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Il mondo secondo Wikileaks

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Washington D.C. – Dopo aver reso pubblici, negli ultimi mesi, centinaia di migliaia di documenti segreti relativi alle operazioni militari americane in Iraq e Afghanistan, Wikileaks, un’organizzazione indipendente dedicata allo smascheramento della cattiva condotta di governi e corporation attraverso la pubblicazione di documenti riservati ottenuti da fonti anonime, ha cominciato domenica sera a postare sul proprio sito web oltre 250.000 epistole diplomatiche, i cosiddetti cable, scritte da ufficiali americani sparsi tra Washington D.C. e il resto del mondo.

Tra le rivelazioni più interessanti emerse fin qui (la quantità di file è tale che ci vorranno settimane, se non mesi, per arrivare in fondo): L’uso dei diplomatici come spie, ordinato da Hillary Clinton nel 2009 sulla scia di direttive simili iniziate da Condoleezza Rice, al fine di raccogliere informazioni personali e private, quali ad esempio i numeri delle carte di credito, di politici stranieri, all’estero e persino alle Nazioni Unite, in violazione di un trattato internazionale del 1946; La guerra segreta contro il terrorismo in Yemen, portata avanti grazie a missili americani, ma di cui si è, fin qui, assunto tutte le responsabilità il governo yemenita, per paura di apparire come una marionetta nelle mani di Washington; il trasferimento di  19 missili, con un raggio fino a 2000 miglia, dalla Corea del Nord all’Iran; l’insistenza dei Sauditi affinché gli Stati Uniti procedessero con un attacco militare contro i vicini iraniani; l’incapacità degli Americani di convincere il Pakistan a consegnargli dell’uranio che si teme potrebbe finire nelle mani dei terroristi islamici; la corruzione endemica in una serie di paesi, in particolare Afghanistan e Russia, con cui gli americani intrattengono relazioni diplomatiche quotidiane, in particolare l’ammissione che Ahmed Wali Karzai, fratello del Presidente Hamid Karzai, è un rinomato trafficante di droga.

Oltre a svelare questi dettagli fin qui nascosti della diplomazia internazionale, i documenti di cui Wikileaks è entrata in possesso grazie, in particolare, all’intraprendenza di Bradley Manning, ventiduenne specialista di intelligence per l’esercito americano che, durante un periodo di lavoro svolto in Iraq, avrebbe trasferito sul proprio computer personale gran parte dei file fin qui pubblicati, fanno luce sulle abitudini stravaganti, compromettenti e spesso inquietanti dei leader politici mondiali, quali Muammar Gaddafi in Libia (sempre accompagnato da una “infermiera” descritta come una “voluttuosa ucraina”), Robert Mugabe in Zimbabwe (“profondamente ignorante di questioni economiche ma convinto che i suoi 18 dottorati gli consentano di sospendere le leggi dell’economia”) e Gurbanguly Berdimuhamedov in Turkmenistan (che avrebbe licenziato un membro della propria scorta come punizione per non essersi accorto che un gatto, attraversando la strada davanti all’automobile del presidente, avrebbe attentato alla sua vita). Naturalmente, i cable fanno anche trasparire l’opinione candida condivisa dai diplomatici americani a proposito degli alleati europei (Angela Merkel è “poco creativa”, Nicolas Sarkozy è “permaloso” e Silvio Berlusconi è “vano, inefficacie”, affaticato dalle troppe feste e, sostanzialmente, il portavoce europeo del Primo Ministro russo Vladimir Putin).

L’insieme di queste rivelazioni ha provocato costernazione in mezzo mondo, offeso una serie di leader internazionali e attratto una reazione molto negativa contro Wikileaks, ancor più che contro i retroscena oscuri della diplomazia moderna che l’organizzazione fondata e diretta dall’australiano Julian Assange ha contribuito a palesare.

Se i media internazionali, dall’Italia al Pakistan, si sono gettati con entusiasmo sui file Wikileaks, attaccando con durezza i leader delle rispettive nazioni per gli sconcertanti comportamenti svelati dai cable, la classe politica internazionale ha avuto una reazione mista, in parte schierandosi al fianco di una amministrazione statunitense profondamente offesa e in parte non nascondendo la propria indignazione rispetto all’arroganza della diplomazia americana. Il Ministro del Budget Francois Baroin ha dichiarato, lunedì, che la Francia è “molto solidale con l’amministrazione americana”. E il Primo Ministro Berlusconi ha, naturalmente, ascritto le rivelazioni alla militanza dei giornali di sinistra. In Germania, invece, Ruprecht Polenz, Presidente della Commissione Affari Esteri, ha dichiarato: “I partner degli Stati Uniti presumono che le cose che vengono discusse con gli alleati più stretti rimangono confidenziali. Questa vicenda ha sollevato qualche dubbio in proposito e sarà compito degli Americani risolvere la situazione”. E il Primo Ministro russo Putin in un’intervista con Larry King su CNN, pur definendo la fuga di notizie “non una catastrofe” ha, però, invitato gli americani a “non interferire con le scelte sovrane del popolo russo”.

Negli Stati Uniti, la reazione alla pubblicazione dei file Wikileaks è stata sostanzialmente di unanime condanna, da parte di governo, politici dell’opposizione e persino dei media, delle attività dell’organizzazione di Assange. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha definito la mossa di Wikileaks “un attacco contro la comunità internazionale, le alleanze e le partnership, le convenzioni e i negoziati che proteggono la sicurezza globale e promuovono la prosperità economica”. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha aggiunto: “Si può senz’altro dire che il presidente è, come minimo, non soddisfatto della pubblicazione di queste informazioni […] Rubare documenti classificati e disseminarli pubblicamente è un crimine”. Il Procuratore Generale Eric Holder ha dichiarato che il Ministero della Giustizia americano ha aperto un’inchiesta sull’accaduto per verificare se sia possibile procedere contro Julian Assange e Wikileaks.

Ancor più dura la reazione della destra americana, in particolare dei potenziali candidati repubblicani alle elezioni presidenziali del 2012, tra i quali molti vogliono veder condannati a morte i responsabili della fuga di notizie. Sarah Palin ha chiamato Assange “un agente anti-americano con le mani sporche di sangue”, e si chiede “per quale ragione non è stato ricercato con la stessa urgenza con cui ricerchiamo al Qaeda e i leader talebani?” Mike Huckabee ha detto, con riferimento al soldato Manning, che “chiunque all’interno del governo abbia disseminato queste informazioni è colpevole di alto tradimento e qualsiasi punizione più lieve dell’esecuzione sarebbe troppo generosa”. Infine Newt Gingrich, senza sostenere l’ipotesi della pena di morte per Assange, ha comunque dichiarato: “Il tizio di Wikileaks dovrebbe passare il resto della vita in galera; È un nemico degli Stati Uniti […] dovremmo trattarlo come un nemico combattente”.

Se le reazioni del governo americano e dell’opposizione repubblicana sono sorprendenti fino a un certo punto, lo sono assai di più quelle dei media, non solo e non tanto dei blogger di destra, ma anche dei commentatori che riempiono le pagine dei principali quotidiani e settimanali americani. Marc Thiessen sul Washington Post, Jonah Goldberg sul Chicago Tribune, Joe Klein su TIME, editoriali sul Wall Street Journal e sul New York Sun sono tutti d’accordo che Assange, definito su una scala che va da “provocatore” a “nemico combattente”, vada in qualche modo perseguito legalmente, messo in galera, messo a morte. Wolf Blitzer su CNN non si capacita che il governo americano non sia capace di mantenere i propri segreti e pretende che vengano immediatamente adottate misure più efficaci affinché il pubblico, e giornalisti come lui, non vengano mai a conoscenza del numero sempre crescente di segreti di stato. Bisogna cercare nei magazine e siti web progressisti per trovare commentatori pronti a difendere l’operato di Wikileaks. Infuriato con i colleghi che si sono lanciati all’attacco di Assange, Glenn Greenwald scrive su Salon.com: “La maniera casuale e disinvolta con cui così tanti commentatori politici sono disposti a chiedere l’eradicazione di altri esseri umani senza concedere nemmeno la parvenza del giusto processo è assolutamente demente”.

