Valentina in Italiano

guardando al mondo con gli occhi ben aperti

Archive for the ‘I Media Americani e la Campagna Elettorale 2008’ Category

Afghanistan – L’uscita di scena (a sorpresa) del Generale Stanley McChrystal

lascia un commento »

Washington D.C. – Era dai tempi dello scandalo Watergate che un giornalista (in quel caso furono due) non causava da solo la rovina di un pubblico ufficiale di così alto grado. E sono passati quasi sessant’anni dall’ultima volta in cui un presidente ha licenziato un generale, ovvero da quando Harry Truman sollevò Douglas MacArthur delle sue responsabilità durante la Guerra di Corea.

Non sorprende, dunque, che l’affare Hastings-McChrystal (Michael Hastings è il giornalista freelance autore del controverso pezzo apparso questa settimana sul magazine Rolling Stone con il titolo The Runaway General – Il Generale in Fuga – e McChrystal è il generale in questione, ora ex-comandante in capo delle truppe americane e NATO in Afghanistan), sia vissuto negli Stati Uniti come una vicenda epocale.

Mercoledì pomeriggio, il Presidente Obama si è visto sostanzialmente costretto a accettare le dimissioni presentate dal Generale McChrystal, rientrato d’urgenza a Washington da Kabul dopo che l’uscita del pezzo di Hastings aveva mandato su tutte le furie il presidente e i suoi consiglieri di più alto livello.

Un’inaspettata complicazione meteorologica mista a un errore inesplicabile, o forse invece una volontà strategica difficile da decodificare, hanno fatto sì che quello che doveva essere un pezzo di routine sia diventato invece l’articolo più scottante di un’intera generazione di giornalismo americano.

Michael Hastings avrebbe dovuto raggiungere McChrystal a Parigi e rimanere con il generale solo due giorni, per condurre un’intervista faccia a faccia, ma formale, mentre McChrystal si occupava di coltivare le relazioni pubbliche con gli alleati francesi. Poi, però, il vulcano islandese Eyjafjallajokull ha cominciato a eruttare, i voli transatlantici sono stati cancellati per settimane, l’itinerario di McChrystal e del suo staff è improvvisamente stato modificato e Hastings, che tanto non poteva più tornare negli Stati Uniti, è rimasto al seguito di McChrystal per circa un mese, in Europa prima e in Afghanistan poi. Forse confuso da tale riorganizzazione del programma di viaggio del generale e del suo staff, il responsabile delle relazioni con la stampa di McChrystal si è dimenticato di mettersi d’accordo con Hastings su quali aspetti del soggiorno del giornalista con l’esercito americano fossero da considerarsi pubblicabili, e quali invece si dovessero intendere off-the-record (una pratica del tutto consolidata nelle interazioni tra giornalisti e fonti ufficiali).

Hastings si è trovato così a poter scrivere, senza restrizioni alcune, di tutti i retroscena del viaggio. Il suo pezzo racconta di quando McChrystal e i suoi si sono ubriacati senza imbarazzi in un bar di Parigi, lasciandosi andare a atteggiamenti non proprio da gentiluomini in divisa; di come un membro dello staff si sia riferito ai francesi, alleati degli Stati Uniti in Afghanistan, chiamandoli gay; di come tutti, a partire da McChrystal, si prendessero gioco della gerarchia civile del governo statunitense incaricata delle operazioni in Afghanistan, a partire dall’ambasciatore americano a Kabul Karl Eikenberry passando per il Consigliere per la Sicurezza Nazionale James Jones e il vice-Presidente Joe Biden, per finire con il Presidente Barack Obama.

Dal pezzo emerge così il ritratto di un gruppo di militari arroganti, senza scrupoli e, soprattutto, che guardano con sdegno alla politica del proprio governo, senza tolleranza alcuna per le complessità tipiche delle istituzioni civili degli Stati Uniti, alla volontà delle quali, per principio fondante della democrazia americana, l’esercito è tenuto sempre e comunque a rispondere.

E’ difficile immaginare cosa sia passato per la testa di McChrystal e del suo staff. E’ possibile che una certa disorganizzazione seguita all’eruzione di Eyjafjallajokull abbia causato la svista imperdonabile del responsabile stampa e sia così all’origine dell’incidente. Non a caso, la testa di costui, che si è dimesso non appena il pezzo di Hastings è apparso sul sito internet di Rolling Stone, è stata la prima a cadere.

In molti, però, fanno fatica a credere che una serie di ufficiali a così alti livelli dell’esercito possano aver fatto un errore talmente banale. Alcuni sospettano che, in realtà, dietro anche ai commenti più scioccanti, ci fosse una qualche volontà predeterminata di creare scalpore. Forse McChrystal era convinto che la sua guerra in Afghanistan non attraesse attenzioni mediatiche sufficienti e avesse bisogno di un po’ di pubblicità. O forse il generale sperava attraverso la stampa di ottenere nuove concessioni dall’Amministrazione Obama (in fondo McChrystal aveva usato tattiche simili, anche se più raffinate, in passato, rilasciando in anticipo ai media documenti classificati destinati al presidente).

