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Archive for the ‘Corruzione’ Category

Avidita’ individuale e malcostume sociale

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Washington D.C. – Giovedì mattina il finanziere Bernard L. Madoff si è presentato al tribunale federale di New York per la prima udienza del processo istruito contro di lui. Madoff, ex-chairman del Nasdaq trasformatosi in super-manager di ricchi portfoli d’investimento privati, è accusato di truffe di vario genere, di riciclaggio,  e di aver falsificato la documentazione sullo stato delle proprie attività finanziarie presentata, come prescritto dalla legge, alla U.S. Securities and Exchange Commission, l’agenzia del governo americano incaricata della supervisione dei mercati di scambio negli Stati Uniti. Madoff avrebbe fatto sparire, nelle proprie tasche e in avventate operazioni finanziarie, tra i 10 e i 17 miliardi di dollari. Gli inquirenti, che stanno cercando di capire dove è finito questo denaro, sono riusciti a rintracciare fin qui solo un miliardo dei dollari scomparsi.

Diventato il simbolo dell’avidità di Wall Street, che avrebbe contribuito a creare, o perlomeno a peggiorare, la crisi economica globale, Madoff ha deciso, a sopresa, di dichiararsi colpevole di tutti gli undici capi d’imputazione portati contro di lui e potrebbe essere condannato fino a 150 anni di prigione, ovvero alla detenzione a vita. Madoff, che era rimasto fin qui agli arresti domiciliari, è stato incarcerato immediatamente dopo l’udienza. La sentenza è prevista per il 16 giugno.

Se la gravità dei reati commessi da Madoff è indiscutibile, è anche vero che questo ex-fenomeno della finanza statunitense oggi in rovina non è l’unico cittadino a stelle e strisce che si è fatto prendere la mano, facendosi prestare più di quanto non fosse in grado di gestire e finendo così per precipitare nel baratro. Tutt’altro, la cosidetta avidità che ha corroso Wall Street – e viene da chiedersi piuttosto come potrebbe esistere Wall Street senza avidità – è semplicemente l’affermazione più evidente ed estrema, e particolarmente rivoltante, di un attegiamento largamente diffuso tra tutta la popolazione statunitense.

Che gli americani avessero una passione per le carte di credito e i pagamenti rateizzati si sapeva. E che avessero una certa resistenza al risparmio pure era un fatto conosciuto. L’entità del indebitamento cronico del cittadino americano medio, per altro incoraggiata dall’industria del credito facile, lascia però senza parole. E non si tratta semplicemente di questioni quali quella dei mutui subprime, che, in fin dei conti, venivano contratti per acquistare casa. Ma piuttosto di una tendenza generale a vivere al di sopra delle proprie possibilità, fondata su una dipendenza da carta di credito sconsiderata.

Secondo quanto riportato dal New Yorker, nel 2006 circolavano negli Stati Uniti 1 miliardo e cinquecento milioni di carte a credito. (Va notato che il sistema creditizio americano è assai più sviluppato del corrispettivo italiano. Le carte di credito sono vere e proprie carte di credito, con interessi da capogiro sulle somme che il consumatore deve restituire, ma con massima libertà dell’utente nel decidere quando ripagarle).

Naturalmente, durante il boom economico, gli americani sono stati ben contenti di approfittare di questo miliardo e mezzo di carte di credito. Tra il 2000 e il 2006, l’indebitamento dei cittadini statunitensi è cresciuto di circa il 30%. E tra il 2003 e il 2008, gli introiti di società quali American Express e Capital One sono aumentati del 45%.

Ma il desiderio dell’industria della carta di credito di continuare ad arrichirsi, e quello simultaneo del cittadino americano di continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità, non poteva fermarsi qui. Le società che gestiscono le carte di credito, e che nel 2007 hanno spedito per posta 5,2 miliardi di offerte speciali per convincere gli americani a richiedere ulteriore credito, hanno così pensato a sempre nuove modalità attraverso le quali convincere la gente a indebitarsi di più. Lo scopo era fare sì che gli utenti finissero per pagare alle varie Diners Club e Mastercard cifre astronomiche sotto forma di interessi attivi sui prestiti ricevuti. Ad esempio, con il passare degli anni, queste società hanno progressivamente abbassato, fino al 2%, il pagamento mensile minimo richiesto al cliente sul debito complessivo contratto. Questo, naturalmente, ha incoraggiato gli utenti a indebitarsi sempre di più, fino a raggiungere livelli insostenibili.
Così, paradossalmente, mentre Visa, Discover e compagnia bella si arrichivano, simultaneamente minavano le fondamenta di questo sistema tanto fruttuoso, spingendo i propri clienti sull’orlo della bancarotta. Secondo quanto calcolato da Fitch Ratings, una società internazionale di consulenza, i prestiti che i gestori di carte di credito danno automaticamente per persi, i cosidetti chargeoffs, sono cresciuti nel dicembre 2008 al 7,5% del totale, un salto del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La condizione dell’americano medio, per cui i debiti contratti attraverso l’uso delle carte di credito si aggiungono a quelli fatti con le banche e altre istituzioni finanziarie per acquistare casa, macchina, ufficio e via dicendo, è diventata talmente difficile che American Express ha recentemento offerto 300 dollari a quei clienti che volessero saldare il proprio debito e chiudere il proprio conto. Inoltre, per evitare di continuare a esporsi alle insolvenze in crescita, le società gestrici delle carte di credito stanno alzando i tassi di interesse, sperando di convincere la gente a spendere di meno, e offrono disponiblità di credito a un numero sempre minore di consumatori.