Data l’insurrezione popolare contro Wikileaks, anziché contro l’ipocrisia della diplomazia odierna, il rischio, per tutti, è che la comunità internazionale e, in particolare, il governo americano, facciano seguito allo scandalo conosciuto come “cablegate” con un irrigidimento delle procedure di sicurezza che sono applicate alle informazioni classificate, aumentando ulteriormente il livello di segretezza che caratterizza già oggi la politica internazionale e minando sempre più le fondamenta dello stato democratico. Il rischio per Assange, che negli ultimi mesi ha coltivato un numero davvero impressionante di nemici importanti, è di aver dato troppo, forse tutto, per la pubblicazione di una serie di documenti che, per quanto interessanti e importanti – i cable offrono una finestra davvero unica sui processi e i retroscena che caratterizzano la diplomazia americana e internazionale — non hanno smascherato segreti destinati a cambiare il mondo, niente a che vedere con le rivelazioni contenute nei famosi Pentagon Papers, pubblicati dal New York Times nel 1971, i quali, divulgando le grossolane bugie raccontate dal governo americano a proposito del proprio coinvolgimento in Vietnman, hanno in parte contribuito a accelerare il ritiro delle truppe statunitensi dal teatro di guerra del Sud-est asiatico.

 

Pubbicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

dicembre 3, 2010 alle 7:20 pm

Stati Uniti e il dilemma dell’immigrazione

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Washington D.C. – Cresce, negli Stati Uniti come in Europa, la fobia degli immigrati clandestini. Mentre l’America attende invano che il governo arrivi a una riforma comprensiva delle leggi sull’immigrazione (esiste già una proposta, la quale però è ferma al Congresso dal 2006), che modifichi in maniera coerente i termini che regolano i flussi migratori verso gli Stati Uniti, la questione dell’illegalità diventa, ogni giorno di più, un tema centrale della campagna elettorale per le elezioni midterm di novembre, in cui gli elettori americani saranno chiamati alle urne per rinnovare l’intera composizione della Camera e parte del Senato. La paura dei clandestini si sta spargendo a macchia d’olio nonostante, in realtà, l’Amministrazione Obama abbia notevolmente irrigidito i meccanismi di controllo sull’immigrazione e abbia aumentato grandemente il numero di deportazioni. Inoltre, paradossalmente, il numero di immigrati che entrano illegalmente negli Stati Uniti è in calo netto, così come il numero di coloro che risiedono nel paese senza alcun visto o permesso di soggiorno.
Uno studio pubblicato di recente dal Pew Hispanic Center, un’organizzazione non-partisan che si occupa di ricerche statistiche, rivela che una media annuale di circa 300.000 immigrati sono entrati clandestinamente negli Stati Uniti tra il marzo 2007 e il marzo 2009. Si tratta questo di un declino di quasi due terzi rispetto ai numeri registrati tra il 2000 e il 2005, quando 850.000 persone in media attraversavano il confine illegalmente ogni anno. È in calo anche il numero di clandestini che vivono permanentemente negli Stati Uniti. Si stima che, nel 2009, circa 11,1 milioni di persone risiedevano nel paese senza permesso, ovvero l’8% in meno rispetto al picco storico di 12 milioni toccato nel 2007.
È quanto mai probabile che questo crollo sia stato causato, soprattutto, dalla profonda e prolungata crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti negli ultimi anni, con il conseguente aumento della disoccupazione, fattori che senz’altro hanno scoraggiato l’arrivo di nuovi flussi migratori e, al contempo, incoraggiato la partenza di molti clandestini che si trovavano già sul suolo statunitense.
È vero anche che, contrariamente a quello che si potrebbe immaginare, l’Amministrazione Obama ha irrigidito le politiche sull’immigrazione,  aumentando il numero e la frequenza dei controlli, seppur con strategie diverse da quelle perseguite ai tempi della presidenza di George W. Bush.
Obama si è, fin qui, mosso in due direzioni.
Da un lato, l’Amministrazione ha deciso di abbandonare progressivamente i notori rastrellamenti, autorizzati da Bush e condotti dalle forze dell’ordine, in quei luoghi di lavoro in cui si sospettava la presenza di immigrati illegali, rastrellamenti durante i quali i clandestini venivano arrestati, incarcerati e infine deportati. Invece, Obama ha deciso di affidarsi a controlli sempre più  stringenti condotti dal fisco su quei datori di lavoro sospettati di impiegare illegalmente immigrati senza permesso di soggiorno. Il Department of Homeland Security-DHS calcola che il ritmo di controlli fiscali sulle aziende sia quadruplicato rispetto all’ultimo anno della presidenza Bush, avendo portato a termine la revisione della documentazione di 2.875 imprese e avendo imposto un totale di 6,4 milioni di dollari in multe. Nello stesso periodo di tempo, solo 765 lavoratori clandestini sarebbero stati arrestati durante incursioni delle forze dell’ordine sui posti di lavoro, contro i 5.100 presi nel 2008.
Con questo tipo di approccio, il governo spera di scoraggiare le aziende americane che impiegano immigrati illegali, mettendo così un freno anche alle pratiche di sfruttamento economico (stipendi insufficienti, niente assistenza sanitaria, niente pensione) a cui vengono spesso soggiogati i lavoratori che sono negli Stati Uniti clandestinamente.
L’Amministrazione Obama ha anche deciso di prolungare un esperimento del DHS lanciato durante la presidenza di Bush e conosciuto come E-Verify. I datori di lavoro possono verificare, attraverso questo sistema, che il numero di sicurezza sociale presentato loro da lavoratori che fanno domanda per un posto corrisponda alle informazioni contenute nei record ufficiali della Social Security Administration (la quale gestisce i numeri di sicurezza sociale, in sostanza l’equivalente del nostro codice fiscale), così da capire immediatamente se il lavoratore in questione è in possesso davvero di un permesso di soggiorno valido.
Dall’altro lato, il governo americano sta implementando un programma, conosciuto con il nome di Secure Communities, che si pone come obbiettivo quello di deportare con più efficienza gli immigrati clandestini che si siano resi colpevoli di un qualche reato secondo la legge americana. Succede, così, che le impronte digitali degli immigrati che, per qualsiasi ragione, sono arrestati dalle forze dell’ordine, vengono sottoposte immediatamente ai controlli incrociati della Immigration and Customs Enforcement – ICE  (l’agenzia del governo incaricata della sicurezza dei confini statunitensi). Coloro che non hanno un permesso di soggiorno vengono immediatamente rimpatriati. Secondo stime rilasciate da DHS, questo sistema sarebbe stato in grado di identificare, fin qui, 240.000 immigrati illegali colpevoli di reati, di cui 30.000 sarebbero già stati deportati.
ICE ha in programma di deportare un totale di circa 400.000 persone durante l’anno fiscale in corso, il che rappresenterebbe un incremento del 10% circa rispetto ai numeri ottenuti dall’Amministrazione Bush nel 2008, e del 25% rispetto al 2007.
Infine, Obama ha deciso di inviare 1.200 soldati della Guardia Nazionale al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Il primo contingente di militari è arrivato a inizio agosto.
Questa strategia aggressiva adottata dall’Amministrazione Obama risponde a necessità che sono, talvolta, contraddittorie. Da un lato, il presidente vuole mostrarsi duro sul tema dell’immigrazione, sperando così di convincere i repubblicani a concedergli qualcosa in cambio, ad esempio la disponibilità a discutere una riforma comprensiva delle leggi sull’immigrazione. Dall’altro, Obama spera anche, mostrando al paese di essere pronto a deportare i clandestini che abbiano avuto problemi con la legge, di rassicurare la popolazione americana sulla sicurezza della nazione, e di poter allentare così i controlli su coloro che, durante i propri soggiorni non autorizzati negli Stati Uniti, si comportano in maniera (per il resto) rispettosa della legge.
Parte della riforma voluta dai democratici, infatti, su cui i repubblicani si rifiutano di trovare un compromesso, prevederebbe una serie di nuove aperture legali che consentirebbero ai circa 11 milioni di immigrati clandestini che si trovano sul territorio americano oggi di ottenere, in un modo o nell’altro, un permesso di soggiorno subito e, in futuro, anche la cittadinanza statunitense. Fra le proposte più recenti vi è quella del Dream Act (Development, Relief and Education for Alien Minors Act), lanciata dai democratici l’anno passato. Questa legge offrirebbe un permesso di soggiorno di sei anni, che può poi essere convertito in uno permanente, agli studenti delle scuole superiori americane che siano arrivati nel paese illegalmente, portati dai genitori quando ancora erano minori, e che, nei sei anni a disposizione, siano intenzionati a ottenere un titolo di studio universitario. L’Amministrazione Obama vorrebbe inoltre espandere il cosiddetto Guest Workers Program, proposta  già sostenuta da George W. Bush, che consentirebbe alle aziende americane di sponsorizzare un visto triennale per i lavoratori non specializzati che siano impiegati nei settori agricolo e industriale.
Nonostante gli sforzi dell’Amministrazione, e nonostante, come si è visto, il numero di clandestini che risiedono in America o che vi arrivano illegalmente sia in netto calo, il Presidente Obama non solo non pare in grado di convincere il Congresso a far passare una legge comprensiva sull’immigrazione, ma è anche sotto il fuoco incrociato sia dei conservatori che dei progressisti.
La destra americana si lamenta del fatto che l’amministrazione è troppo soft sulla questione illegalità, la sinistra si preoccupa invece della violazione dei diritti degli immigrati.
In particolare il programma Secure Communities è guardato con un certo sospetto dai liberal americani in quanto pericolosamente simile alla legge recentemente approvata in Arizona (la SB-1070), la quale impone alle forze dell’ordine locali il dovere di controllare i documenti di immigrazione di chiunque sia fermato in flagranza di reato.
L’Amministrazione Obama ha fatto ricorso contro questa legge, sulla base del fatto che l’Arizona violerebbe così il potere, esclusivamente federale, di regolare le attività di confine e i flussi migratori, e la legge è stata, per il momento, sospesa da un giudice.
Eppure, leggi simili a quella dell’Arizona sono già state proposte in altri venti stati dell’Unione, e molti candidati alle elezioni midterm di novembre, soprattutto repubblicani, ma non solo, stanno spingendo sulla questione immigrazione in quanto estremamente popolare a livello dell’elettorato, in particolare tra le fila del sempre più influente Tea Party Movement. Tra i conservatori c’è addirittura chi vorrebbe modificare una clausola del 14mo Emendamento della Costituzione americana, privando i figli di immigrati clandestini del diritto alla cittadinanza, che al momento viene concessa automaticamente a tutti i bambini nati sul suolo statunitense.
Mentre continuano all’infinto le diatribe tra democratici e repubblicani, a questo punto è sempre più probabile che, invece, sia una seconda fase di recessione economica, che sembra destinata a colpire gli Stati Uniti nei prossimi mesi, a risolvere la questione in maniera definitiva, convincendo un numero ancor più grande di stranieri a starsene, o a tornarsene, a casa di propria sponte.