Qualsiasi siano state le ragioni di McChrystal, è diventato chiaro dal momento dell’uscita del pezzo di Hastings che il generale si era ficcato in una marea di guai. Come minimo, l’articolo è prova dell’esistenza di un forte disaccordo sulle modalità di conduzione della guerra in Afghanistan, e della mancanza di rispetto reciproco all’interno del gruppo ristretto di ufficiali, civili e militari, che hanno il compito di determinare il corso del coinvolgimento americano nel conflitto.

Leslie Gelb, il Presidente Emertito del Council on Foreign Relations, sostiene, in un editoriale pubblicato sul sito The Daily Beast, che c’è di più. Si tratterebbe questa dell’ennesima dimostrazione che i militari semplicemente non amano i democratici e che, al di là di differenze strategiche sull’Afghanistan in realtà minime (McChrystal ha fin qui ottenuto quasi tutto quello che voleva da Obama), è su questioni di tipo culturale e ideologico che le forze armate guardato a questo governo con sospetto: “I militari sono convinti che i democratici confrontino problemi comuni a partire da una prospettiva molto differente e che, tendenzialmente, non onorino i patti concordati quando il gioco si fa duro”, ha scritto Gelb.

In ogni modo, l’affronto alla catena di commando compiuto da McChrystal e dal suo staff non era atteggiamento tollerabile per un Obama che volesse cercare di mantenere una qualche forma di credibilità politica in America. Nelle ricostruzioni apparse giovedì sui giornali americani, si sostiene che Obama fosse deciso a liberarsi del generale fin da subito. Rimaneva il dubbio di quale effetto una sostituzione di questo livello avrebbe potuto avere sul conflitto in Afghanistan, in particolare considerato che McChrystal è l’ideatore della strategia implementata oggi.

Indubbiamente, la disponibilità del Generale David Petraeus a prendere il posto del collega McChrystal ha facilitato il compito di Obama. Petraeus è la superstar dell’esercito americano da quando, arrivato in Iraq al picco della violenza settaria nel 2006, è riuscito a riprendere il controllo della situazione, contribuendo a un miglioramento sostanziale della sicurezza nel paese. Dall’Iraq, Petraeus è stato messo a capo del Central Command, incaricato di gestire le operazioni militari americane nell’Asia centrale e del sud, dunque anche in Afghanistan e Pakistan. Questo significa che Petraeus conosce da vicino i problemi che attanagliano la regione, intrattiene buone relazioni con i leader politici sia a Kabul che a Islamabad, e ha approvato personalmente la strategia militare implementata da McChrystal. Si spera così che la transizione si compia nella maniera più liscia possibile. La nomina di Petraeus, che dovrebbe venir confermata dal Congresso entro l’inizio della settimana prossima, dovrebbe anche permettere a Obama di ottenere il supporto dei repubblicani, che hanno grande ammirazione per il generale e che quindi non avranno ragione di contestare il licenziamento di McChrystal.

Quello che rimane incerto è il futuro del conflitto, che attraversa un momento particolarmente critico. L’offensiva militare nel sud del paese, nella provincia di Helmand e nei dintorni della città di Marja, voluta da McChrystal e che doveva dare i primi frutti già mesi fa’, si trova ancor’oggi in una fase stagnante, con i soldati NATO che continuano a incontrare più resistenza da parte delle guerriglie locali di quanto non fosse stato previsto. Di conseguenza, l’attacco sulla città di Kandahar, centro del potere talebano, che doveva cominciare quest’estate, è rinviato all’autunno e si prospetta anch’esso più complesso del previsto. Infine, i tentativi del governo americano di convincere il Presidente afgano Hamid Karzai a combattere la corruzione che pervade le istituzioni del paese, rendendo pressoché inutili gli sforzi della NATO, si sono fin qui rivelati vani.

In sostanza, Petraeus si trova a intervenire in una situazione davvero difficile e, al di là dei propri successi passati, dovrà affrontare una sfida, in Afghanistan, che probabilmente non ha una chiara risoluzione militare. Del resto, c’è chi sospetta che, in realtà, McChrystal abbia rilasciato l’intervista a Hastings con l’intento esplicito di essere cacciato dal proprio ruolo. Forse non voleva essere lui a perdere la guerra.

Pubblicato originariamente nella newsletter del Centro di Formazione Politica.

L’America ci osserva dubbiosa

lascia un commento »

Dopo la tornata elettorale del 7 giugno, gli Americani guardano all’Europa con occhio critico e preoccupato, si domandano quale sarà il futuro dell’Unione e cercano di capire quale lezione politica possano apprendere loro dal risultato delle nostre elezioni.

