioni in proposito molto divergenti e, sia per i repubblicani che per i democratici, trovare un compromesso su questa questione rischia di causare più danni che benefici.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Obama e il lavoro sul campo in Virginia
La campagna elettorale del Senatore dell’Illinois ha aperto oltre 50 uffici in giro per lo stato e impiega oltre 250 dipendenti pagati. A cui vanno aggiunti le migliaia di volontari e tutti coloro che operano in parallelo alla campagna ufficiale di Obama. Ad esempio Teya Kelley.
Teya e’ una sindacalista che normalmente lavora a Washington DC per SEIU, Service Employees International Union (il sindacato dell’industria alberghiera ad esempio). Dai primi di settembre, assieme ad altre decine di impiegati del sindacato, Teya e’ diventata un’inviata speciale e ha deciso di trasferirsi a Virginia Beach, nel sud est della Virginia, in una delle contee che potrebbero decidere le elezioni.
“La campagna non fa altro che ripetere che questa e’ la contea decisiva dello stato decisivo”, mi ha detto Teya, che sono andata a trovare mentre andava porta a porta sotto la pioggia questo sabato.
Nei giorni lavorativi, stipendiata dal sindacato che le paga anche l’alloggio e la macchina a nolo, Teya ha girato per la contea registrando nuovi elettori e, finito il periodo in cui era consentita la registrazione, ora sta tornando a trovare i nuovi registrati per educarli al voto e dargli tutte le informazioni pratiche necessarie, dall’indirizzo del seggio all’orario d’apertura.
Visto che i sindacati possono ufficialmente dichiarare il proprio sostegno per un candidato, ma non possono pagare i propri dipendenti perche’ facciano campagna elettorale per tale candidato, si sono trovate modalita’ diverse di aiutare la candidatura di Obama. SEIU, ad esempio, concentra i propri sforzi di registrazione di nuovi elettori nei quartieri a basso redditto e sorpattuto afro-americani, tradizionalmente piu’ inclini a votare democratico. Il compito del sindacalista, pero’, deve essere rigidamente bipartisan: “Mi e’ capitato varie volte di dover registrare un repubblicano”, mi ha raccontato Teya mostrando un certo fastidio.
Nel weekend, invece, libera dall’incarico ufficiale con SEIU, Teya si dedica al volontariato per Obama for America. In queste ultime settimane prima del voto, il lavoro dei volontari sul campo si concentra sui distretti piu’ sicuri. Si va porta a porta a assicurarsi che gli elettori democratici vadano a votare. E nel frattempo si cerca di reclutare altri volontari, cosi’ da rimpolpare ulteriormente le file gia’ massiccie della squadra di Obama.
Virginia Beach e’ la sede della Marina americana per tutto l’Atlantico e il Mediterraneo. E’ la piu’ grande base navale al mondo. Sei portaerei nucleari sono attraccate al largo della costa. In un cantiere fuori citta’ si costruiscono altre portaerei nucleari. Di conseguenza, il complesso industriale militare e’ il fulcro dell’economia della regione e anche la ragione principale della presenza di un contingente solitamente maggioritario di conservatori.
Nonostante alcuni quartieri di Virginia Beach siano stati vinti da George W. Bush nel 2004 con oltre il sessanta percento delle preferenze, la vicina Norfolk e’ andata a Kerry e vi sono aree di Virginia Beach stessa con una prevalenza di afro-americani. Quest’anno Obama spera di vincere lo stato e sa che la vittoria dipende da due considerazioni: Innanzitutto deve cercare di mitigare la sconfitta nelle zone tradizionalmente repubblicane. In secondo luogo, i democratici devono travolgere McCain nelle zone da sempre piu’ progressiste.
Affinche’ i democratici possano ottenere questo risultato, il fattore fondamentale in Virginia, piu’ che la conversione degli indecisi, sara’ la partecipazione al voto, in particolare da parte degli afro-americani e delle famiglie a reddito piu’ basso che per anni non sono andati a votare consapevoli che comunque lo stato sarebbe andato ai repubblicani.
La giornata passata a bussare sulle porte degli elettori con Teya ne e’ stata prova. Le liste di indirizzi che i democratici danno ai propri canvasser sono gia’ state controllate piu’ e piu’ volte. Alcune delle persone che ci hanno aperto la porta hanno lamentato il fatto che la campagna di Obama li aveva gia’ contattati in almeno altre tre occasioni. I repubblicani sono stati tolti dall’elenco e gli indecisi rimangono su liste separate che vengono utilizzate per diffondere un messaggio diverso da quello che Teya ha portato in giro sabato. La maggior parte della forza lavoro di Obama si dedica, nelle ultime settimane prima del voto, a convincere i propri sostenitori a andare a votare “rain or shine” (che sia bel tempo o che piova).