Pubblicato originariamente su Glocus Web Magazine

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 20, 2010 alle 6:34 am

Il tallone di carta

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Parigi — Un deficit commerciale passato da 90 a 700 miliardi di dollari, un deprezzamento del 60% rispetto all’euro, la Cina seconda riserva di dollari del mondo… Il venir meno della garanzia dell’oro e il privilegio americano di poter battere moneta internazionale stanno portando il mondo verso il tracollo. L’Europa tra poco non sarà più concorrenziale, l’Africa legata all’euro è alla fame… Intervista a Norman Palma.
Norman Palma, economista, Maïtre de Conférences all’Università Paris-IV Sorbonne, ha pubblicato, tra l’altro, Réflexions sur l’union monétaire européenne, Indigo & Cote-Femmes.

Valentina Pasquali (VP): Come descriverebbe la situazione attuale dei mercati finanziari internazionali e perché definisce questo un momento di crisi storica?


Norman Palma (NP) Il problema principale dei mercati finanziari internazionali, oggi, è quello del deprezzamento del dollaro. Stiamo assistendo a un rapido processo di caduta della moneta americana, dovuto semplicemente a ragioni di carattere quantitativo: c’è sovrabbondanza di dollari circolanti nei mercati finanziari, e non si tratta solamente di banconote ma anche di buoni del tesoro americano, conservati, tesaurizzati, dalle banche centrali dei paesi più importanti.
Ma è una crisi che viene da lontano, dagli Accordi di Washington del 18 dicembre 1971, che attribuirono agli Stati Uniti il privilegio di battere moneta internazionale. Privilegio di cui gli Usa hanno sempre abusato, in particolare nell’ultimo periodo, portando a un incremento del loro deficit commerciale assolutamente incredibile. Basti pensare che nel 1992 era nell’ordine di circa 94 miliardi di dollari e oggi è giunto a una cifra vicina ai 700 miliardi di dollari!
Ci sono, dunque, troppi dollari che circolano nel mondo. E di conseguenza persino monete fragili come quelle dei paesi latinoamericani si stanno apprezzando nei suoi confronti. Solo l’anno scorso, il real brasiliano si è apprezzato dell’8,9%. E’ la prima volta che accade nella storia dell’America del Sud. Prima c’era una parità fissa, una stabilità delle monete latinoamericane in rapporto al dollaro che si è mantenuta fino al 1974-1975. A seguito della crisi, sia monetaria che di investimenti dei paesi del Terzo mondo e dunque di quelli latino americani, queste monete avevano cominciato a perdere valore rispetto al dollaro. L’Argentina, ad esempio, aveva reagito istituendo la parità pura con il dollaro (che all’epoca era una moneta molto forte) ma è così arrivata sull’orlo del fallimento: i suoi prodotti erano diventati troppo cari.
Ma dal 26 ottobre 2000 la moneta americana ha perduto più del 60% del suo valore nei confronti dell’euro e il processo non intende fermarsi.
La cosa curiosa è che sono gli Stati Uniti, con la loro politica economica e monetaria, a provocare questa sorta di discesa libera; sembrano dimenticarsi che saranno proprio loro a subirne per primi le conseguenze.

VP: Quindi la prospettiva è il crollo del dollaro…

NP: Sì, e la causa sarà proprio l’euro. L’euro è una moneta rara sui mercati finanziari; la Banca Centrale Europea, infatti, per statuto non ha il diritto di emettere moneta, non può quindi decidere di sostenere il dollaro evitando il sovrapprezzamento dell’euro. Bisogna infatti ricordare che il valore di queste due monete è inversamente proporzionale: se l’una cresce l’altro cala.
Perciò la tendenza è un deprezzamento del dollaro sempre più accentuato, a fronte invece di un euro che continuerà a crescere, fino a che i prodotti europei non saranno più concorrenziali. La Francia, ad esempio, si è trovata per la prima volta nel 2004 con un deficit importante, e lo stesso vale per l’Italia. Sono economie non più concorrenziali proprio a causa dell’apprezzamento dell’euro.
Alcuni, ora, hanno pensato che il rimedio, per stabilizzare il dollaro, sia lasciar fluttuare liberamente lo yuan cinese sui mercati, ma non è vero: anzi, se lo yuan comincerà a fluttuare, il crollo de dollaro sarà ancora più veloce.
Finora, ovvero fintanto che lo yuan rimane ancorato al dollaro (grazie al dollaro di Hong Kong, che a sua volta è in parità pura con quello americano) la Banca Centrale Cinese, per poter conservare questa parità, dovrà battere moneta e immetterla sul mercato per acquistare dollari. L’anno scorso, ad esempio, la Cina ha acquistato qualcosa come 210 miliardi di dollari, ritrovandosi perciò con una riserva impressionante: siamo nell’ordine di 620 miliardi di dollari. Una cosa immensa, la seconda riserva del mondo. Alcuni pensano che questi numeri siano dovuti all’eccedenza della bilancia commerciale cinese, ovvero al grande volume di esportazioni, ma è vero solo fino ad un certo punto. La Cina infatti non ha poi tutta questa enorme eccedenza; l’anno scorso, ad esempio, è stata di 32 miliardi di dollari, il che non basta a spiegare una tale accumulazione di dollari.

VP: La Cina ha un vantaggio nell’acquistare dollari: evita l’apprezzamento dello yuan e, di conseguenza, mantiene alto il volume delle sue esportazioni. Perché mai, dunque, dovrebbe smettere di farlo?