Il New York Times pone l’accento sulla sconfitta subita nel voto dello scorso weekend da un progetto europeista serio e ci mette in guardia sul fatto che l’Europa potrebbe un giorno diventare una grande occasione persa. L’esperimento di condivisione di sovranità portato avanti dall’Unione Europea, progetto politico grazie al quale il continente ha costruito una zona di pace che va dalla Gran Bretagna ai Balcani, è indubbiamente straordinario, scrive Steven Erlanger sul Times. Bisogna ricordarsi, infatti, che 491 milioni di cittadini di 27 paesi differenti sono oggi integrati in un mercato unico che produce quasi un terzo di più degli Stati Uniti. “Con la leadership americana in crisi a causa di guerre controverse, e con il modello economico statunitense, fondato sul libero mercato e su scarse regolamentazioni, oggetto di critiche sempre più intense, l’Europa conta”, scrive Erlanger. “Il modello europeo d’intervento governativo nell’economia; di rigido controllo delle attività finanziarie, dell’industria e del mercato del lavoro; e i generosi sistemi pensionistici e sanitari pubblici, è oggi considerato in alcuni circoli come un’alternativa reale al capitalismo di stile anglo-americano”, prosegue il giornalista.

Eppure la crisi economica, cominciata negli Stati Uniti, sta colpendo l’Europa in maniera ancora più dura. Molti economisti sono ormai d’accordo sul fatto che la recessione durerà qui più a lungo che in America. Secondo Erlanger, l’incapacità dei leader europei, troppo concentrati su questioni nazionali, di accordarsi sulle strategie da perseguire per uscire dalla crisi, e la tendenza a cercare di risolvere i problemi di disoccupazione interna a scapito dei livelli d’impiego negli altri paesi dell’Unione, sono da considerarsi cause fondamentali delle difficoltà odierne dell’Europa e dell’insoddisfazione dei cittadini europei, sintomatica nel voto del 7 giugno. “La crisi economica mondiale”, scrive Erlanger, “ci ha fatto capire che l’Unione Europea è meno che l’insieme delle sue parti”.

Ma mentre il New York Times sostiene una linea europeista, e lamenta la mancanza di una politica economica coesa a livello dell’Unione che traghetterebbe il continente fuori dalla crisi in maniera più veloce e efficiente, le analisi della disfatta della sinistra europea che si fanno negli Stati Uniti sono le più svariate e contraddittorie.

Secondo Michael Lind, Direttore del Centro di Studi Economici alla New America Foundation ed ex professore a Harvard e Johns Hopkins, il centro-sinistra in Europa si trova ormai drammaticamente disgiunto dal proprio elettorato. L’internazionalismo tipico del socialismo europeo, trasformatosi negli anni novanta (nell’Inghilterra di Tony Blair ad esempio) in una filosofia politica pro-capitalista e anti-nazionalista, può forse piacere alle elite istruite e benestanti delle università e delle banche d’investimento, ma ha poco da offrire alla gente comune che continua a vedere nello stato-nazione l’agente che deve proteggerla da un mondo pericoloso. “Nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto che, in un periodo di crisi economica, porzioni rilevanti della popolazione si rivolgano a forme estreme di nazionalismo della destra, invece che a progressisti che pensano che aiutare i propri concittadini sia in realtà una forma di discriminazione verso stranieri più meritevoli”, scrive Lind su Slate.com.

Guardando alle elezioni europee con un occhio all’America, Lind offre un avvertimento al Presidente Obama, anch’esso rappresentante della terza-via progressista, un movimento liberista e internazionalista incarnato nel passato da Bill Clinton. “In un mondo in cui anche l’illuminata Europa rifiuta gli ideali di una sinistra post-nazionale”, scrive Lind, “i progressisti americani farebbero forse meglio a riconsiderare i propri flirt con l’ideale di un’Unione Europea social democratica e, invece, cercare di riconnettersi a più vecchie tradizioni del centro-sinistra americano, in cui il liberismo, il populismo, e la sovranità nazionale erano visti non solo come compatibili, ma anche come fondamentalmente interconnessi”.
Gli Americani cercano di trarre indicazioni utili alla propria politica interna dal voto europeo del 7 giugno anche perché il risultato elettorale di casa nostra li preoccupa, in particolare per la deriva di estrema destra registrata un po’ dappertutto nell’Unione. Proprio Lind nota con una certa angoscia un paragone storico a dir poco terrificante: “La Grande Depressione in Europa portò al potere i Nazional-socialisti in Germania e altri partiti e movimenti xenofobi nel resto del continente”. E questo accadeva nel momento in cui, così come oggi, gli Stati Uniti sceglievano invece l’esperimento liberal e quasi socialista di Franklin Roosevelt e del New Deal.

Naturalmente non tutti negli Stati Uniti hanno un’opinione così negativa del voto europeo. Per una commentatrice di marca neo-conservatrice come Anne Applebaum, che ha però votato per Obama nelle ultime elezioni presidenziali e che si dice ancora nostalgica del partito conservatore inglese durante il regno di Margaret Thatcher, le elezioni europee sono motivo di entusiasmo, e la nostra politica di destra un modello da imitare per i repubblicani americani allo sfascio. “Abbiamo aspettato a lungo, ma il previsto rigurgito europeo – contro il capitalismo, il libero mercato, la destra – non e’ arrivato […] al contrario, nelle elezioni europee tenutesi quest’ultimo weekend, il capitalismo ha trionfato”, scrive Applebaum sul Washington Post.