In una giornata di tempo grigio e umido, in cui stare all’aperto fa davvero poca voglia, Teya cammina per ore sotto la pioggia e bussa su circa sessanta porte. Riesce a reclutare cinque nuovi volontari che a partire dall’indomani si offrono di partecipare alle operazioni di mobilitazione democratica, replicando quello che Teya fa da due mesi. Quando puo’, Teya racconta della possibilita’ del voto anticipato, ad esempio a una giovane recluta che deve partire per l’addestramento questo martedi’ e dunque non potra’ recarsi ai seggi il 4 novembre e a una signora con una gamba rotta. Nonostante questo sia un quartiere misto di bianchi e neri, quelli con cui parliamo sono tutti afro-americani. Molti di loro non hanno votato nel 2004. Tutti sembrano assolutamente intenzionati a non mancare a quello che Teya chiama “l’appuntamento con la storia”. Se cosi’ sara’ davvero, Obama potrebbe mettere le mani su uno stato del sud che non vota democratico dal 1968.
Frodi elettorali o soppressione del voto
Washington DC – La battaglia più recente dei repubblicani d’America per tentare di delegittimare un’eventuale vittoria di Barack Obama viene combattuta sul terreno della frode elettorale. Secondo l’opinione di tanti politici e esperti di tendenze conservatrici, il sistema di voto degli Stati Uniti è sotto attacco. Il colpevole? Una serie di organizzazioni non-profit, e spesso progressiste, che si sono mobilitate per registrare nuovi elettori in giro per il paese, come per altro accade a ogni ciclo elettorale. Siccome alcuni di questi nuovi elettori, in realtà, non hanno diritto di voto, l’autenticità del risultato elettorale sarebbe a rischio, così come il valore stesso della democrazia americana.
Lo scandalo più recente, e che ha occupato le prime pagine dei quotidiani americani negli ultimi giorni, è quello di ACORN, un movimento indipendente e non affiliato con alcun partito che, fra le altre cose, paga dei collaboratori affinché vadano porta a porta a registrare persone che ne avrebbero diritto ma che non hanno mai votato. Bisogna ricordarsi, infatti, che negli Stati Uniti il tesserino elettorale non viene distribuito automaticamente ai cittadini sopra i 18 anni di età, bensì bisogna farne richiesta, completando un modulo apposito. Ebbene, alcuni dei collaboratori pagati di ACORN avrebbero registrato al voto cittadini fittizi con nomi quali Mickey Mouse e Donald Duck, così da consegnare ai propri superiori il numero di nuovi elettori che gli era richiesto da contratto.
John McCain ha definito le azioni di ACORN “forse la più grossa frode elettorale nella storia di questo paese, frode che potrebbe arrivare a distruggere il tessuto della nostra democrazia.” John Fund, opinionista del Wall Street Journal, sostiene una tesi simile nel libro di recente uscita dal titolo Stealing Elections: How Voter Fraud Threatens our Democracy. Con un resoconto dettagliato e ricco di episodi emblematici, Fund cerca di portare all’attenzione del pubblico la fragilità del sistema di voto americano proprio attraverso la lente della frode elettorale.
“Il nostro paese sta attraversando momenti difficili e abbiamo bisogno di un Presidente che abbia piena autorità”, ha detto Fund alla presentazione del libro organizzata lunedì da Heritage Foundation, un centro di ricerca di Washington DC vicino alla destra repubblicana. “Se sarà un esercito di avvocati, anziché le urne, a decidere il voto del 4 novembre, questo potrebbe creare problemi di governabilità”, ha continuato il giornalista riferendosi naturalmente al ri-conteggio dei voti che fu cominciato in Florida a conclusione del voto del 2000 e che fu poi interrotto dall’intervento della Corte Suprema. Nel 2008, insiste l’opinionista del Wall Street Journal, il caso ACORN “crea un’atmosfera di cinismo e sfiducia, mina la legittimità delle elezioni e fa sì che sia più difficile convincere la gente che il loro vota conta come quello di tutti gli altri”.
Secondo Fund, l’esempio più eclatante di come il desiderio eccessivo di alcune parti della sinistra americana di aumentare la partecipazione elettorale negli Stati Uniti finisca per minare le fondamenta della democrazia è rappresentato dall’elezione del Governatore dello Stato di Washington del 2004. La democratica Christine Gregoire fu dichiarata vincitrice per soli 129 voti sul repubblicano Dino Rossi, e solamente al terzo conteggio dei voti. Nei primi due era stato Rossi a emergere in testa. Con un risultato così incerto, l’elezione di Gregoire fu, nell’opinione di Fund, resa poco credibile dai voti illegittimi di residenti deceduti e di carcerati (che in molti stati dell’Unione sono privati del diritto di voto a vita), resi possibili dalle attività di organizzazioni quali ACORN, e che furono in eccesso delle 129 schede che fecero la differenza fra i candidati. In realtà va detto che queste accuse non sono mai state completamente comprovate.