NP: Perché è il gruppo del G7 a chiederglielo. I capi di questi sette paesi chiedono che la Cina lasci fluttuare lo yuan sui mercati internazionali, nonostante sappiano perfettamente che attualmente ciò non è possibile a causa degli impegni che la Cina ha preso nei confronti del dollaro.
Qui occorre fare una digressione. L’unica eccezione nella storia è il caso di Hong Kong. La Cina di Deng Xiaoping si compromise nei confronti di Margareth Tatcher promettendo di garantire la moneta e l’ordine istituzionale di Hong Kong per cinquant’anni, tramite un accordo, con valore di trattato internazionale, depositato presso le Nazioni Unite. Ecco perché ora la Cina non può procedere verso una revisione unilaterale degli accordi, ma ha bisogno del consenso del Consiglio di Sicurezza. Ed ecco perché non può sopprimere il dollaro di Hong Kong tutto in una volta sostituendolo con lo yuan.
Perciò la Cina, prima di procedere alla libera fluttuazione dello yuan, deve risolvere il problema del dollaro di Hong Kong.
Ebbene, all’ultima riunione, il 2 febbraio a Londra, gli è stato chiesto apertamente di abbandonare l’impegno e di lasciar fluttuare la moneta. E se la richiesta verrà accettata, la Cina smetterà di comprare dollari. Ma in tal caso il dollaro non potrà che precipitare.

VP: Qual è il motivo che ha spinto i paesi del G7 a fare questa richiesta? Cosa ne deriverebbe?

NP: Curiosamente, questi paesi ritengono che questa sia proprio la soluzione adatta per arrestare il crollo del dollaro. Tanto -pensano- la Cina continuerebbe a comprare dollari comunque, per mantenere basso il valore dello yuan e dunque alto quello delle sue esportazioni. In realtà si produrrà esattamente l’effetto opposto: nel momento in cui la Cina non avrà più l’obbligo di mantenere la parità col dollaro, non le sarà più conveniente farlo: a causa della perdita di valore della moneta americana, ora infatti è costretta a vendere i suoi prodotti ad un prezzo troppo basso.
Ciò spiega, tra l’altro, come mai l’eccedenza nella bilancia commerciale cinese non sia poi così elevata -anzi direi è che contenuta- soprattutto se messa in relazione alla sua capacità produttiva.
Ma la stessa cosa è successa in America Latina. Il Brasile, ad esempio, si è reso conto che non poteva più continuare a vendere ai prezzi del dollaro. Era necessario che la sua moneta diventasse più forte.
Già oggi le grandi banche centrali che hanno una abbondante riserva di dollari, come quella del Giappone, della Corea del Sud, di Taiwan o di Singapore, hanno perduto il 60% del valore delle loro riserve. Ad un certo punto non potranno che cominciare ad acquistare euro che, di conseguenza, continuerà ad apprezzarsi. Ma per comprare euro, dovranno vendere i dollari, con conseguente, ulteriore deprezzamento di quest’ultimo.
Proprio recentemente, la Corea del Sud ha cominciato a parlare proprio di questo. La sua Banca Centrale ha già fatto girare una nota interna su tale questione. Cominceranno a vendere grandi quantità di dollari provocando panico sui mercati finanziari.
Questi dollari, banconote o buoni del tesoro che siano, ritorneranno così alla Federal Reserve (che naturalmente è responsabile del mantenimento della stabilità della moneta americana), ma il problema, oggi, è che la Federal Reserve non ha riserve sufficienti per garantire tale stabilità.

VP: A che punto siamo di questo processo?

NP: Secondo me siamo proprio a ridosso della rottura, che naturalmente provocherà il panico nel mondo finanziario. E perché questa rottura si produca basteranno davvero pochi elementi: sarà sufficiente che uno di questi paesi con grandi riserve in dollari -ma anche paesi più piccoli, con riserve meno significative- cominci a vendere. Allora ci si accorgerà, all’improvviso, della sovrabbondanza di dollari sui mercati internazionali. Problema che, ripeto, è già una realtà.

VP: Ma da cosa è causata questa sovrabbondanza?

NP: E’ primariamente il risultato del debito degli Stati Uniti, e intendo quello estero, perché quello interno è cosa piccola a confronto. Il debito estero provoca un aumento dell’immissione di dollari sul mercato, amplificando così il problema. Ad esempio nel 2000 la quantità di dollari che circolavano nel mondo era il 75% della quantità emessa dalla Federal Reserve. Vale a dire che il 75% dei biglietti emessi dalla Banca Centrale americana si trovavano fuori dagli Stati Uniti! E per il 2004 si parla addirittura dell’85%, una cifra enorme, pazzesca.
Ci sono poi altri elementi che stanno aggravando il problema. Finché il dollaro è rimasta una moneta forte, nei paesi in cui la crisi era molto importante, in Russia o in America Latina ad esempio, la gente li acquistava per tesaurizzarli, per conservarli; oggi che il dollaro si sta deprezzando queste persone lo stanno de-tesaurizzando, ovvero cominciano a vendere, contribuendo così, a loro volta, ad accelerare questo processo di perdita di valore.

VP: Il sistema attuale, che si fonda sul dollaro come moneta internazionale, moneta di riserva, è nato nel 1971, quando gli accordi di Bretton Wood vennero rivisti e fu abbandonato il Gold Exchange Standard. La decisione che venne presa allora è stata certamente non solo monetaria ma anche politica. Gli Stati Uniti nel 1971 hanno avuto la forza politica di imporre il dollaro come moneta internazionale. Come si è arrivati a ciò?

NP: In realtà è una storia sorprendente. Il Gold Exchange Standard -che significava, in pratica, che il dollaro era garantito dalle riserve d’oro degli Usa- fu pensato come un sistema di redistribuzione delle immense quantità del metallo prezioso in mano agli Stati Uniti al momento della firma degli accordi, il 20 luglio 1944. All’epoca gli Usa possedevano il 75% delle riserve mondiali d’oro. Curiosamente, però, il processo di redistribuzione di tali riserve è stato molto più rapido di quanto non si fosse pensato all’inizio e gli Stati Uniti, già nel 1971 avevano riserve troppo scarse per poter continuare a garantire il valore del dollaro, ovvero per mantenere fisso il cambio un’oncia d’oro contro 35 dollari. E dunque si impose il cosiddetto pool dell’oro, vale a dire che i dieci paesi più ricchi del mondo dovettero vendere oro sul mercato internazionale per sostenere il dollaro.

VP: Quale fu la causa?

NP: Mah, essenzialmente il clima instaurato dalla guerra fredda, la paura dell’Unione Sovietica. Si sentì la necessità, non tanto stabilizzare gli Stati Uniti, quanto di garantire la sicurezza dell’Europa Occidentale. Era il discorso dominante all’epoca. Ad esempio, De Gaulle già nel 1965 rifletteva sul fatto che fosse meglio abbandonare il Gold Exchange Standard, ma per tornare al Tallone oro, non certo per concedere agli Stati Uniti il diritto di battere la moneta internazionale, progetto al quale lo statista era decisamente contrario. I suoi successori, però, non portarono avanti quest’idea, bensì decisero, appunto, di regalare agli Stati Uniti l’immenso diritto, e privilegio, di battere la moneta internazionale, acquistando e vendendo i beni e servizi del mondo utilizzando della semplice carta e instaurando, per così dire, il regno del dollaro.

VP: Perché l’Europa prese, all’epoca, la decisione di chiedere la revisione degli accordi del 1944, ovvero la soppressione della garanzia oro-dollaro?