Non ci sono dubbi che, nel lungo periodo, questa crisi potrebbe portare a un riconsolidamento dell’economia americana su basi più solide. I cittadini statunitensi impareranno forse a mettere qualche soldo da parte e ci penseranno due volte a contrarre debiti al fine di concedersi uno stile di vita al di sopra delle proprie possibilità.
Nel breve periodo, però, questa contrazione del sistema delle carte di credito non può che contribuire ulteriormente alla già grave mancanza di liquidità sui mercati. Come scrive James Surowiecki sul New Yorker: “È un po’ come il caso del tossicodipendente il cui spacciatore smette di vendergli roba. Ne lungo periodo è un bene che smetta di farsi, ma nell’immediato le crisi di astinenza sono molto dolorose.”

In questo senso, è quanto mai opportuno che l’Amministrazione Obama, nonostante le dure critiche provenienti dai repubblicani, continui a prendersi la responsabilità di utilizzare la spesa pubblica come motore dell’economia, quando nessun’altro si può più permettere di spendere un centesimo.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

marzo 13, 2009 alle 7:30 pm

Democratici e corruzione: il caso del governatore dell’Illinois

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Washington D.C. – Sono state settimane pesanti per il sistema politico americano, che di recente è stato travolto da una serie di episodi di corruzione politica di dimensioni sempre crescenti.

È cominciato tutto con il senatore ottuagenario dell’Alaska Ted Stevens. Nelle elezioni del 4 novembre scorso, il repubblicano Stevens ha perso il proprio seggio al Senato di Washington, che deteneva dal 1968.  La sconfitta è da attribuirsi in particolare alle relazioni di tipo clientelare che Stevens intratteneva con personalità di spicco del settore industriale Alaska. Per la precisione, il Senatore avrebbe accettato 250.000 dollari in doni da parte di un “amico” e importante imprenditore locale senza mai dichiararne la provenienza. Condannato in primo grado, Stevens è stato punito dagli elettori dell’Alaska nonostante un suo immediato ricorso in appello.

Sono i rappresentanti del Partito Democratico, però, a essersi macchiati degli scandali peggiori. In una elezione per il distretto congressuale di New Orleans, rimandata dal 4 novembre al 6 dicembre per via dell’Uragano Gustav, un repubblicano relativamente giovane e sconosciuto, Joseph Cao, ha battuto il rivale democratico in carica William J. Jefferson. Si tratta, questa, di una zona della Louisiana abitata in gran parte da afro-americani e roccaforte del partito dell’asinello. Anche in questo caso la sconfitta del favorito e candidato in carica è spiegabile con l’esasperazione degli elettori per le vicende di corruzione in cui Jefferson era invischiato ormai da anni. “Dollar Bill” Jefferson, come il Deputato democratico è soprannominato, è infatti da tempo sotto inchiesta federale. Nel 2006 la polizia arrivò a confiscare 90.000 dollari in contanti ritrovati dentro un freezer nel retro della abitazione del Deputato.

Naturalmente, il clamore suscitato da questi due episodi non è paragonabile a quello causato dall’arresto martedì mattina del governatore dell’Illinois Rod Blagojevich. Secondo la FBI, il democratico Blagojevich avrebbe tentato di vendere il seggio al Senato che apparteneva a Barack Obama fino alla vittoria nelle elezioni per la Presidenza. La regola vuole che il governatore dello stato interessato, in questo caso l’Illinois, abbia diritto a nominare un successore per tale seggio senza dover indire nuove elezioni.
Un rapporto di settantasei pagine redatto dalla FBI, che è stato alla base dell’arresto, riporta  intercettazioni telefoniche di conversazioni durante le quali il governatore dall’acconciatura sempre perfetta cercava di vendere o scambiare il seggio in cambio di favori per se stesso o per la moglie Patti. “Voglio fare soldi”, sarebbe arrivato a dire Blagojevich in una di queste telefonate. Pare fra l’altro che il governatore dell’Illinois abbia perseverato nel tentativo di trarre vantaggi dalla propria posizione politica anche nei giorni successivi alla pubblicazione di un articolo sul Chicago Tribune in cui si rendeva noto che il telefono di Blagojevich era sotto controllo. Blagojevich è sotto inchiesta per vari atti di corruzione in atto pubblico già dal 2005 e le indiscrezioni sulle attività losche del governatore sono cominciate quasi immediatamente dopo la sua elezione nel 2002.