Al di là del fatto che la frode elettorale è comunque e sempre un affronto alla democrazia di un paese, in cui ogni cittadino ha diritto a un, e un solo, voto, ci sono alcune cose che i repubblicani non dicono. Innanzitutto, nel caso specifico di ACORN, l’esistenza di questi errori di registrazione di nuovi elettori non significa in alcun modo che si verificheranno casi di schede illegittime. Le liste elettorali vengono purgate prima del voto dagli uffici elettorali, per cercare di evitare irregolarità sul genere di Mickey Mouse. Inoltre, nel momento in cui un elettore si reca a votare, i responsabili dei seggi devono eseguire un controllo sull’identità del cittadino in questione.
In secondo luogo, l’ossessione dei repubblicani, che si concentrano quasi esclusivamente su casi di doppio voto o di voto illegittimo, tralascia un secondo, e più preoccupante, aspetto della vicenda, ovvero la soppressione del voto degli aventi diritto. Il caso della Florida nel 2000 è un’illustrazione di questo secondo problema più che del primo. Nel Sunshine State, ad esempio, molti elettori furono privati del proprio voto semplicemente perché avevano nomi simili a quelli di carcerati.
Queste due facce della medaglia, frode elettorale e soppressione del voto, rispecchiano le filosofie fondanti i due partiti maggiori, così come i rispettivi interessi elettorali. Il Partito Repubblicano, da sempre, considera il voto un privilegio più che un diritto. In questa ottica i cittadini devono “meritarsi” la scheda. Di conseguenza, è normale richiedere agli elettori di essere sufficientemente informati e desiderosi di esprimere la propria opinione da affrontare il percorso burocratico, talvolta difficoltoso, della registrazione. Del resto, il Partito Repubblicano è il partito della classe medio-alta, dei bianchi madre-lingua inglese, e dagli alti livelli d’istruzione. Gli elettori repubblicani votano in percentuali più elevate dei democratici e sono raramente vittime di discriminazione ai seggi. È naturale, quindi, che costoro non si preoccupino tanto di garantire l’accesso al voto di terzi, quanto di prevenire frodi elettorali a qualsiasi costo.
Al contrario, il Partito Democratico rappresenta gli americani meno abbienti e le minoranze etniche che lavorano il doppio turno all’ospedale e non hanno tempo di recarsi alle urne. E ancora, i figli d’immigrazione recente che non parlano inglese in maniera fluente, non conoscono i meccanismi del sistema elettorale statunitense e dunque non sanno come fare a registrarsi e finiscono per non votare. Difensori dell’ideale che il voto è un diritto di tutti e che l’accesso al processo elettorale debba essere reso più facile, e non più difficile, i democratici si impegnano sempre molto sul fronte della registrazione di nuovi elettori, cercando di raggiungere coloro che altrimenti non verrebbero mai coinvolti. Il loro obiettivo è allungare le liste elettorali il più possibile, anche a costo di qualche piccola frode commessa a margine.
In sostanza, il dibattito sul funzionamento del sistema elettorale, che viene spesso fatto passare come una disquisizione legal-giuridica, in realtà non è altro che uno tra gli scontri politicamente più accesi del dibattito pubblico americano. Tutto si riduce a una domanda fondamentale: l’accesso al voto deve essere reso più facile o più difficile? La risposta normalmente rivela con una certa precisione l’appartenenza di un americano all’uno o all’altro partito e la probabilità che costui si trovi, il giorno delle elezioni, ai seggi a contestare il voto di chi è registrato o per le strade a registrare chi ancora non lo è.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
La demografia e’ democratica
Mentre i democratici fanno fatica con i lavoratori bianchi in genere, la loro performance migliora nettamente se si considerano esclusivamente i lavoratori bianchi che abbiano una laurea o almeno abbiano completato un paio d’anni d’universita’ prima di entrare nel mondo del lavoro. Costoro rappresentano una parte crescente della popolazione, non tanto perche’ siano aumentati gli iscritti all’universita’, ma perche’, con gli anni, molti di coloro che non avevano raggiunto livelli superiori di istruzione sono andati in pensione.
In secondo luogo, i cittadini americani appartenenti a una delle minoranze etniche, in particolare gli ispanici, sono sempre di piu’. I democratici ricevono il sostegno della gran parte di costoro gia’ da tempo e, negli ultimi cicli elettorali, hanno persino migliorato le proprie percentuali. Nel 2004 il partito dell’asinello godeva di un margine di 19 punti nelle preferenze degli ispanici sul partito dell’elefante. Secondo i rilevamenti statistici condotti fin qui, nel 2008 questo margine sarebbe praticamente raddoppiato, arrivando a toccare quota 38 punti. Va sottolineato che gli elettori appartenenti a una minoranza etnica stanno diventando un numero sempre maggiore in stati quali il Nevada, l’Arizona, il Colorado, la Florida, il New Mexico e la Virginia, ovvero quasi tutti gli stati piu’ competitivi.