Applebaum sostiene che la vittoria conservatrice in Europa e la quasi simultanea sconfitta della destra americana sono  entrambi da attribuirsi al fatto che i politici europei, al contrario dei leader del partito repubblicano, sono  rimasti fedeli alla propria filosofia economica liberista. Non ci sono, secondo Applebaum, equivalenti europei dei deficit di bilancio alla George W. Bush o della generosa spesa pubblica alla Barack Obama. Inoltre, invece che continuare a ossessionare l’elettorato con temi di sicurezza nazionale, come si è intestardita a fare la destra americana, i conservatori europei si sono concentrati su temi di natura prettamente economica, più sentiti dagli elettori travolti dalla crisi globale.

Non è chiaro nemmeno agli intellettuali americani se sia meglio che la sinistra europea faccia un ulteriore sforzo europeista o, piuttosto, provi a riorentare la propria politica in un’ottica nazionale. Quello che è chiaro però è che, se vuole vincere, la sinistra europea dovrà imparare qualcosa dalla sinistra americana prima che sia la destra americana a imparare dalla propria controparte europea.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

giugno 12, 2009 alle 7:01 am

Niente satira per Obama

lascia un commento »

Washington D.C. – La satira politica americana sta attraversando un periodo di crisi creativa. Nessuno riesce a ironizzare con sufficiente cattiveria sul nuovo presidente Barack Obama. Nonostante le orecchie a sventola e l’andatura un po’ dondolande data dall’altezza decisamente sopra la media, non si è ancora riuscito a colpire Obama con l’arma della satira. In svariate interviste con alcuni tra i più rinomati vignettisti del paese, National Public Radio (NPR) ha scoperto che costoro si sentono in difficoltà nei confronti della nuova presidenza in particolare per via di due questioni. Innanzitutto, Obama non ha per ora mostrato alcun tratto caratteriale e comportamentale fuori dall’ordinario, o perlomeno fuori controllo. In secondo luogo, ammette il popolo della satira americana, una parte di essi vuole che Obama ce la faccia e per ora non se la sente di prenderlo troppo in giro. La faccenda è resa ancor più complessa dagli ultimi otto anni di presidenza Bush, definito da Ben Sargent dell’Austin American-Statesman “il presidente più stridentemente caricaturale della storia”. Tom Toles, vignettista politico del Washington Post, ha confessato, in riferimento all’ex presidente George W. Bush: “Dover disegnare vignette satiriche a proposito di qualcuno per cui non si prova altro che fastidio aiuta decisamente.”

Non solo Obama gode dell’appoggio di tanta parte dell’opinone pubblica americana, inclusi i vignettisti più feroci, ma ha anche scelto di impostare prima la campagna elettorale e poi la presidenza in termini di serietà, onestà, e rigore morale, su cui anche i più astuti fanno fatica ad ironizzare. L’ultimo esempio è arrivato mercoledì, quando il Presidente Obama ha ufficializzato la volontà di stabilire limiti rigidi ai compensi ricevuti dai manager delle grandi industrie e società finanziarie che desiderino fare domanda per gli aiuti che il governo americano offrirà con il nuovo pacchetto di stimolo economico in discussione al Congresso. Se la proposta di Obama dovesse passare, insieme al piano di intervento economico, i manager delle società in questione non potrebbero ricevere compensi superiori ai 500.000 dollari l’anno, una cifra sostanzialmente inferiore ai bonus di svariati milioni di dollari che costoro sono abituati a incassare.

Naturalmente, un presidente che sceglie di fare della battaglia per la trasparenza governativa il proprio cavallo di marcia, deve accettare la responsabilità di tale crociata, e deve essere disposto a soffrire l’impatto negativo che seguirebbe al fallimento di tale politica. Non è un caso infatti che abbiano ricevuto molta attenzione mediatica le vicende di evasione e semi-evasione fiscale che hanno coinvolto in questi giorni alcune tra le nomine fatte da Obama per il proprio governo.

Si è cominciato qualche settimana fa con Tim Geithner, ora confermato a Ministro del Tesoro, il quale, in maniera per altro giustificabile, aveva sbagliato nel calcolare il proprio carico fiscale negli anni in cui lavorava come consulente al Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’FMI, pur trovandosi sul territorio americano, segue una fiscalità particolare e concessa solamente alle organizzazioni internazionali. E gli impiegati americani del FMI sono tenuti a seguire regole diverse dagli impiegati internazionali (che non pagano le tasse) nel dichiarare il proprio redditto. Dunque capita di frequente che quegli americani che lavorano al Fondo ci mettano qualche anno per capire realmente come funziona il sistema. Questo fu anche il caso di Geithner, che ha poi pagato le tasse ancora dovute non appena notificatogli l’errore.