Si tratta, questo, di un episodio non eccezionale nella politica di Chicago. Tre governatori dell’Illinois sono finiti in galera negli ultimi trentacinque anni e un numero ancora maggiore è stato inquisito durante il proprio mandato. Il predecessore di Blagojevich si trova tutt’ora in carcere.

La questione ora rimane come liberarsi di Rod Blagojevich. Il governatore è stato rilasciato su cauzione e, fino a che un processo non viene portato a termine e Blagojevich non viene condannato, non esiste l’obbligo di dimettersi. Naturalmente, Blagojevich non pare averne alcuna intenzione. Sia la Corte Suprema che il Parlamento dell’Illinois stanno pensando a come sbarazzarsi di lui senza attendere che la giustizia faccia il suo corso. Il Parlamento sta valutando l’ipotesi di iniziare un procedimento per l’impeachment politico mentre la Corte Suprema potrebbe utilizzare una clausola della Costituzione dello Stato per deporre il governatore. Nel frattempo, la preoccupazione è che Blagojevich cerchi comunque di nominare un successore a Obama, autorità di cui rimane investito. In realtà, siccome tale nomina dovrebbe essere confermata dall’Attorney General dell’Illinois e dal Parlamento, la cosa a questo punto è alquanto improbabile.

Naturalmente, visto che l’Illinois è lo stato d’elezione del neo-eletto Presidente Obama, tutti, e in particolare a destra, si domandano che relazione avesse costui con Blagojevich e se ci sia anche solo una possibilità che Obama fosse in qualche modo al corrente delle trame del governatore.

Fin qui, Obama ha gestito il primo scandalo da presidente con successo. In una conferenza stampa indetta a Chicago proprio mercoledì, Obama ha negato di aver parlato con Blagojevich a proposito della nomina del proprio successore e in generale di avere contatti frequenti e significativi con il governatore. Il futuro Presidente ha anche più volte insistito per le dimissioni di Blagojevich. Inoltre, come illustrato dal New York Times, pare che proprio un intervento legislativo di Obama di qualche mese fa abbia parzialmente contribuito a incastrare Blagojevich. Nonostante fosse candidato alla Presidenza degli Stati Uniti e, comunque, senatore del governo federale già dal 2004, in settembre Barack Obama ha sentito il dovere di intervenire nel dibattito del Parlamento dell’Illinois su una proposta di legge volta a rendere più rigidi i controlli sui rapporti tra politici e mondo aziendale, proposta su cui Blagojevich aveva già posto un primo veto. Grazie anche al sostegno di Obama per la legislazione, il Senato dell’Illinois ha proceduto al passaggio della legge nonstante il veto del Governatore e, di conseguenza, pare che gli inquirenti della FBI abbiano potuto condurre le proprie indagini su Blagojevich più liberamente. Rimane, comunque, il fatto che Obama è cresciuto politicamente nella macchina corrotta del Partito Democratico di Chicago e quindi bisognerà vedere, nel lungo periodo, se sarà in grado di proteggere la propria integrità.
La notizia più positiva, forse la sola, che emerge da questa serie di scandali è che i cittadini americani paiono determinati, almeno in questo periodo, a punire elettoralmente quei rappresentanti che abbandonano la diritta via del servizio pubblico per perseguire l’arricchimento o l’avanzamento di carriera personale.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

dicembre 12, 2008 alle 7:00 pm

La corruzione non va di moda – ULTIM’ORA

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Washington D.C. — Nonostante gli americani sperino che l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca porti una ventata d’aria fresca alla politica a stelle e strisce, continuano gli scandali legati alla corruzione. L’ultimo, emerso in queste ore, riguarda il Governatore dell’Illinois (stato di appartenenza del neo-eletto Presidente Obama) Rod Blagojevich.
Blagojevich e’ appena stato arrestato dalle autorita’ federali con l’accusa di aver tramato per ottenere vantaggi economici utilizzando l’autorita’ a lui concessa di nominare il successore di Obama per il seggio al Senato di Washington che il neo-eletto Presidente ha appena lasciato libero.
Un rapporto di 76 pagine della FBI dichiara che il governatore democratico cinquantunenne e’ stato intercettato durante conversazioni telefoniche in cui cercava di vendere o scambiare il seggio al Senato in cambio di favori personali per se stesso o per la moglie Patti.
“Voglio fare soldi”, avrebbe detto Blagojevich in una di queste telefonate…