Terzo, le aeree metropolitane americane stanno aumentando di dimensione e le citta’ sono da sempre roccaforte democratica. L’Ohio e’ un caso emblematico, con Columbus e Cleveland che godono di una crescita piu’ elevata della media dello stato e che hanno una popolazione cospicua di laureati e/o di minoranze. Non a caso, a Columbus si e’ osservato uno spostamento di 22 punti percentuali in direzione del Partito Democratico.
Infine, in particolare in Ohio, in Colorado e in Florida, le aeree che stanno soffrendo di una diminuzione della popolazione — soprattutto le campagne — hanno dato segni di un’ulteriore spostamento verso destra, mentre le aeree urbane in espansione stanno andando a sinistra.
Secondo Ruy Teixeira, uno degli autori dello studio presentato venerdi’ al National Press Club di Washington DC, “se tutto questo si dimostrera’ vero, se assieme alla vittoria nelle presidenziali i democratici riusciranno a eleggere molti giovani deputati al Congresso e se riusciranno poi a rinforzare la propria posizione con le elezioni mid-term del 2010, allora questa del 2008 potrebbe davvero essere un’elezione storica,” quale quella del 1932, o quella del 1980 , che porto’ l’America decisamente in direzione repubblicana.
Nel frattempo, se volete capire cosa succedera’ il 4 novembre a livello nazionale, tenete un occhio sulla contea di Osceola, nella Florida centrale, tra Tampa Bay e Orlando. Negli ultimi otto anni la popolazione di Osceola e’ cresciuta del 48%, in particolare questo e’ vero per il numero di cittadini appartenenti a minoranze etniche. Nel 2000 la conquisto’ il democratico Al Gore, ma nel 2004 se la riprese il Presidente in carica George W. Bush. E quest’anno?
L’America cambia faccia
Washington DC – Secondo dati che stanno per essere pubblicati dal US Census Bureau, a partire dal 2042 gli americani di razza bianca non rappresenteranno piu’ la maggioranza del paese. La nomination di Obama: una svolta monumentale nella storia americana
Michael B. Katz è Professore di Storia all’Università di Pennsylvania ed è considerato uno dei più importanti esperti del welfare, della povertà e dell’ineguaglianza in America. Il Professor Katz ha parlato con Valentina Pasquali di razzismo e di come potrebbe influenzare la campagna elettorale del candidato democratico Barack Obama.
Centro di Formazione Politica (CFP): Si è fatto un gran parlare, ultimamente, del problema di Barack Obama con gli elettori bianchi e a basso reddito. Lei pensa che questo sia vero a livello nazionale, o invece si tratta solamente di difficoltà che Obama incontra in regioni specifiche?
Michael Katz (MK): La mia impressione è che sia un problema generale, ma ho il sospetto che il problema si acuisca in alcune aeree, come ad esempio nelle campagne e nel sud del paese. In sostanza, quei luoghi che hanno una storia di schiavitù alle spalle, dove il razzismo permane, in particolare tra coloro che hanno livelli più bassi di educazione.
CFP: A suo parere, che effetto avranno questi problemi sulle elezioni generali di novembre e sulla lotta contro John McCain? Pensa sia qualcosa di cui il Partito Democratico dovrebbe preoccuparsi seriamente?
MK: Penso che, considerato che Obama ha ottenuto il maggior numero di delegati, la dirigenza del partito si schiererà compatta con lui e si metteranno tutti a sua disposizione per cercare di costruire una base elettorale più solida laddove Obama si è mostrato più debole. Per quanto riguarda i lavoratori bianchi a basso reddito che paiono ostili ad Obama, l’influenza di costoro nelle elezioni generali dipenderà dallo stato in cui vivono, dalla percentuale della popolazione che rappresentano e, naturalmente, dipenderà dal fatto che vadano o meno a votare. Alla fine, queste persone dovranno chiedersi se vogliono davvero votare per un repubblicano, considerata la situazione del paese oggi, fra la guerra in Iraq, l’economia, il prezzo del petrolio, la crisi del mercato immobiliare. Io penso che gli verrà davvero difficile fare una scelta di questo genere. Sono convinto che queste saranno elezioni davvero complicate; da un lato ci sono i lavoratori bianchi e tradizionalmente democratici che potrebbero votare repubblicano. Dall’altro bisogna considerare che ci sono anche i repubblicani insoddisfatti che potrebbero scegliere il candidato democratico. È possibile che ci sarà una diminuzione nella partecipazione al voto dei lavoratori bianchi, allo stesso tempo però ci sarà un incremento clamoroso del voto dei giovani e degli afro-americani. Obama ha mostrato un talento incredibile nel mobilitare la gente.