Più imbarazzante il caso di Tom Daschle, ex-Senatore del South Dakota e scelto da Obama come Ministro della Sanità. Per evitare di complicare eccessivamente le cose, sia sufficientente spiegare che Daschle si è “dimenticato” di dichiarare al fisco svariate centinaia di migliaia di dollari in doni e serivizi – quali la macchina con l’autista – ricevuti dai propri datori di lavoro. Negli Stati Uniti, tali entrate rientrano nel calcolo del reditto individuale complessivo. Al contrario di Geithner, Daschle ha deciso che sarebbe stato meglio ritirare la propria candidatura a ministro, creando per altro un certo imbarazzo in casa Obama, che si è scusato pubblicamente per non aver valutato correttamente l’entità delle “dimenticanze” di Daschle al momento di sceglierlo come membro del proprio governo.

Infine si è ritirata spontaneamente Nancy Killefer, manager alla società di consulenza McKinsley & Co., che Obama aveva selezionato come responsabile del controllo del budget della Casa Bianca. Resasi conto di avere avuto problemi con il fisco, Killefer ha ritirato la propria candidatura prima ancora che questi problemi diventassero noti ai media e al pubblico.

Ora, vicende di questo genere non sono completamente nuove. Basti pensare a Linda Chavez, la prima scelta di George W. Bush per Ministro del Lavoro, che ritirò la propria candidatura nel 2001 dopo che si scoprì che aveva offerto danaro a un’immigrata illegale proveniente dal Guatemala, forse per generosità personale, forse come compenso per il lavoro domestico svolto illegalmente da tale Marta Mercado.

È vero, però, che le vicende capitate ai candidati del governo Obama paiono essere più numerose e forse anche più imbarazzanti di quanto visto in passato nel sempre difficile processo di formazione di un gabinetto presidenziale. Inoltre, è vero che, se Obama promette maggiore trasparenza e onestà, e uno standard morale più elevato di quello dei suoi predecessori, non bisogna sorprendersi che il popolo americano si aspetti da lui, e da coloro che lo rappresentano, comportamenti più distinti di quelli tipici della tradizione ormai accettata della politica americana.

Per ora i vignettisti se la sono presa più con i vari Geithner, Daschle e Killefer che direttamente con il presidente. Obama, però, non deve illudersi che la tregua a lui concessa dalla satira possa durare all’infinito. Se non mette in ordine il proprio governo in fretta, c’è da attendersi qualche vignetta piuttosto dura.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

febbraio 6, 2009 alle 7:46 pm

Il giornalismo della transizione

lascia un commento »

Il grande entusiasmo degli americani per l’elezione di Barack Obama e l’attesa frenetica per la partenza del gia’ dimenticato George W. Bush dalla Casa Bianca sta dando vita a del giornalismo sostanzialmente inutile.
Alle conferenze stampa tenute in questi giorni da Obama, i giornalisti che seguiranno la futura amministrazione americana continuano a bombardare il neo-eletto Presidente di domande specifiche sui suoi potenziali interventi governativi, sui numeri esatti del pacchetto di stimolo economico che proporra’ al Congresso e via dicendo…Obama, per tutta risposta, non puo’ che offrire una retorica ancora tipica della campagna elettorale, con il minimo di dettagli possibili, molte promesse, e la speranza che i giornalisti smettano di fare supposizioni e speculazioni…
La realta’ e’ che il Presidente Bush rimarra’ in carica fino al giuramento di Obama sulle scalinate del Campidoglio il prossimo 20 gennaio. Fino ad allora, le uniche decisioni che verranno realmente prese da Obama sono le nomine del proprio governo. Tutto il resto consiste di progetti e proposte politiche a cui comincieranno a lavorare i consiglieri di Obama gia’ dai prossimi giorni, ma i cui punti specifici non saranno resi noti fino a quando verra’ il tempo di trasformare questi progetti in proposte di legge.
E quindi quelli che fanno del giornalsimo serio scelgono di concentrarsi sull’analisi delle personalita’ di cui Obama si sta circondando, sul loro passato, e su cosa la loro selezione possa significare per le politiche del futuro governo.
Tutti gli altri, invece, non fanno altro che contribuire a rendere le conferenze stampa di Obama particolarmente noiose. Infatti, non appena l’incontro si apre alle domande dei giornalisti, i toni diventano estremamente simili a quelli sentiti durante la campagna; privi di reale sostanza.
E’ comprensibile che l’America non veda l’ora di liberarsi di Bush e buttarsi a capofitto nelle attivita’ del nuovo governo. Pero’, viene da dire, abbiate ancora un po’ di pazienza…In fondo mancano meno di due mesi. Dopo di che ci saranno quattro anni almeno per fare domande specifiche a Obama.