Scritto da Valentina Pasquali

dicembre 9, 2008 alle 4:07 pm

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La corruzione non va di moda

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Washington D.C. — In una elezione per il distretto congressuale di New Orleans, rimandata dal 4 novembre a questo scorso sabato dall’arrivo dell’Uragano Gustav sulle coste della Louisiana e del Texas, un repubblicano sconosciuto ai piu’, Joseph Cao, ha battuto il rivale democratico e deputato in carica. Si tratta, questa, di una zona della Louisiana abitata in gran parte da afro-americani e roccaforte del partito dell’asinello da sempre.
Sorpresa? Decisamente si’. Molto meno, pero’, quando si scopre che il Deputato “Dollar Bill” Jefferson e’ sotto inchiesta federale, accusato di corruzione. Fra le vicende bizzarre del passato di Jefferson, 90.000 dollari in contanti furono ritrovati dentro un freezer nel retro della sua abitazione nel 2006.
Ricorda, questo, il caso del Senatore dell’Alaska Ted Stevens che ha perso quest’anno la rielezione dopo una carriera a Washington ormai cinquantennale. La sconfitta di Stevens e’ da attribuirsi soprattutto al fatto che l’ex Senatore era anch’esso accusato, ed e’ stato gia’ anche condannato, per corruzione. Stevens avrebbe accettato 250.000 dollari in doni da parte di un “amico” e importante costruttore dell’Alaska senza mai dichiararne la provenienza.
Fra le varie buone notizie portate da quest’annata elettorale, pare anche che i cittadini Americani abbiano ormai davvero poca pazienza per i politici corrotti e preferiscano liberarsene anche a costo di eleggere candidati del partito rivale.

Scritto da Valentina Pasquali

dicembre 9, 2008 alle 1:09 am

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Birra e elezioni

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Washington D.C. – Nonostante la promessa di Barack Obama e John McCain di combattere l’influenza della grande industria sulla politica americana, la commistione di affari pubblici, campagna elettorale e denaro privato e’ piu’ che mai viva anche quest’anno.
La Commission on Presidential Debates (CPD), una associazione non-profit e non affiliata ad alcun partito che fu creata dai democratici e dai repubblicani nel 1987 per stabilire le regole e presiedere all’organizzazione dei dibattiti presidenziali e vice-presidenziali, ha annunciato un evento ideato in collaborazione con Anheuser-Busch (AB), la seconda piu’ importante societa’ distributrice di birra negli Stati Uniti.
Mercoledi’, giorno in cui si terra’ l’ultimo faccia a faccia televisivo tra i due candidati alla Casa Bianca, la Commissione e Anheuser-Busch invitano i giornalisti stranieri a assistere ad una conferenza stampa a Hofstra University, luogo del dibattito, in cui interverranno i co-segretari della CPD Paul G. Kirk, Jr. and Frank J. Fahrenkopf Jr. e Francine I. Katz, vice-presidente per la comunicazione della societa’ distributrice di birra. Il tema: il ruolo dei dibattiti presidenziali nella campagna elettorale americana e nelle democrazie emergenti (in cui sia CPD che AB portano avanti progetti di cosidetta “democracy promotion”).
Va notato che Cindy McCain, moglie di John, e’ una delle principali azioniste di Anheuser-Busch.

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 14, 2008 alle 1:34 am

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Il modello delle Isole Marianne

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Il blog di Josh Marshall Talking Points Memo sta seguendo la storia del candidato repubblicano al Senato per il Colorado Bob Schaffer, che ha di recente proposto di rimodellare il programma di visti lavoro temporanei degli Stati Uniti (solitamente destinati a lavoratori poco-qualificati che vorrebbero entrare nel paese per impieghi stagionali e manuali), su quello delle Isole Marianne.
Il problema e’ che il modello e’ conosciuto nel mondo per ogni forma di schiavitu’, dal traffico degli esseri umani, alla forzata prostituzione delle donne alla violenza sui lavoratori.
Bob Schaffer visito’ le isole Marianne nel 1999 in qualita’ di Deputato proprio per rendersi conto della situazione del programma di visti per lavoratori stranieri, in un viaggio organizzato e finanziato dal lobbista Jack Abramoff, la cui societa’ di lobby rappresentava le Marianne e che e’ rinomato per essere tato coinvolto, nel 2006, in un enorme scandalo di corruzione.
Schaffer, tornato dalle Marianne, ha difeso la legislazione delle isole e da allora e’ stato tra i piu’ importanti alleati di quel Paese per mantenere attivo il malfamato sistema.

Scritto da Valentina Pasquali

aprile 11, 2008 alle 9:02 am

Pubblicato in Corruzione

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