CFP: Quanto nero è Barack Obama?
MK: Non si tratta di quanto Obama sia nero, piuttosto di quanto Obama sia street (ovvero afro-americano di strada). Indubbiamente Obama non è street. Obama è un americano articolato, bello, dai titoli di studio prestigiosi. Secondo me, la maggior parte degli Americani che non si fiderebbero di Jesse Jackson, non dovrebbero invece avere problemi con Obama.
CFP: Considerata proprio la sua storia personale e il suo profile inusuale, pensa che sia giusto considerare Barack Obama come il simbolo di un vero cambiamento in America, della fine dell’epoca di segregazione e discriminazione? O invece dovremmo vederlo piuttosto come un’eccezione?
MK: Penso sinceramente che la sua candidatura segni uno sviluppo monumentale nella storia di questo paese, perchè, anche se è vero che Obama ha una madre bianca, è comunque visto dal pubblico come un afro-americano. Il fatto che un uomo di colore abbia possibilità reali di diventare il prossimo presidente è assolutamente clamoroso, qualcosa che dieci anni fa non mi sarei mai sognato di vedere nel corso della mia vita. Chiaramente però poteva solo succedere con un nero americano che possiede le caratteristiche di Obama, dunque dall’oratoria raffinata e dagli alti livelli di educazione. Non avrebbe mai potuto essere qualcuno come Al Sharpton.
CFP: Cosa pensa la comunità afro-americana di Barack Obama? Ci sono dubbi a proposito della sua vera identità causati proprio dal profilo razziale misto, dal suo passato internazionale e dai suoi titoli di studio ricevuto dalle università più prestigiose?
MK: C’è stata un po’ di discussione a proposito di questo all’inizio, sul fatto che Obama non fosse abbastanza nero. Però poi la gente si è abituata. La popolazione afro-americana in generale, in realtà, ha origini complesse e per la maggior parte miste e la visione omogenea che se ne dà è semplicistica e razzista.
CFP: Per concludere, quali saranno gli ostacoli più difficili da superare per Barack Obama nella corsa verso la Casa Bianca?
MK: Devo dire di condividere alcune delle preoccupazioni mostrate da tante persone che Obama possa diventare il bersaglio di un attentato. In parte questo è vero per tutti i presidenti o candidati alla presidenza, ma lo è ancor di più per alcuni tra essi. Esistono in questo paese dei razzisti fondamentalisti. Basti pensare a come vengono trattati quei dottori che praticano l’aborto, come vengono attaccati dai gruppi anti-abortisti. Non penso affatto che queste paure dovrebbe convincerlo a non partecipare o convincere la gente a non sostenerlo. Spero solo che la sua sicurezza personale sia sufficientemente garantita.
In secondo luogo, Obama dovrà essere capace di riunire il Partito Democratico. Deve conquistare coloro che sono stati fino ad ora sostenitori di Clinton e deve comunicargli il proprio entusiasmo, convincerli ad andare a votare. Penso che Clinton lo sosterrà a pieno.
Alla fine i due elementi che decideranno l’elezione saranno da un lato la forza di attrazione esercitata da Obama, che è davvero incredibile. Dall’altro c’e la repulsione per Bush. Di conseguenza ciò che è interessante osservare sono i tentativi di McCain di distanziare le proprie posizioni dall’Amministrazione Bush. Rimane il fatto che i repubblicani al momento sono visti in chiave davvero negativa.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Religione in America
Washington DC – Con la guerra in Iraq e la crisi economica, anche la religione torna al centro del dibattito politico americano. In seguito alle dichiarazioni fatte la settimana scorsa da Barack Obama sul fatto che gli americani di provincia si rivolgono alla fede nei momenti di frustrazione, la polemica sul significato della religiosità nella vita politica americana si è diffusa per tutto il paese mentre sia Hillary Clinton che John McCain accusavano il Senatore dell’Illinois di essere un liberal intellettuale che ha perso il contatto con la gente comune. Nel frattempo è sbarcato a Washington mercoledì Papa Benedetto XVI per un incontro con il Presidente George Bush, e una visita di sei giorni che include, oltre alla capitale federale, una fermata a New York City.
Qual’è dunque la composizione religiosa degli Stati Uniti e quanto devoto è questo paese?
In un sondaggio condotto nel 2006 dal Pew Forum on Religion and Public Life, affiliato con il Pew Research Center, un centro di ricerca con sede a Washington DC, il 67% degli americani descriveva gli Stati Uniti come un paese cristiano. Il Pew Forum si occupa proprio di monitorare e analizzare i trend religiosi negli Stati Uniti e, nel febbraio 2008, ha pubblicato uno studio dal titolo U.S. Religious Landscape Survey, che contiene i risultati di un’indagine condotta intervistando 35.000 americani oltre i diciotto anni d’età.