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 25, 2008 alle 9:04 pm

I nomi dietro la mobilitazione giovanile

lascia un commento »

La vittoria del 4 novembre di Barack Obama, un presidente quarantasettenne, è da considerarsi anche la vittoria di una nuova generazione di elettori americani. Fabrizio Tonello scrive della partecipazione dei giovani al voto e di come la mobilitazione dei cittadini tra i 18 e i 29 anni di età sia stata fondamentale all’elezione del Senatore dell’Illinois.

Esiste anche un altro aspetto importante di questa tendenza dei giovani a occuparsi di politica. Ovvero si conta un numero sempre crescente di adulti sulla trentina che rivestono ruoli centrali nel mondo dei media, ad esempio come opinionisti di fama, e nel mondo dell’attivismo.

Basti pensare a Markos Moulitsas, che è il fondatore e redattore principale del blog liberal Daily Kos. Lanciato nel 2002, il sito raggiunse il milione di visitatori già nel primo anno di vita. Oggi Daily Kos raccoglie oltre due milioni di visitatori al giorno. Moulistas, che ha trentasette anni, ha seguito la campagna presidenziale americana del 2008, ma anche tutte le competizioni per il Senato e la Camera, prestando particolare attenzione alle storie di corruzione e agli scandali che hanno macchiato Deputati, Senatori e candidati vari in particolare appartenenti al Partito Repubblicano. Per chi segue la cosiddetta blogosfera e si interessa del dibattito progressista in America, Daily Kos è diventato un punto di incontro fondamentale.

Sul lato dell’attivismo, va segnalata la storia di Eli Pariser, ventisettenne Direttore Esecutivo del movimento progressista MoveOn. Un giovanissimo Pariser, ancora all’università, si fece conoscere già nel 2001 quando lanciò una petizione su Internet per domandare al Governo di rispondere agli attentati dell’undici settembre in maniera non violenta. In meno di un mese 500.000 persone avevano firmato l’appello. Avendo notato immediatamente il talento del giovane, i fondatori di MoveOn Wes Boyd e Joan Blades gli offrirono un lavoro. A ragione. Nel 2004 Pariser inventò un secondo progetto geniale. Durante la sfida tra George W. Bush e John Kerry, l’allora ventitreenne ideò una competizione per il pubblico Internet americano. Invitando gli internauti a partecipare con la produzione di uno spot televisivo che descrivesse il Presidente Bush in 30 secondi, Pariser diede vita a un grande movimento popolare e fu in grado di raccogliere oltre 30 milioni di dollari, soldi che andarono poi a finanziare altri spot elettorali a sostegno di candidati progressisti. In sostanza, Pariser fu tra i primi a scoprire e mettere a frutto le possibilità di mobilitazione offerte da Internet e che sarebbero state riprese quest’anno con particolare successo dalla campagna di Obama.

Un’altra storia simile, sebbene non legata a un partito o a un candidato particolare, è quella dell’astro nascente James Kotecki, un ventiduenne di recente laureato a Georgetown e diventato in meno di due anni tra i più rinomati commentatori politici del paese. Kotecki ha cominciato la propria carriera nei dormitori dell’università nel 2007, quando iniziò a mettere su YouTube brevi video in cui commentava con ironia e molti riferimenti pop gli ultimi pettegolezzi della campagna elettorale per le elezioni del 2008. Grazie al successo raccolto su Internet, Kotecki riuscì a convincere il candidato repubblicano Ron Paul a farsi intervistare di persona, producendo così la prima intervista mai condotta nel dormitorio di una università. Seguirono John Edwards, Mike Huckabee e Chris Dodd. Oggi Kotecki continua l’attività di opinionista YouTube, ma a livello professionale, con KoteckiTV, un video-blog ospitato dal Politico, un magazine web dedicato alla politica nazionale americana.

Nonostante sia stato Barack Obama a capitalizzare sul rinnovato attivismo dei giovani, una mobilitazione simile esiste anche a destra, seppur in proporzioni minori.
Michelle Malkin, trentottenne d’origine filippina, è l’equivalente conservatore di Moulitas. Michellemalkin.com fu lanciato nel 2004 ed è oggi considerato uno tra i cinque blog conservatori più importanti. Il sito offre commenti e opinioni quotidiane sulla politica americana in sostegno alla causa repubblicana negli Stati Uniti.

Infine, per quanto riguarda il mondo dell’attivismo di destra, Adam Brickley è considerato in parte responsabile per la selezione di Sarah Palin a candidato repubblicano alla vice-Presidenza. Studente all’ultimo anno dell’Università del Colorado, Brickley lanciò l’anno passato un blog chiamato Draft Sarah Palin for Vice President. A soli ventuno anni, Brickley avrebbe contribuito a creare il clamore attorno al nome di Palin che poi avrebbe portato il Governatore dell’Alaska alla fama nazionale. Naturalmente, molti pensano che il blog dello studente del Colorado sia in realtà stato usato da coloro che, interni al Partito Repubblicano, premevano già da tempo per la scelta di Palin. Fatto sta che Brickley è l’ennesimo giovane che si fa conoscere al pubblico americano grazie a un utilizzo ingegnoso di Internet.

Di storie come quelle raccontate fin qui ce ne sono molte altre. Questa vuole essere una panoramica riassuntiva di un movimento che sta cambiando la politica americana dal basso, grazie soprattutto alle nuove tecnologie e alla creatività mostrata da alcuni giovani nell’utilizzarle.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Obama conduttore televisivo?

lascia un commento »

Washington D.C. – Dovesse perdere le elezioni, Barack Obama potrebbe senza dubbio intraprendere una carriera di successo come personalità televisiva. Questo almeno quello che emerge da una prima analisi dei dati a proposito del “megaspot” di trenta minuti trasmesso a reti unificate mercoledi sera.
Nei cinquantasei principali mercati televisivi americani, Obama ha ottenuto uno share di 21,7. Questo numero indica la percentuale di famiglie che ha guardato il programma. Si tratta di un rating superiore a quello della maggior parte delle trasmissioni di prima serata.
L’informercial di Obama ha avuto ancor più successo in alcune delle zone politicamente più incerte, come Philadelphia, con il 29%, West Palm Beach in Florida, con il 28%, e Greensboro/Winston Salem in North Carolina con il 27,2%.
Nell’unico precedente, nel 1996 Ross Perot aveva ottentuto con il proprio spot televisivo circa il 17% di share.

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 30, 2008 alle 10:18 pm

Lo spot

lascia un commento »

Washington D.C. – Trasmesso mercoledi’ sera alle 20 dai piu’ importanti network americani, eccovi qui sotto il video dello spot di 30 minuti a proposito di Barack Obama. Diretto da Davis Guggenheim, regista del documentario ambientalista con Al Gore “An Inconvenient Truth”, la mezz’ora di infomercial sul candidato democratico alla Casa Bianca e’ costato, secondo le ultime stime dell’Associated Press, oltre 4 milioni di dollari.
Lo spot insegue, con un certo successo, i toni del documentario e, per la gran parte, riesce a non cadere nell’agiografia mielosa di Obama. D’altro canto, la scelta di andare in onda con una tale operazione pubblicitaria correva il rischio, molto reale, di infastidire l’elettorato con una mossa estremamente costosa e piu’ simile al lancio dell’ultimo film di James Bond che a un momento di discussione politica.
Per evitare di cadere in questa trappola, Guggenheim si e’ concentrato sul racconto della storia della grande America, cercando di sottolineare che le radici di questo paese sono i valori della classe media dei lavoratori che, di questi tempi, non sa come arrivare alla fine del mese per via del costo delle medicine, a causa della disoccupazione, e per il crollo del sistema creditizio americano dovuto, secondo l’interpretazione dei democratici, a una politica repubblicana di deregolamentazione che ha sempre avvantaggiato le grandi societa’ multinazionali e punito le piccole imprese, i dipendenti e in generale i normali cittadini.
Tra l’intervista a una casalinga del Missouri, che non sa piu’ come fare a dar da mangiare ai quattro figli, all’operaio dell’industria automobilistica Ford in Kentucky, che, dopo aver licenziato la moglie, ha messo pure lui a fare turni bisettimanali perche’ non c’e’ piu’ lavoro, Barack Obama racconta la propria storia personale, dell’assenza del padre e della morte precoce della madre per via di un tumore al seno. E nel mentre elenca i punti principali del proprio programma elettorale.
Anche se e’ difficile a dirsi quale effetto questo lungo spot elettorale potra’ avere sui telespettatori americani, in generale la campagna di Barack Obama e’ riuscita con successo a gestire un’operazione che avrebbe anche potuto apparire arrogante e irritante.

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 30, 2008 alle 1:30 pm

Sondaggi sempre piu’ a favore di Obama

lascia un commento »

Washington D.C. – Il vantaggio di Obama negli stati indecisi sembra aumentare di giorno in giorno, o almeno cosi’ parrebbero indicare i sondaggi. L’ultimo, di CNN, condotto in Colorado mostra che il candidato democratico alla Casa Bianca conduce di otto punti percentuali sul rivale repubblicano John McCain, con il 53% delle preferenze degli intervistati contro il 45%. Il vantaggio sarebbe raddoppiato nelle ultime due settimane, almeno stando ai dati raccolti dal network americano.
Mercoledi’ mattina, altri due rilevamenti statistici condotti dal Los Angeles Times mostravano Obama in vantaggio di nove punti percentuali in Ohio (49% a 40%) e sette in Florida (50% a 43%).
Lunedi’ il Washington Post dava Obama in testa di otto punti percentuali persino in Virginia (52% a 44%) che non vota per un candidato democratico alla presidenza dal 1968.
I repubblicani, dal canto loro, cercano di difendersi. Secondo il Governatore della Florida Charlie Christ alcuni sondaggi interni della campagna di McCain darebbero indicazioni molto positive per il Senatore dell’Arizona, mostrando che McCain starebbe recuperando velocemente un paio di settimane difficili nella decisiva Florida e sarebbe in testa di tre-quattro punti.
Infine, il sondaggista ufficiale della campagna repubblicana Bill McInturf ha pubblicato un rapporto martedi’ per pubblicizzare il fatto che, al contrario di quello che emerge dai sondaggi principali, McCain sarebbe pari se non addirittura in vantaggio in tutti gli stati indecisi.
Rimane il fatto che di questi sondaggi interni non si sa nulla tranne quello che i repubblicani decidono di raccontare.
Intanto, mercoledi’ sera, e’ stato trasmesso dai principali network televisivi americani l‘infomercial di 30 minuti pagato dalla campagna di Barack Obama oltre 3 milioni di dollari. Ma si sa che i soldi non sono un problema per il Senatore dell’Illinois. Il problema potrebbe emergere invece qualora i telespettatori americani si insospettissero e cominciassero a dare seguito all’idea, portata avanti dai repubblicani, che Obama non e’ altro che una celebrita’ in stile hollywood, che vuole solamente stare al centro dell’attenzione…
La trasmissione finanziata da Obama alterna scene della vita del candidato democratico alla Casa Bianca a momenti della campagna elettorale cominciata nell’estate 2007, dichiarazioni di Obama quanto alle proprie proposte in fatto di economia e spezzoni di raduni elettorali. Il video si chiude con Obama che parla al pubblico radunatosi ad un evento della campagna tenutosi, guarda caso, in Florida.
Si torna comunque sempre a quei pochi stati ancora in ballo, quindi martedi’ prossimo tenete un occhio su Florida, Ohio, Virginia, New Hampshire, Colorado, Pennsylvania e New Mexico.

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 30, 2008 alle 1:41 am

La veloce parabola del finto idraulico Joe

lascia un commento »

Washington DC — Chi finisce al centro del dibattito mediatico americano deve anche essere preparato a sopravvivere all’osservazione al microscopio a cui verra’ sottoposto dagli ormai milioni di giornalisti della carta stampata, televisivi, radiofonici e soprattutto dai blogger.
E’ questo il caso di Samuel Joseph Worzelbacher, che, in quanto Joe l’idraulico ha raggiunto una notorieta’ praticamente globale in poco meno di due ore, ma il cui destino di superstar sta gia’ slittando in fase di parabola discendente.
Joe, che viene da Toledo nel mitico Ohio degli indecisi corteggiati senza sosta da Obama e McCain, incontro’ Barack Obama a un raduno del Senatore dell’Illinois qualche giorno fa e ebbe l’opportunita’ di interrogarlo sulla politica fiscale. Diventando l’idolo dei repubblicani, Joe si lamento’ con Obama che, sotto lo schema di tassazione proposto dai democratici, sarebbe diventato impossibile per lui acquistare la societa’ d’idraulica per cui lavora duro da tanti anni ma che produce po’ piu’ di 250 mila dollari l’anno di reddito, livello oltre il quale Obama ha promesso di alzare le imposte.
E cosi’ John McCain ha deciso di rivolgersi per l’intera durata del dibattito di mercoledi’ sera proprio a Joe l’idraulico, obbligando Obama a seguirlo in questa crociata televisiva per il voto del cittadino medio.
E’ bastato pero’ poco piu’ di una notte perche’ si scoprisse che Joe Wurzelbacher non e’ semplicemente quel povero padre single che lavora tutto il giorno per tornare a casa stanco la sera e aiutare i figli a fare i compiti.
Innanzitutto, Joe fa l’idraulico ma non ha mai ottenuto la licenza necessaria a praticare la professione. In secondo luogo, pare che il nostro mitico elettore medio non ami particolarmente pagare le tasse e non lo faccia poi con troppa regolarita’. Sono state trovate infatti lettere provenienti dall’ufficio dell’entrate della contea di residenza di Sam J. Worzelbacher emesse in riferimento alla mancata ricezione del pagamento di alcune porzioni delle imposte sul reddito dovute da Joe al governo.
Dalle stalle alle stelle di nuovo alle stalle in meno di ventiquattro ore…

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 16, 2008 alle 8:45 pm

Il cinema documentario gratis sullo schermo del vostro computer

lascia un commento »

L’ultima pensata per la distribuzione gratuita di informazione on-line si chiama SnagFilms. Andando al sito www.snagfilms.com potete trovare un archivio di oltre 250 documentari da guardare on-line senza pagare e, addirittura, da ripostare sul vostro blog o sito web per la gioia dei vostri lettori. E non si tratta di clip di due o tre minuti messe su Youtube da un sedicenne dell’Ohio, bensi’ di una collezione di veri e propri film documentari che sono passati per le sale cinematografiche, alcuni suscitando grande clamore, altri meno. L’idea e’ quella di regalare a queste produzioni, spesso di notevole valore informativo, una seconda vita, dopo che il cinema d’essai di quartiere smette di proiettarle. Per darvi un’idea, questo e’ Super Size Me.

Scritto da Valentina Pasquali

luglio 17, 2008 alle 8:26 pm

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.