NP: Mah, semplicemente perché aveva già cominciato a lavorare ad un progetto di moneta unica che avrebbe potuto prendere il posto del dollaro come moneta internazionale E più precisamente col Piano Barre del 12 febbraio 1969.
L’idea di fondo di tale Piano era quella, appunto, di non opporsi agli Stati Uniti, come invece voleva De Gaulle, perché si riteneva più importante lavorare alla creazione di una moneta unica, una moneta forte che fosse la somma di più monete forti e che un giorno sarebbe potuta arrivare a provocare il crollo del dollaro, prendendone il posto. (In qualche modo potremmo dire che si cercasse di aggirare l’ostacolo anziché affrontarlo di petto). Moneta unica che, nel pensiero di Barre, non solamente avrebbe dovuto prendere il posto del dollaro come moneta di riserva internazionale ma avrebbe anche garantito la piena occupazione. Ancora di più, l’unione monetaria avrebbe dovuto condurre all’unione politica. Un automatismo, questo, che non fu mai reso esplicito e soprattutto che non fu mai spiegato. Perché mai, nella storia, l’unione monetaria ha condotto all’unione politica. E’ piuttosto sempre accaduto l’inverso: come nel caso della Germania, è l’unione politica a condurre all’unione monetaria. Dopo la caduta del muro, il 9 novembre 1989, per prima cosa la ci fu libera circolazione e dunque l’unione economica, dopodiché c’è stato il referendum dell’8 marzo 1990, che ha sancito la volontà di riunificazione. Ed è stato ciò che ha permesso, il primo luglio 1990, al marco dell’ovest di sostituire il marco dell’est.
Noi conosciamo anche il caso dei paesi dell’Africa francofona con il Franc Cfa. Quei paesi avevano l’unione monetaria sia prima che dopo l’indipendenza, ma ciò non ha portato né l’unione politica né quella economica.
Dunque per finire, fu Pompidou, in accordo con la Germania, a proporre all’allora presidente Nixon la soppressione della garanzia oro-dollaro. Proposta che fu accettata il 15 agosto 1971, proprio perché in quel momento gli Stati Uniti non avevano più le riserve necessarie per garantire il valore della propria moneta. Secondo la regolamentazione della Federal Reserve americana, infatti, gli Stati Uniti devono sempre avere una quantità minima di riserve, perciò non potevano privarsi di quel minimo di copertura stabilita. In quel momento, invece, erano arrivati al limite.
In realtà l’Europa pensava che la soppressione della garanzia oro-dollaro avrebbe provocato la caduta del dollaro. Ciò che non si comprese è che in realtà si stava regalando agli Stati Uniti il privilegio di emettere la moneta internazionale e quindi, ripeto, di acquistare i beni del mondo tramite della semplice carta.
Tutto questo per dire che, nonostante si pensi, a livello diffuso, che è stata la volontà di dominazione degli Usa a condurci fin qui, in realtà non furono gli americani ad imporre questo cambiamento. Fu un regalo della comunità internazionale. Un regalo, però, che ora ci porterà alla crisi universale che aveva previsto De Gaulle.

VP: Che consapevolezza c’è, ad oggi, tra i politici americani, i dirigenti della Federal Reserve, di questa crisi e del rischio che corre la moneta americana? Esistono misure per fermare la caduta del dollaro?

NP: Non c’è niente da fare, nessuna possibilità di intervenire, perché si tratta di un problema di ordine quantitativo. C’è sovrabbondanza di dollari sui mercati internazionali. E questa sovrabbondanza diventerà ancor più significativa quando tutti i paesi, anche quelli piccoli, quelli in via di sviluppo per esempio, cominceranno a vendere i dollari che hanno tesaurizzato e utilizzato come riserva. In Brasile già lo stiamo vedendo: la gente sta cominciando a vendere dollari per acquistare i reales. E in Cile o in Messico è lo stesso. Ovunque c’è il problema del deprezzamento del dollaro.
La cosa interessante è che, se guardiamo ad esempio al 2000, il 40% dei dollari circolanti nel mondo -e non parlo di buoni del tesoro ma di banconote- è stato tesaurizzato dai paesi sottosviluppati. Oggi stiamo assistendo alla tendenza opposta, ovvero la de-tesaurizzazione del dollaro: tutti questi dollari cominciano a essere immessi sul mercato. Gli Stati Uniti, da parte loro, non hanno riserve sufficienti per porre rimedio a una tale tendenza e per garantire il valore della moneta, anzi, sono l’unico paese che praticamente non ha riserve. L’unica reale riserva degli Stati Uniti è semplicemente la possibilità di emettere nuovi buoni del tesoro, che in questo momento utilizzano per scambiare i dollari che rientrano negli Stati Uniti. Sta accadendo proprio adesso col Giappone, che sta scambiando dollari con la Federal Reserve in cambio di buoni del tesoro. Ma perché mai la Banca Centrale giapponese preferisce i buoni del tesoro? Molto semplicemente perché sono dollari remunerati con un interesse piuttosto alto, circa il 4%…

VP: Come possono rientrare in questo scenario le considerazioni di tipo militare e politico? Non pensa che gli Stati Uniti abbiano la forza necessaria per controllare la caduta della propria moneta a un livello che non è solamente finanziario, ma anche militare?

NP: Le guerre non potranno che accelerare il fenomeno in atto. Più gli Stati Uniti continuano su questa strada, in questa prospettiva quasi messianica, in questo progetto religioso che vede per ogni nazione un destino manifesto -in ultima istanza quello di permettere il ritorno di Cristo sulla terra- più aumenteranno i costi, e con essi il debito estero.
L’impegno in Iraq è già costato qualcosa come 150 miliardi di dollari all’anno. Sono somme assolutamente colossali. E siccome questo intento è di ordine messianico, gli Usa non potranno che continuare su questa strada. E’ un progetto guidato dallo spirito di quella che viene definita la Bible Belt, oggi così potente negli Stati Uniti. Come dire, l’America sta cercando di portare a termine una missione religiosa nel mondo.
Naturalmente un tale progetto religioso è anche quel fumo negli occhi che permette agli Usa di occultare l’anomalia su cui si fonda l’attuale ordine economico.
Questo paese, infatti, vive oggi una sorta di economia del miracolo. Ha un deficit monumentale nel bilancio dei pagamenti ma nessuno pare farsene un problema. La loro economia di consumo è senza limiti, perché hanno, per l’appunto, il potere di acquistare i beni prodotti nel mondo con della semplice carta.
Ciò che gli Stati Uniti assorbono dai mercati internazionali è qualcosa di colossale, ma non provoca alcuno squilibrio, sempre per il famoso fatto di battere moneta internazionale.
Qui va aggiunto il seguito alla storia raccontata prima. Questo privilegio non fu solamente il risultato degli accordi di Washington, ma ci fu un seguito, ovvero gli accordi di Giamaica dell’8 gennaio 1976, coi quali Giscard d’Estaing, il presidente francese dell’epoca, concesse a Gerald Ford la de-monetizzazione dell’oro. In questo modo, il metallo prezioso perse ogni ruolo finanziario. E fu proprio Giscard d’Estaing a proporlo. Perché? In realtà ancora una volta non fu un regalo agli Stati Uniti da parte di queste grandi personalità, Pompidou, Giscard d’Estaing, fu solamente l’espressione dello spirito del tempo: come diceva Keynes, si pensava che l’oro fosse una reliquia barbarica, che non servisse più a nulla. (Invece l’oro gioca un suo ruolo di regolatore, garantisce degli automatismi sui mercati finanziari).
Si pensava che il suo costo di produzione e di utilizzo fosse troppo elevato e si ritenne di poter andare oltre, sostituendolo con la carta moneta. Era una idea che circolava già ai tempi di Adam Smith, nel suo libro The Wealth of Nations, quando si cominciava a parlare di uscire dal sistema del Tallone oro. Nell’epoca classica si pensava che per arrivare a questa soluzione fosse necessaria una vera comunità di nazioni, capace di prodursi non solamente attraverso l’aumento degli scambi ma anche attraverso una solidarietà di fondo, secondo il principio di dare a chi ha bisogno. Così si sarebbero create le condizioni per attuare ciò che Kant chiamava la pace perpetua. A quel punto sì, si sarebbe potuti arrivare alla carta moneta.

VP: Ci sono altre monete che potrebbero sostituire il dollaro dopo la sua caduta, come monete di riserva? Lo yen, lo yuan, l’euro?

NP: No. E lo strumento che farà crollare il dollaro sarà proprio l’euro. Perché il suo prezzo aumenta più velocemente del prezzo dell’oro. E poi, come abbiamo già detto, è raro sui mercati finanziari internazionali ed è in relazione inversa con il dollaro. Così, più verrà acquistato usando le riserve di dollari, più la condizione di sovrabbondanza di dollari circolanti sui mercati si aggraverà.
Ma non si potrà tirare troppo la corda, l’apprezzamento dell’euro e il deprezzamento del dollaro non potranno, infine, che ricondurre a un ritorno dell’oro come moneta di riserva internazionale. Torneremo al Tallone d’oro.
Dopodiché, se l’umanità sarà capace di costituirsi come una vera comunità universale di nazioni con dei principi e della solidarietà, allora potrà nascere un nuovo strumento monetario. Che potrà essere di nuovo carta moneta, oppure una moneta astratta ecc. Ma bisognerà per forza passare nuovamente per il Tallone d’oro.