Il 26,3% degli americani dichiara di appartenere ad una qualche confessione protestante evangelica, come ad esempio la chiesa battista evangelica o quella pentecostale evangelica e luterana evangelica. Al secondo posto ci sono i cattolici, con il 23,9% delle preferenze. Il 18,1% degli americani è di fede protestante “classica”, come ad esempio i battisti, metodisti, presbiteriani e luterani non-evangelici. Il 6,9% sono gli statunitensi che frequentano chiese legate all’ideologia di liberazione nera ed esclusivamente costituite di congregazioni afro-americane. Gli ebrei rappresentano l’1,7% della popolazione, i musulmani lo 0,6%. Il 16,1% degli intervistati si dichiara senza affiliazione religiosa specifica, che non significa non-credente.
I protestanti evangelici sono particolarmente numerosi negli stati del centro sud, la cosiddetta Bible Belt, ed in particolare in Tennessee, Oklahoma e Arkansas dove rappresentano oltre la metà della popolazione. La tradizione protestante tradizionale ha il maggior numero di aderenti negli stati rurali del nord: Minnesota, North Dakota e South Dakota. I cattolici sono concentrati nel nord-est, in New Jersey, Massachusetts, Connecticut e Rhode Island.
Il gruppo più numeroso di praticanti ha redditi bassi, un dato che sembra essere vero in particolare per le chiese afroamericane, il 47% degli appartenenti alle quali guadagna meno di 30.000 dollari l’anno. Del resto, su base nazionale, i neri americani hanno redditi inferiori a quelli dei bianchi. Gli ebrei e gli indù mostrano i più alti livelli di educazione, mentre in generale tra il 30 e il 40% degli affiliati ad un qualsiasi credo religioso posseggono un diploma di scuola superiore e tra il 20 e il 30% una laurea.
Gli americani che si dichiarano credenti sostengono la pena di morte in percentuali più alte della media nazionale, anche se la differenza è limitata. Il 62% dei cittadini statunitensi è favorevole alla pena capitale, un numero che sale al 67% dei cattolici ed il 74% dei protestanti evangelici. La religione ha un impatto maggiore sull’opinione degli americani per quanto riguarda il matrimonio gay. Tra coloro che vanno a messa almeno una volta alla settimana, il 73% vi è opposto. Gli evangelici sono i più compatti nella condanna dell’unione matrimoniale tra persone dello stesso sesso, con l’81% di contrari. Invece, solo il 47% dei cattolici non-ispanici ha un’opinione negativa del matrimonio gay, meno della media nazionale. Il dato è sorprendente se si pensa alla situazione in Italia. Quanto alla scienza e alla biologia, i risultati più inquietanti arrivano dai Cristiani evangelici, tra cui solo il 28% dichiara di credere nell’evoluzione, e un ancor più misero 6% accetta l’idea che l’evoluzione sia avvenuta per selezione naturale.
Quanto all’aspetto più direttamente politico, il Pew Forum scrive; “Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di separazione tra stato e chiesa, e allo stesso tempo una tendenza profonda a mischiare religione e politica”. In un sondaggio dell’agosto 2007 ad esempio, la maggioranza degli americani (69%) si è dichiarata d’accordo sul fatto che è importante che il Presidente degli Stati Uniti mostri di possedere convinzioni religiose forti.
Il pubblico statunitense pare anche vedere di buon grado l’abitudine di George Bush a fare riferimenti alla fede come ispirazione per le proprie scelte politiche. Un rilevamento statistico del 2006 mostra che circa la metà degli intervistati, il 52%, ritiene che il Presidente Bush parli delle proprie convinzioni religiose in una giusta proporzione, e un ulteriore 14% lamenta invece il fatto che non le citi a sufficienza. Gli americani sembrano anche pensare che la religione stia perdendo d’influenza nella società di oggi. Di questo 59%, la gran parte è convinta che si tratti di una tendenza negativa e auspicano maggior presenza della fede nella vita pubblica del paese.
Nonostante ciò, la maggioranza di Americani pare ancora convinta che le scelte e necessità dei cittadini debbano dare forma al sistema legale, anche se una minoranza cospicua, ovvero il 32%, ritiene che invece dovrebbe essere la Bibbia la base della legge.
Considerato questo panorama, non deve sorprendere che le frange più religiose del paese votino tendenzialmente repubblicano. Il Partito Democratico è visto da tutto l’elettorato, persino dagli stessi democratici, come meno attento alla voce del signore. Solo il 26% degli intervistati pensa al partito dell’asinello come amico della religione. Più interessante è il fatto che nemmeno i Repubblicani sono sufficientemente devoti, nell’opinione di alcuni gruppi di fedeli, in particolare i Cristiani evangelici. La metà di costoro, 49%, ritiene che il partito dell’elefante sia troppo poco incline a sentire le ragioni della fede.
Per via del fatto che, come scrive il Pew Forum, “gli evangelici esprimono pareri distintamente differenti da quelli del resto del pubblico, e persino rispetto agli altri gruppi religiosi,” costoro rimangono una forza importante sulla scena politica americana, e la loro influenza sul Partito Repubblicano e la capacità di trascinare i candidati del GOP verso posizioni più simili alle proprie, non deve essere sottovalutata.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
McCain e i diritti civili
Washington DC – Nel quarantesimo anniversario dell’uccisione di Martin Luther King, fra una commemorazione e l’altra, puo’ valere la pena ricordare che nel 1983, quando il Congresso degli Stati Uniti voto’ per istituire una festa nazionale in occasione del compleanno del Reverendo (il 15 gennaio), John McCain diede voto contrario. Change vs Solutions, quando non basta una sola parola
Washington DC – Barack Obama attraversa gli Stati Uniti passando di comizio in comizio e si porta sempre dietro il cartello su cui è scritto CHANGE, in caratteri bianchi su sfondo blu. Anche Hillary Clinton viaggia per il paese per incontrare i propri sostenitori nei grandi raduni nei palasport. E anche lei ha con sé il proprio manifesto, su cui si legge SOLUTIONS in bianco su blu e con l’unica differenza di un bordo rosso.
Gli slogan elettorali hanno il compito di condensare in una parola il messaggio di un candidato, la sua personalità e i suoi programmi politici. In alcuni casi però anche la strategia promozionale meglio pensata deve arrendersi a problematiche che proprio non si riescono a ridurre ad una sola parola. Il caso di NAFTA (North American Trade Agreement) è indicativo; i due candidati stanno decidendo in queste ore come affrontarlo e la maniera in cui sceglieranno di parlarne nelle prossime due settimane mentre fanno campagna in Ohio e Texas sarà determinante nel voto del 4 marzo. NAFTA, (in spagnolo Tratado de Libre Comercio de América del Norte o TLCAN), è l’accordo di libero scambio commerciale stipulato tra gli Stati Uniti, il Canada e il Messico ed entrato in vigore il 1 gennaio 1994. Il punto centrale del trattato era la progressiva eliminazione di tutte le barriere tariffarie fra i paesi che vi aderivano. Fin dalle sue prime ore l’accordo suscitò un dibattito accanito tra coloro che intravedevano in esso la possibilità di un boom economico favorito dall’abbattimento delle barriere doganali (in particolare le grandi società multinazionali che ottennero l’accesso facilitato a tutti i mercati del Nord America) e coloro che temevano che il passaggio del trattato avrebbe avuto conseguenze nefaste sui lavoratori e sui contadini. In particolare provarono a ribellarsi i sindacati in Canada e Stati Uniti, spaventati che milioni di posti di lavoro si trasferissero in Messico dove i salari sono inferiori. E provarono ad opporsi anche i contadini in Messico, che temevano che la produzione agricola americana, fortemente sovvenzionata dal governo, invadesse il mercato messicano mettendo fuori gioco la controparte locale.
Dopo lunghe discussioni, il trattato fu ratificato negli Stati Uniti nel 1993, grazie in particolare alla determinazione del presidente dell’epoca Bill Clinton. Da allora sono passati quindici anni, ma nonostante questo le polemiche su NAFTA non si sono per nulla calmate. Il futuro dell’accordo di libero scambio sta diventando uno dei temi chiave della campagna per le primarie democratiche di quest’anno, in particolare in questi ultimi giorni in cui si sente sempre più spesso parlare di recessione e in cui il carrozzone elettorale sta attraversando una serie di stati a base industriale e oggi economicamente depressi, come il Wisconsin di martedì e l’Ohio del 4 marzo.
Entrambi i candidati del partito dell’asinello, Obama e Clinton, ripetono agli elettori ormai quasi ossessivamente che rinegoziare i termini di NAFTA in modo da tenere conto delle esigenze dei lavoratori impiegati nel settore industriale americano è tra le loro priorità assolute.
Il tema NAFTA è stato una parte importante del comizio tenuto da Hillary Clinton durante la notte elettorale che è seguita al voto in Wisconsin. Parlando da Youngstown in Ohio, dove la Senatrice dello Stato di New York ha inaugurato la corsa verso le primarie del 4 marzo, Clinton ha dichiarato: “È ora di fare sul serio con NAFTA, perché non sta funzionando come dovrebbe per gli americani”.