VP: Perché è dell’opinione che il ritorno all’età dell’oro sarebbe positivo?

NP: Innanzitutto perché già il fatto di uscire dall’età del dollaro permetterà il ritorno alla solvibilità delle nazioni. Ora il debito internazionale è in dollari e poiché il dollaro crollerà è evidente che il debito internazionale dovrà sparire. E tutti i paesi dovranno ritornare alla solvibilità. Naturalmente ci saranno paesi che dovranno pagare un prezzo terribile; in particolare quelli, come la Cina e il Giappone, che ora hanno molti dollari nelle loro riserve. Improvvisamente si troveranno senza nulla… La Cina, come dicevamo, ha 620 miliardi di dollari nelle riserve (e 820 miliardi il Giappone) ma ha solo 600 tonnellate d’oro. Il Giappone 700. L’Italia, per esempio, ne ha 2500, la Francia ne ha più di 3000, la Germania più di 3500. E al momento della crisi i paesi con grandi riserve d’oro si troveranno in mano qualcosa che ha un valore effettivo, mentre gli altri si troveranno in mano della carta che non vale più nulla.
Ma il ritorno in forza dell’oro non implica solo questo. Nel diciannovesimo secolo, il mercato funzionava grazie a meccanismi per cui i paesi con eccedenze praticavano il libero scambio mentre i paesi in deficit avevano la possibilità di praticare il protezionismo, innalzando barriere doganali in modo da esportare di più di ciò che importano (per poi tornare all’equilibrio e al libero scambio). In poche parole, il protezionismo era lo strumento dei deboli, perché, secondo una legge universale, sono i deboli ad aver bisogno di protezione, non i forti. Oggi, invece, il sistema funziona in maniera diametralmente opposta: sono i paesi più potenti che praticano il protezionismo, vedi l’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Giappone, il Canada, l’Australia. E non si fermano al protezionismo ma praticano anche il dumping, ovvero sovvenzionano le esportazioni. Prendiamo il caso del cotone: gli Stati Uniti, che sono i primi produttori al mondo, non si limitano a sovvenzionarne la produzione ma anche l’esportazione. E lo fanno in maniera tale che i paesi produttori di cotone dell’Africa Occidentale, le ex-colonie francesi, che sono i secondi produttori, non riescono a venderlo perché non possono competere con gli Usa. La situazione monetaria attuale, tra l’altro, peggiora ulteriormente la situazione perché la moneta di questi paesi, il Franc Cfa, è collegato all’euro e dunque si è apprezzato.
Bisogna infatti ricordare che l’euro non estende la propria influenza solo sui paesi dell’Unione Europea; esiste anche la zona del Franc Cfa, che essendo ancorata all’euro, segue i suoi movimenti. Ma questi sono paesi già in ginocchio, e se il processo di apprezzamento dell’euro -e del Franc Cfa- procederà ulteriormente, sarà la morte delle loro economie. Nonostante i salari miserabili, non riusciranno più ad esportare.
Abbiamo creato un sistema in cui non soltanto gli Stati Uniti, il paese più ricco del mondo, ha il diritto e il privilegio di emettere la moneta internazionale e di poter comprare i beni e i servizi del mondo con della semplice carta, ma in cui i paesi più potenti praticano il protezionismo e il dumping contro i paesi in via di sviluppo in settori in cui quei paesi potrebbero essere concorrenziali. Facciamo un altro esempio, la produzione di polli. L’Africa francofona ne era una forte produttrice, poi ha dovuto sospendere perché non riusciva più a competere con la produzione dell’Unione Europea, che però sovvenziona l’esportazione della sovrapproduzione.
Qualcuno ha previsto un ritorno alla centralità dell’Europa, come sistema economico e culturale, dopo la fine dell’egemonia americana. Lei cosa ne pensa?
Direi che sono teorie di ordine onirico. Più che altro sogni o fantasie. L’Europa, oggi, è di fronte ad una crisi di prima grandezza, e che andrà peggiorando, lo ripetiamo, a causa del continuo apprezzamento dell’euro. E’ evidente che se l’euro arriverà a valere due dollari, l’Europa non riuscirà più ad essere concorrenziale. E se salirà a tre o quattro dollari sarà una catastrofe. Dunque innanzitutto dovremo vedere come evolverà questa tendenza. Inoltre, c’è il problema, che non possiamo ignorare, dei fondi strutturali. Ci sono paesi, come la Spagna, la Grecia e il Portogallo, sovvenzionati in maniera impressionante dai fondi strutturali. La Spagna, che è il primo beneficiario, riceve qualcosa come il 40% in più di ciò che riceve la Francia. La Francia invece è tra i primi sovvenzionatori degli stessi fondi.
A partire dal gennaio 2007 tali sovvenzioni dovranno necessariamente ridursi, perché i paesi sovvenzionatori, Francia e Germania in primis (si continua a dire che il primo contributore è la Germania, ma non è vero. Lo era prima della riunificazione, oggi invece lo è ancora in termini lordi, ma non in termini netti, ovvero decurtati della somma che torna indietro al paese stesso sotto forma di fondi) non sono più in condizioni di continuare a contribuire, perlomeno nella misura attuale, e quel poco che continuerà ad arrivare sarà naturalmente destinato all’Est Europeo, ai paesi che sono appena entrati nell’Unione, e in più alla Bulgaria e alla Romania. Inoltre la Francia, fra gli altri, deve restituire all’Inghilterra la compensazione richiesta a Fontainebleau nel 1984 da Margareth Tatcher con la celebre frase “I want my money back”, allorché la Gran Bretagna era il paese che contribuiva maggiormente alla Comunità Europea.
Questo provocherà inevitabilmente un’ondata di crisi in Spagna, Grecia e Portogallo… Prendiamo la Spagna, che è il caso più significativo: attualmente si trova con un deficit della bilancia dei pagamenti di circa 60 miliardi di dollari, mentre il valore delle sue esportazioni è dell’ordine di 180-185 miliardi di dollari. Alla Spagna manca un terzo per coprire le sue importazioni. Ed è una tendenza destinata a progredire. Si prevede anzi che nel 2006 la percentuale scoperta sarà addirittura del 50%. Vale a dire, in cifre, che il deficit spagnolo non potrà essere inferiore a 90 miliardi di dollari. Per quanto riguarda la Francia, invece, il deficit estero sarà dell’ordine di 200 miliardi di dollari. E’ naturale che questi paesi non potranno che entrare in una crisi economica assai profonda. Anche perché sono diventate economie di consumo, il loro deficit estero mostra che non hanno più una capacità produttiva, avendo hanno salari elevati non sono più concorrenziali.
E’ la ragione per la quale Aznar si era opposto all’entrata nell’Unione Europea dei nuovi paesi membri e si era schierato a fianco di Bush. In fondo, pensò, Bush gli avrebbe garantito la continuità dei fondi strutturali. Aznar è tuttora convinto che tali fondi siano una sorta di diritto acquisito della Spagna. Quanto a Zapatero, ammette che la Spagna ha un tenore di vita elevato, specie se confrontato con quello dei nuovi paesi entranti, ma chiede comunque una gradualità nella riduzione dei fondi.
In questa situazione di crisi qual è il ruolo del terrorismo internazionale?
Quello che noi chiamiamo terrorismo internazionale è il risultato di uno stato di necessità in cui si trova il mondo. E’ uno stato di necessità che non può che minacciare la sicurezza di una comunità e dei suoi membri, perché c’è una lotta per la sopravvivenza, feroce, di tutti contro tutti, aggravata da fondamentalismi religiosi che gli Stati Uniti vogliono utilizzare nella guerra del Cristianesimo contro l’Islam. Dunque ci troviamo in prossimità di una guerra religiosa, che verrà condotta da dei religiosi, per i quali le guerre sono guerre eterne. Andiamo verso una catastrofe, verso una nuova notte della storia.
Quale è la sua opinione sulla Tobin Tax?
La storia di James Tobin è interessante. All’epoca in cui Nixon soppresse la garanzia oro-dollaro e dunque la convertibilità della moneta americana, l’allora presidente americano si rivolse proprio all’economista in cerca di consiglio: accettare o no la proposta degli europei di sopprimere la convertibilità del dollaro in oro? Tobin era assolutamente contrario all’abbandono del Gold Exchange Standard, temeva una fuga di capitali all’estero. Nixon però, seguendo l’opinione di un altro economista, Milton Friedman, decise infine di sopprimere la garanzia oro-dollaro, comprendendo che un simile regalo da parte degli europei avrebbe potuto dare agli Usa la leadership mondiale. Tobin entrò in un tale stato di panico che propose, per evitare la fuga di capitali dagli Stati Uniti, la celebre tassa. Questa è la storia.
Al giorno d’oggi, l’idea di questa tassa è stata ripresa dal mondo diplomatico e dal celebre gruppo Attac. Ma possiamo provare a tassare tutto quello che vogliamo, non sarà questo a risolvere i problemi dei paesi del Terzo mondo.
Non bisogna dimenticare che attualmente i paesi del Terzo mondo, a cominciare dall’America Latina, rimborsano ogni anno 700 miliardi di dollari; con la Tobin Tax possiamo arrivare a scontargliene sì e no 50. Dunque non è un problema di tassazione: i paesi del Terzo mondo non hanno bisogno di carità, hanno bisogno di giustizia. Ovvero, innanzitutto delle condizioni per un’equità negli scambi.
Il libero scambio implica necessariamente lo scambio giusto, cioè uno scambio basato su accordi determinati e condizionati da principi di ordine etico. La Tobin Tax è un po’ come un diversivo, serve a distrarre l’attenzione. I sostenitori della Tobin Tax non hanno mai affrontato, ad esempio, il problema dei privilegi finanziari degli Stati Uniti. Lo stesso vale per gli attivisti che hanno proposto l’annullamento del debito dei paesi del Terzo mondo. Tale annullamento servirà solo a peggiorare la credibilità di questi paesi nei confronti dei mercati internazionali. E’ la ragione per cui, ad esempio, la Tailandia ha dichiarato ultimamente di non volere l’annullamento del proprio debito: non vuole perdere la credibilità. Bisogna tenere presente che oggi la possibilità di ottenere crediti a livello internazionale è vincolata al giudizio delle grandi società, come Standard & Poor’s o Moody’s, che si occupano proprio di valutare l’affidabilità dei vari paesi nel restituire i prestiti ricevuti.
Non bisogna poi dimenticare che più il dollaro crolla, com’è la tendenza attuale, più il debito tenderà a sparire. Di nuovo, è interessante il caso del Brasile. Tra il 1999 e il 2002 le sue esportazioni non arrivavano ai 60 miliardi di dollari. Nel 2003, mentre già il dollaro cominciava a deprezzarsi in maniera impressionante, sono passate a 73 miliardi di dollari. Nel 2004 hanno toccato i 95 miliardi. Un vero boom! Come tutti gli altri paesi che gravitano nello spazio del dollaro, il Brasile sta risolvendo da solo il problema del suo debito estero, e a una velocità incredibile, mentre i paesi che gravitano nello spazio dell’euro stanno morendo, vedi i paesi dell’Africa francofona.
Dunque la Tobin Tax o l’annullamento del debito sono assurdità. Questi paesi non hanno bisogno di carità, lo ripeto, hanno bisogno di poter vendere ciò che producono.
Che posto può avere l’etica in questo contesto?
Si tratterà, quando sarà il momento, di uscire da questo ordine mondiale in cui, e mi scuso per le ripetizioni, la nazione più ricca del mondo gode del diritto e del privilegio di battere la moneta internazionale, e i paesi più ricchi praticano il protezionismo e il dumping contro i paesi più poveri. Continuare su questa strada ci porterà alla catastrofe. Che, peraltro, in parte è già in corso.
Non possiamo dimenticare, infatti, che ogni giorno 24.000 bambini muoiono di fame.
E’ evidente che, tramite accordi internazionali, sarà necessario introdurre, semplicemente, uguaglianza e proporzionalità negli scambi. Non ci potrà essere giustizia né equità al di fuori di questo.

Pubblicato originariamente su Una Citta’

Scritto da Valentina Pasquali

maggio 1, 2005 alle 4:35 pm

Nel tunnel degli equivoci

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Bonneville, Francia — A Bonneville c’è la stazione ferroviaria, ridipinta di recente, color pesca. C’è la chiesa con il tetto a punta e lo sfondo delle cime innevate. Ci sono la piazza del municipio, le costruzioni basse anni Sessanta, qualche negozietto etnico che vende kebab. E c’è l’autoroute, che collega la Svizzera, la Francia e l’Italia, da Ginevra a Courmayeur, passando per il traforo del Monte Bianco e tagliando in due il paese. Ma da qualche mese, a Bonneville, c’è anche una grande scatola di legno rosso e vetro: è l’ex sala comunale delle feste, ed è qui che si tiene il processo.

Il 24 marzo ’99 un camion che trasportava margarina prese fuoco al chilometro 6, circa a metà del traforo. L’autista, Gilbert Degrave, fuggì verso il lato italiano senza rimuovere l’automezzo in fiamme che bloccava la carreggiata. Mentre la margarina bruciava e la temperatura all’interno del tunnel raggiungeva i 1000 gradi, 39 persone di dieci nazionalità diverse perdevano la vita. La tragedia si consumò, per pochi metri, in territorio francese. Tocca dunque alla giustizia transalpina stabilire le responsabilità attraverso il processo che si sta per concludere nel piccolo tribunale di Bonneville.

Iniziato il 31 gennaio, l’ultima udienza è fissata per il 29 aprile. I numeri sono imponenti: 16 imputati (12 persone fisiche e 4 “morali”: in Francia anche le società possono subire condanne penali), 50 avvocati, 285 cause di parte civile, 80 volumi di istruttoria, durata 5 anni e contenuta in un milione di pagine circa, raccolte in una trentina di CD-rom. 170 testimoni, 25 esperti, 18 interpreti. Sentenza prevista per il mese di giugno. Ma ciò che accadde in quel mattino di marzo nel traforo del Monte Bianco – al di là delle responsabilità personali e della guerra in corso nell’aula di giustizia tra Francia e Italia – è ormai fin troppo chiaro agli occhi di chi ha seguito lo svolgimento del processo.

Eric Voulleminot, il commissario che ha condotto le indagini, parlò subito di disorganizzazione nella gestione del traforo da parte delle due società titolari, quella francese e quella italiana, e di totale mancanza di coordinamento tra le due parti per quanto riguarda la sicurezza. Ma è solo dall’analisi in dettaglio che disorganizzazione e mancanza di coordinamento appaiono per quello che sono: incredibili. Garage numero 21 Sono le 10,46 quando l’autocarro di Gilbert Degrave entra nel tunnel dalla parte francese.

I primi fumi vengono notati da alcuni automobilisti che circolano in direzione opposta quando il camion ha percorso circa metà del tunnel. Messo in allerta, il camionista belga ferma il mezzo all’altezza del garage numero 21, 6.540 metri dall’entrata. Esce dal veicolo e, valutando che il garage è troppo piccolo per parcheggiare, prende, a piedi, la via dell’uscita italiana. Si cominciano a intravedere le prime fiamme. La reazione dei responsabili di turno, sia di parte italiana sia di parte francese, è lenta. Troppo. L’accesso al tunnel viene bloccato, sul lato francese, alle 10,55 nonostante il “livello di opacità”, ovvero il livello dei fumi tossici, abbia raggiunto valori considerati pericolosi già alle 10,52. In questi tre minuti cinque camion e cinque vetture entrano nel tunnel: non ne usciranno mai più. Sono le 10,58 quando il responsabile francese compone il numero 18 e chiama Chamonix. I pompieri riescono ad arrivare sul luogo dell’incidente solo alle 11,09. Sul lato italiano l’ingresso viene bloccato invece alle 10,56.

Ma il responsabile in sala di controllo decide di non attivare la sirena. “Per non creare ulteriori allarmi”, ha spiegato in udienza. Lentezza a parte, in questi primi, fondamentali, minuti, le decisioni più delicate vengono prese in modo del tutto scoordinato tra la parte francese e quella italiana. Tanto che al processo si parla del traforo del Monte Bianco come se si trattasse di due diverse infrastrutture, lontane chilometri l’una dall’altra. “Ho scoperto ben presto che esistevano in realtà due tunnel e non uno”, ha dichiarato sul banco dei testimoni Christian Comte, comandante dei pompieri e responsabile del centro di pronto soccorso francese all’epoca dei fatti: “Due concezioni differenti della sicurezza, due tecniche diverse nell’attaccare il fuoco, due distinti piani di soccorso”.

Perfino il sistema di aerazione era differente. E quel giorno la ventilazione fu un fattore chiave nel tragico svilupparsi degli eventi.

La condotta numero 5

All’epoca, l’immissione d’aria pura e l’aspirazione d’aria impura e di monossido di carbonio avvenivano attraverso un sistema di quattro condotte con funzioni alterne, poste sotto la carreggiata. E naturalmente attraverso gli imbocchi ai due ingressi del traforo.

Esisteva, inoltre, un’ulteriore condotta, la numero 5. Pensata all’origine come semplice condotta d’aspirazione, fu modificata nel 1979-80 e dotata di un meccanismo di reversibilità che le permettesse di funzionare anche per l’immissione. La modifica venne decisa per far fronte all’incremento del traffico che attraversava il traforo e dunque all’aumentata necessità di aria pulita. E fu preferita, perché molto più economica, ad una revisione complessiva dell’intero sistema di ventilazione. Peccato che il meccanismo di reversibilità presenti non pochi problemi.

Innanzitutto, per essere azionato richiede un minimo di 3-4 minuti – preziosi. A questi vanno aggiunti il tempo “perso” causato dall’inerzia dell’aria che è già nella condotta e i tempi di reazione del responsabile che, dalla sala di controllo, deve decidere cosa fare. Che il sistema fosse macchinoso lo si sapeva. Si era infatti consolidata l’abitudine di utilizzare la condotta numero 5 solo in modalità di immissione.

Così, nel tunnel, il sistema di ventilazione immetteva più aria di quanta non fosse in grado di estrarne. Ma ci si affidava al fatto che l’aria pulita soffiata all’interno spingesse fuori quella inquinata attraverso i due ingressi.

Dentro o fuori?

Il 24 marzo 1999 Marcello Meyseller si trovava nella sala di controllo della parte italiana.

Quando si accorse dell’incendio prese la sua decisione: mantenere la condotta n. 5 in modalità immissione. Forza dell’abitudine o forse, come ha raccontato al giudice, aveva valutato che “la potenza di estrazione non sarebbe comunque stata sufficiente ad aspirare tutti i fumi”. Meyseller sperò, così, che i fumi venissero spinti fuori dal tunnel attraverso i due imbocchi. Ma ottenne l’effetto contrario. L’immissione di aria fresca dal lato italiano del traforo attizzò l’incendio, spingendo i fumi tossici verso il lato francese, quello dove gli automobilisti erano rimasti bloccati dietro l’autocarro in fiamme. E rese ancor più complesso l’arrivo dei soccorsi.

Un’unica piattaforma di primo intervento si trovava sul lato francese. Nessuna era mai stata organizzata su quello italiano. Dover accedere all’interno del tunnel controvento, rese i soccorsi rischiosi e inefficaci. I pompieri francesi, arrivati da Chamonix e penetrati con enorme fatica nella nube di fumi tossici e calore intollerabile non riuscirono nemmeno a mettere in funzione i loro estintori: gli attacchi non erano compatibili con quelli installati all’interno del traforo. Del resto il processo ha evidenziato come non fosse mai stata fatta una verifica sulla funzionalità delle dotazioni di sicurezza, tantomeno simulazioni di incidenti o esercitazioni congiunte tra le due parti.

In verità un test, l’unico, venne condotto: anno 1973.

Sono i soldi, bellezza

“La verità è che il Monte Bianco è stato per anni una perfetta macchina per fare soldi”, ci dice Matteo Rossi, il legale dell’associazione delle famiglie delle vittime: “C’è stata, negli ultimi vent’ anni, una assenza di investimenti sulla sicurezza assolutamente costante. Solo infinitesime percentuali dei bilanci delle due società che gestiscono il tunnel – l’italiana SITMB e la francese ATMB – venivano utilizzate per mettere mano alle strutture del traforo”. Nella metà francese del tunnel, ad esempio, i rifugi di sicurezza posti ai lati della carreggiata, pensati per offrire riparo e aria pulita proprio in caso di incendio, avevano sì la porta a spinta e la maniglia antipanico: ma all’interno.

Del resto, progettati per rimanere isolati e resistere a un incendio per non più di un paio d’ore, questi ambienti si sono letteralmente sciolti nelle 52 ore durante le quali le fiamme hanno continuato a bruciare. E chi vi aveva cercato rifugio è stata trovato carbonizzato. “Quello che mi fa più rabbia nel ripensare a quel giorno, è che chi è entrato nel tunnel non ha avuto nessuna possibilità di uscirne vivo”, dice Patricia D’Amelio, che ha perso nel traforo il fratello minore, Giuseppe. La sua auto è stata la tredicesima ad entrare, dopo il camion che ha preso fuoco. “Qualsiasi cosa avessero provato a fare per mettersi al riparo”, dice, “non li avrebbe aiutati a salvarsi”. Parla anche il padre del ragazzo, Pasquale D’Amelio: “Come è possibile che una struttura aperta al pubblico, che ospita migliaia di persone all’anno, non abbia mai avuto una sicurezza adeguata? Non è pensabile che sia davvero per una questione di soldi, viste le somme che si pagavano ogni volta che si attraversava il Monte Bianco. Ancora non riesco a credere che mio figlio abbia pagato per andare a morire”.

Per cercare di ottenere giustizia, i familiari delle 39 vittime si sono riuniti in un’associazione. “Senza questa struttura” dice ancora Patricia D’Amelio, “e senza tutto il lavoro che insieme abbiamo portato avanti, forse questo processo non si sarebbe mai fatto. Certo, sono sei anni che aspettiamo e sei anni sono tanti, ma quanta gente attende da molto più tempo di noi di conoscere la propria verità?”. Appena qualche giorno prima dell’inizio del processo la società italiana che gestisce il tunnel ha, per prima, accettato di pagare una indennità di 13,5 milioni di euro alle famiglie delle vittime, decidendo in questo modo di liquidare in anticipo le responsabilità civili di cui potrebbe essere ritenuta colpevole. Ma non si è trattato di un patteggiamento.

La società e le sue dirigenze siedono al tavolo degli imputati in attesa di essere giudicate. “Nessuna somma di denaro potrebbe mai comprare il silenzio dei parenti delle vittime”, tiene a precisare il vice-presidente dell’associazione, Pierre-Etienne Denis. Lui, nell’incendio, ha perso la madre, la sorella, il cognato.

Vita a Bonneville

Molti familiari hanno deciso di seguire il processo in prima persona, con un impegno economico, oltre che di tempo, non indifferente. È il caso dei coniugi Verdier. Originari di un paese vicino Orléans, per tutta la durata del processo hanno lasciato il proprio lavoro mettendosi in aspettativa, e a proprie spese si sono trasferiti nella piccola Bonneville per seguire ogni udienza. Nell’incendio persero il figlio David. Aveva 30 anni e un bambino piccolo. Viaggiava verso l’Italia sul suo autocarro assieme all’amico Patrick. Non era loro abitudine quella di prendere il traforo del Monte Bianco. Passavano sempre per il Fréjus. Quel giorno il principale della ditta in cui i due giovani lavoravano chiamò i genitori, preoccupato dopo aver sentito la notizia dell’incidente. La madre, lo tranquillizzò: “Non c’è da avere paura, David non attraversa mai il Monte Bianco”. E invece: “Ancora oggi me lo domando: perché proprio quel giorno decisero di prendere il traforo? Non lo sapremo mai”. Il nome di David Verdier è rimasto sulla lista dei di-spersi per oltre un mese. Il suo cadavere non è mai stato trovato. Solo grazie a un dente rinvenuto tra le macerie hanno potuto iscriverlo nell’elenco delle vittime: “Voglio sapere tutto e voglio vedere in faccia i responsabili” racconta oggi Patricia Verdier, la madre. Lo dice senza collera. “Perché ormai niente e nessuno al mondo potrà più cambiare quello che mi porto dentro”.

Pubblicato originariamente su D-La Repubblica delle Donne

Scritto da Valentina Pasquali

aprile 23, 2005 alle 4:48 pm

Pubblicato in Francia, Varie

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