Obama, dal canto suo, torna sull’argomento ripetutamente, ed in particolare accusa Hillary di aver sostenuto, al tempo della sua ratifica, i contenuti del trattato ed il lavoro portato avanti dal marito Bill che permise il suo passaggio. Parlando dal Wisconsin il 13 febbraio, alla conclusione della Potomac Primary in Maryland, Virginia e Washington DC, Obama ha promesso ai suoi sostenitori; “Sapete, dopo che suo marito divenne firmatario di NAFTA, Clinton se ne andava in giro a raccontare che il trattato era una cosa meravigliosa, che avrebbe portato moltissimi benefici…Quando diventerò presidente, io non firmerò alcun altro accordo di libero scambio a meno che non contenga protezioni per l’ambiente e per i lavoratori americani”.
La battaglia su NAFTA non deve sorprendere. Al di là delle buone intenzioni di Clinton e Obama, tutti i sondaggi indicano che i lavoratori americani non vedono di buon occhio il trattato e sperano che il nuovo presidente si impegni a rinegoziarlo. Il Wall Street Journal scrive; “L’opinione dei democratici del Wisconsin a proposito del commercio internazionale illustra le ragioni per le quali sia Obama che Clinton hanno cercato di sottolineare il proprio scetticismo nei confronti del libero scambio…Sette democratici su dieci dichiarano che il commercio internazionale causa la perdita di posti di lavoro in Wisconsin”. Un sondaggio pubblicato il 20 febbraio dalla società Gallup ha rilevato che, per la prima volta dal marzo 2004, l’economia è considerata dagli elettori americani come il problema più importante, davanti alla guerra in Iraq. Il 34% degli intervistati la pensa in questa maniera, quasi il doppio del 18% registrato in gennaio. Se queste tendenze d’opinione sono chiare come appaiono, c’è da chiedersi com’è mai Barak Obama, nel discorso fatto dal Texas a conclusione del voto in Wisconsin martedì, abbia scelto di accennare NAFTA solo brevemente, e per di più mettendolo in diretta relazione ai lavoratori dell’Ohio e non alla situazione dello stato in cui si trovava; “Siamo qui, perché ci sono lavoratori a Youngstown, Ohio, che hanno visto sparire un posto di lavoro dopo l’altro a causa di accordi di libero scambio malfatti come NAFTA”, ha detto il Senatore dell’Illinois. Il problema è che la realtà non è affatto semplice: la retorica e le strategie elettorali si stanno scontrando con la diversità d’opinioni e di preoccupazioni che caratterizza un paese di dimensioni continentali come gli Stati Uniti.
A quanto pare, il Texas ha un’opinione tutta sua degli effetti del NAFTA. Andrew Leonard di Salon riporta un commento fatto martedì sera da Jim Moore, analista politico e autore di The Bush’s Brain, un libro sullo stratega della carriera politica di George W. Bush Karl Rove: “Jim Moore ha suggerito che la decisione di Obama di accanirsi contro NAFTA non gli sarà d’aiuto in quella parte del Texas che confina con il Messico. In particolare questo è il caso delle quattro contee ispaniche che costituiscono la Lower Rio Grande Valley. Hidalgo County, soprattutto, sta vivendo un grande boom economico grazie a NAFTA.” Kyle Arnold scrive sul sito web The Monitor, che si occupa di politica locale texana, di come l’economia della regione sia cambiata in seguito all’introduzione di NAFTA; “Il trattato ha dato nuovo impulso all’industria e ha creato migliaia di posti di lavoro. Inoltre, l’economia messicana in crescita ha reso la valle una destinazione ambita dai turisti benestanti, un numero sempre in aumento. Oggi i visitatori messicani sono responsabili per più di un terzo degli scambi commerciali dell’area, secondo dati della Camera di Commercio di McAllen”. Il punto qui non è di determinare le tante conseguenze dell’applicazione del NAFTA sull’economia del Nord America. Il punto è che Clinton e Obama si trovano di fronte a un dilemma. Da un lato, nella lotta per l’Ohio devono cercare di convincere gli elettori di essere vigorosamente contrari al NAFTA.
Nel Texas del sud invece, la critica eccessiva del trattato potrebbe avere effetti opposti a quelli desiderati. “Che divertimento!” Scrive Leonard. “Per le prossime due settimane, vedremo Obama e Clinton passare il proprio tempo a distruggere NAFTA in Ohio senza mai nemmeno nominarlo in Texas”. Il giornalista di Salon ha un’idea per obbligare i due candidati ad affrontare le diverse sfaccettature di questa problematica. Qualcuno dovrebbe domandargli; “Senatori, dai dati emerge che NAFTA ha causato la perdita di posti di lavoro in Ohio e la creazione di nuovi nel Texas del sud. Quale sarà l’approccio della vostra amministrazione nel bilanciare questi opposti interessi?” Difficilmente, di fronte ad una domanda di questo genere, i candidati alla nomination democratica potranno nascondersi dietro la retorica fatta di una sola parola, sia essa CHANGE o SOLUTIONS.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica