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Archive for the ‘Ambiente e energia’ Category

Gli americani abbandonano l’ambiente

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Washington D.C. – Pur essendo riuscito a convincere il Congresso a approvare prima la riforma sanitaria, poi la riforma finanziaria e, ieri, anche l’estensione dei sussidi per i disoccupati che erano scaduti a giugno, il Presidente Obama pare, almeno per il momento, bloccato su altre due questioni fondamentali, promesse centrali della sua campagna elettorale del 2008: una riforma dell’immigrazione e una nuova legislazione sull’energia e sull’ambiente.

Nonostante siano, questi, temi senz’altro rischiosi in termini elettorali (i cittadini americani, a destra e a sinistra, hanno opinioni divergenti in merito e, di conseguenza, i politici di Washington hanno paura a prendere posizione, temendo di inimicarsi parte del proprio elettorato), si era pensato in primavera, al picco della crisi greggio nel Golfo del Messico, che le immagini dell’ininterrotto flusso di petrolio che continuava a fuoriuscire dalla piattaforma Deepwater Horizon della BP, avrebbero finalmente convinto una maggioranza solida di americani, sia tra i membri del Congresso che tra il pubblico, a sostenere con decisione una legge volta a ridurre la dipendenza del paese dal petrolio, a diminuire le emissioni inquinanti e a affrontare per davvero il problema del riscaldamento globale.

Così invece non è stato. Le varie idee proposte nel corso di questi ultimi mesi, fra cui il testo di legge sponsorizzato dai Senatori John Kerry del Massachusetts e Joe Lieberman del Connecticut, continuano a languire al Congresso, progressivamente annacquate per venire incontro ai critici, all’industria energetica, e alle richieste dei repubblicani, che, in particolare al Senato, si rifiutano di accettare il benché minimo compromesso.

Gli Stati Uniti, per quanto gli americani non vogliano pensarci, devono affrontare un duplice problema. Da un lato, la grande quantità di energia consumata quotidianamente dai cittadini e dall’industria (il concetto di risparmio energetico rimane pressoché sconosciuto negli Stati Uniti) contribuisce enormemente al riscaldamento globale. Secondo la NASA, il 2010 ha buone possibilità di diventare l’anno più caldo dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero dal 1880, quando si è cominciato a prendere nota del variare delle temperature.

Dall’altro, il prezzo contenuto dell’energia negli Stati Uniti, in particolare rispetto all’Europa, pur consentendo agli americani di tenere l’aria condizionata al massimo per tutta l’estate, rende la politica estera nazionale ostaggio dei paesi esportatori di petrolio, che guarda caso si concentrano nelle aree politicamente più instabili del pianeta.
Dato ormai per scontato che, per l’elettorato repubblicano, e in realtà anche per gran parte dell’elettorato democratico, la prima questione, ovvero quella del riscaldamento globale, non rappresenta una preoccupazione sufficiente a prendere misure drastiche contro le emissioni inquinanti, alcuni commentatori americani sono convinti che, se vuole davvero trovare il modo di far approvare una legge sull’energia e l’ambiente, il Presidente Obama deve parlare, più chiaramente di quanto non abbia fatto fin qui, dell’impatto che la folle politica energetica attuale ha sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Tra costoro vi è anche Thomas Friedman, il quale, in un editoriale pubblicato mercoledì sul New York Times, consiglia alla Casa Bianca di insistere sul fatto che i repubblicani “preferiscono continuare a inviare soldati americani a combattere il terrorismo nel Medio Oriente, lasciando che quegli stati esportatori di petrolio che agiscono in maniera contraria agli interessi degli Stati Uniti continuino a arricchirsi [e qui si fa fatica a non pensare all’Arabia Saudita], e lasciando che la Cina diventi il leader mondiale di quella che sarà senz’altro l’industria chiave del futuro [quella delle energie alternative], piuttosto che chiedere ai cittadini americani di pagare un po’ di più per la benzina che consumano, o per le emissioni di carbonio che liberano nell’atmosfera”. La conclusione di Friedman è che “se l’OPEC, la Cina e la Russia votassero nelle elezioni americane, sarebbero al 100% per i repubblicani”.

Pur rifiutandosi di spingere per una vera e propria tassa aggiuntiva sulle emissioni inquinanti, misura che risulterebbe estremamente impopolare in America, i democratici hanno comunque cercato di mascherare dietro altre proposte di intervento economico il medesimo principio, ben descritto da David Leonhardt sempre sul New York Times: “Fin che l’energia sporca rimane così poco costosa, la gente continuerà a utilizzarla in quantità illimitate”.

Questa osservazione è stata all’origine del tentativo della leadership democratica alla Camera di portare avanti, l’anno passato, una legislazione fondata su un sistema di cap-and-trade, che facesse aumentare il prezzo delle emissioni inquinanti, e, di conseguenza, funzionasse da incentivo per lo sviluppo su larga scala di altre fonti di energia alternativa. Ma la proposta è stata subito soprannominata dai repubblicani cap-and-tax, nomignolo che l’ha privata di qualsiasi futuro politico e che ha costretto i democratici a moderarne enormemente i contenuti.

Le idee che rimangono in circolazione oggi sono così annacquate e così poco ambiziose che gli ambientalisti sono sempre meno disposti a credere che qualsiasi legge sia meglio di niente, e che anche un testo di legge ridotto al minimo rappresenti comunque un passo nella giusta direzione, e sempre più convinti che, ormai svuotata del suo significato, questa legge non abbia senso, e che il suo passaggio diventerebbe solo l’ennesima scusa per un Congresso che non vuole più trattare l’argomento.

Data la pausa estiva di agosto e la ripresa a settembre, che arriva a soli due mesi dalle elezioni midterm, è difficile immaginare che i senatori e i deputati, preoccupati delle proprie campagne elettorali, siano disposti a insistere su manovre legislative rischiose. Sono in pochi quelli che ancora sperano che questo Congresso sia capace di approvare una legge seria sull’energia e l’ambiente entro dicembre. Considerato inoltre che tutti scommettono su una vittoria repubblicana a novembre, in tutta probabilità il prossimo Congresso avrà ancora più difficoltà a trattare una materia come questa, di cui i rappresentanti del GOP non vogliono occuparsi.
In sostanza, se si vuole pensare al futuro delle energie alternative e alla lotta contro il riscaldamento globale, conviene guardare alla Cina piuttosto che agli Stati Uniti.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

BP sotto accusa

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Washington D.C. – Il CEO di BP Tony Hayward, molto criticato fin qui per il modo in cui ha gestito la crisi causata dalla fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico in seguito all’esplosione, il 20 aprile scorso, della piattaforma Deepwater Horizon, è apparso giovedì di fronte alla Commissione Energia e Commercio della Camera per rispondere a una serie di domande sull’operato della società nelle settimane che hanno preceduto l’incidente. In particolare, il congresso americano vuole far luce sulle eventuali responsabilità del colosso energetico inglese, che si sospetta abbia preso decisioni rischiose a livello della sicurezza del pozzo pur di risparmiare, sul momento, qualche milione di dollari, scorciatoie che ora stanno costando alla società, e agli Stati Uniti, una enorme quantità di denaro, in termini di perdite umane, economiche, sociali e ambientali.

Hayward, che ha inaugurato la testimonianza riconoscendo la gravità dell’incidente e porgendo le proprie condoglianze alle famiglie degli undici lavoratori che sono rimasti uccisi nell’esplosione, si è poi lanciato in una lunga descrizione di tutte le misure adottate da BP sin dall’inizio della crisi per tamponare la fuoriuscita di petrolio. Come previsto, Hayward ha difeso le decisioni prese dalla propria società prima dell’incidente, ha dichiarato di voler attendere i risultati definitivi dell’indagine interna prima di dare un giudizio completo quanto alle cause dell’incidente, e ha reiterato la disponibilità della BP ad assumersi tutte le responsabilità finanziarie dell’incidente e a continuare a collaborare con il governo americano affinché si possa arrivare a una risoluzione della crisi.

Quando è cominciato l’interrogatorio incalzante portato avanti dai membri della Commissione Energia, Hayward si è difeso a fatica. In un clima particolarmente surriscaldato, Hayward ha evitato di rispondere alle domande più specifiche con la scusa che, in realtà, nel suo ruolo di CEO non è mai stato personalmente coinvolto nelle decisioni tecniche riguardo alla costruzione e alla cementazione della Deepwater Horizon. Hayward ha generalmente difeso le azioni di BP, ripetendo spesso che i meccanismi di sicurezza di Deepwater Horizon erano stati installati sulla piattaforma con l’approvazione della Minerals Management Services, l’agenzia del governo americano che si occupa di sorvegliare sulle attività delle grandi compagnie petrolifere.

A sorpresa, durante le lunghe ore di botta e risposta alla Camera, mentre i colleghi attaccavano il CEO di BP, l’Onorevole repubblicano Joe Barton del Texas ha invece scelto di scusarsi con Hayward a nome della Casa Bianca. Barton appartiene a quel gruppo di conservatori preoccupati che l’incidente Deepwater Horizon finisca per diventare l’occasione perfetta per un governo federale che sta cercando di espandere i propri poteri. Barton si è detto preoccupato per il futuro di BP e delle altre aziende che operano sul suolo americano (molti colleghi repubblicani, e lo stesso Barton, si sono poi rimangiati queste scuse nel proseguimento della riunione.)

Intanto, dopo ore di contrattazioni con i rappresentanti dell’Amministrazione Obama mercoledì, la dirigenza BP ha annunciato di aver accettato la richiesta del presidente americano e di essere quindi pronta a versare venti miliardi di dollari su un arco di cinque anni in un conto in banca, gestito da un titolare indipendente, che servirà a rimborsare i cittadini delle aree costiere di Louisiana, Alabama, Mississippi e Florida che abbiano subito danni finanziari in seguito alla fuoriuscita di petrolio.

Del conto sarà incaricato Kenneth R. Feinberg, diventato famoso per aver gestito il fondo per le vittime degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.

Il Presidente della BP Carl-Henric Svanberg, dopo un incontro privato con il Presidente Obama alla Casa Bianca, ha anche reso pubblica la decisione della società di sospendere il pagamento dei dividendi ai propri investitori fino alla fine dell’anno, per salvaguardare l’ammontare che deve lentamente confluire, al ritmo di cinque miliardi di dollari l’anno a partire da quest’anno, nel conto in banca per le vittime della fuoriuscita di petrolio.

Avendo convinto il Presidente Obama a rinunciare alla richiesta, fatta alla multinazionale inglese del petrolio la settimana scorsa, di farsi carico degli stipendi di tutti i lavoratori dell’industria del petrolio ora senza lavoro a causa della moratoria di sei mesi imposta dal governo americano sull’estrazione di profondità, la dirigenza BP ha promesso, in cambio, di versare ‘volontariamente’ 100 milioni di dollari in un altro fondo destinato alle vittime indirette dell’emergenza greggio nel Golfo.

Queste cifre sono molto superiori al tetto massimo di responsabilità finanziaria di 75 milioni di dollari teoricamente imposto per legge sulle compagnie petrolifere in caso di incidente. E la BP non è riuscita nemmeno a ottenere da Obama la garanzia che i 20 miliardi di dollari da stanziarsi nei prossimi cinque anni rappresentino un tetto definitivo. Il colpo più duro potrebbe arrivare alla BP nel caso gli inquirenti americani decidessero di portare l’incidente in tribunale e nel caso che i giudici determinassero una qualche responsabilità penale di BP nell’esplosione della Deepwater Horizon del 20 aprile scorso. In tal caso, il conto per l’azienda inglese potrebbe rivelarsi ancora più salato.

Una conferma BP l’ha però ottenuta dal presidente americano. Tranquillizzando coloro che temevano che la Casa Bianca fosse intenzionata a punire l’azienda portandola sull’orlo della bancarotta, Obama ha dichiarato: “BP è una compagnia forte e sana ed è nell’interesse di tutti che questa realtà permanga”. Questa semplice dichiarazione del presidente ha consentito alle azioni del gigante energetico inglese di riprendersi leggermente, azioni che altrimenti erano in caduta libera dal giorno dell’incidente sulla Deepwater Horizon.

Sono questi sviluppi importanti per il governo di Barack Obama, in seria difficoltà rispetto all’emergenza petrolio nel Golfo, in particolare perché arrivano a 24 ore dal primo discorso alla nazione fatto dal presidente, trasmesso in diretta televisiva dalla Sala Ovale della Casa Bianca martedì sera e considerato piuttosto deludente dai commentatori, in particolare quelli vicini alla sinistra.

Le rassicurazioni di Obama, che ha cercato di convincere il pubblico americano di avere la situazione sotto controllo, garantendo di essere pronto a fare tutto il necessario affinché si trovi una soluzione alla catastrofe ambientale in corso, sono parse troppo deboli e incerte. In molti hanno trovato Obama nervoso, noioso, privo di energia e, soprattutto, incapace di spiegare come e quando esattamente si prevede di risolvere l’emergenza greggio.

Per fortuna del presidente, e forse anche per suo merito, il discorso vacillante di martedì è stato seguito da una serie di fatti, come le concessioni ottenute dalla BP mercoledì e la testimonianza di Tony Hayward al Congresso di giovedì, che ha convogliato le ire degli americani sulla dirigenza BP, che dovrebbero consentire a Obama di prendere fiato.
Pubblicato orginariamente nella newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

giugno 18, 2010 alle 5:33 pm

In calo le azioni BP e Obama

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Washington D.C. – Nonostante il successo parziale ottenuto da British Petroleum –BP, la settimana scorsa, nel dirottare parte del petrolio che sta fuoriuscendo dalla base della piattaforma Deepwater Horizon verso una nave petroliera in superficie, la Discoverer Enterprise, attraverso una sorta di imbuto di cemento che cattura la perdita in profondità per farla confluire in superficie, il pozzo continua a rovesciare nelle acque del Golfo del Messico grandi quantità di greggio, prolungando una catastrofe ambientale di cui rimane difficile calcolare le dimensioni esatte. A quasi due mesi dall’esplosione a bordo della Deepwater Horizon che, il 20 aprile scorso, causò la morte di 11 dipendenti BP e l’inizio della fuoriuscita di greggio, il fatto che ancora non si sia riusciti a trovare una soluzione definitiva all’emergenza sta danneggiando gravemente la reputazione sia della BP che dell’Amministrazione Obama, ritenute entrambe responsabili dai cittadini americani per la crisi.

Sul mercato di Londra i titoli BP sono scesi mercoledì di un ennesimo 11%, toccando così livelli minimi che non si vedevano da oltre un decennio. A metà giornata, le azioni sono risalite leggermente, dopo che molti analisti finanziari cominciavano a prevedere che il gigante inglese del petrolio sarebbe, prima o poi, stato costretto a accettare un’offerta d’acquisto da parte della cinese PetroChina. Dall’inizio del disastro Deepwater Horizon, BP ha perso il 47% del proprio valore di mercato. Si specula che l’azienda possa presto trovarsi nella situazione di dover tagliare o sospendere i dividendi distribuiti ai propri investitori.

Quest’ultimo crollo del valore delle azioni BP è in parte da attribuirsi alle pressioni esercitate dal governo americano affinché l’azienda paghi gli stipendi di migliaia di lavoratori dell’industria petrolifera lasciati a casa a partire dal 20 aprile e rimasti senza reddito. Si tratterebbe questa di una delle conseguenze della moratoria di sei mesi sulle attività di estrazione petrolifera al largo delle coste americane imposta dall’Amministrazione Obama in seguito all’incidente sulla Deepwater Horizon. L’industria del greggio sta ora facendo a sua volta pressione sul governo sulla base del fatto che, a causa della moratoria, circa 40.000 posti di lavoro sono a rischio estinzione.

Mentre si aggrava la situazione per BP, anche l’Amministrazione Obama si trova al centro di un coro crescente di critiche, dipinta in particolare dall’opposizione repubblicana, e visti i tempi di campagna elettorale, come incompetente e senza alcun controllo sull’emergenza greggio nel Golfo. Le ultime accuse al Presidente Obama arrivano da Sarah Palin, ex-governatore dell’Alaska, beniamina dei conservatori del movimento del Tea Party, e probabile candidato alle presidenziali del 2012. Palin non ha risparmiato le proprie critiche al presidente, il quale ha ammesso di non aver ancora mai parlato di persona con il CEO di BP Tony Hayward (dalla BP Obama vuole fatti, non parole, si è difeso il presidente in un’intervista sul network televisivo NBC).

Negli ultimi giorni, una serie di commentatori americani, di destra e di sinistra, sulle pagine dei quotidiani più importanti del paese, si sono detti preoccupati per il futuro politico di Obama, che potrebbe essere travolto dalla tragedia del Golfo del Messico anche se, in realtà, rimane difficile stabilire quali siano le responsabilità del presidente di fronte a una crisi così vasta e complessa. La settimana scorsa Frank Rich scriveva sul New York Times: “La Katrina di Obama? Forse ancora peggio…La vita è ingiusta e questo presidente si trova senz’altro in una situazione più complessa di quella affrontata dal suo predecessore nel 2005…La sua credibilità come riformatore e rappresentante di un governo competente è ora ostaggio delle immagini che arrivano dal golfo”.

La Casa Bianca sta quindi intensificando il proprio lavoro di pubbliche relazioni, con il Presidente Obama che ha in programma di tornare ancora una volta nelle regioni colpite dalla fuoriuscita di petrolio, in una visita prevista per lunedì e martedì prossimo. Nel medio-periodo, la speranza dell’Amministrazione Obama è che la macchia di greggio nelle acque del Golfo del Messico dia al governo peso politico e elettorale sufficiente a passare una legge sull’energia e l’ambiente, offrendo così al presidente la possibilità di emergere dal primo mandato alla Casa Bianca avendo ottenuto un tris di risultati legislativi difficile da ignorare: riforma sanitaria, regolamentazione dei mercati finanziari e legislazione sull’energia.

Un sondaggio condotto a inizio giugno da Washington Post/ABC News pare indicare che il clima politico in America si sta muovendo in una direzione sempre più favorevole al passaggio di una legge sulle risorse energetiche che imponga restrizioni reali all’industria del greggio. Solo il 17% degli intervistati si è detto favorevole alla possibile espansione delle attività di esplorazione e estrazione petrolifera al largo delle coste americane, contro il 64% che si è dichiarato opposto a tale eventualità.

Anche se la BP e l’Amministrazione Obama stanno ora collaborando affinché la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico possa essere finalmente tamponata, e affinché si possa procedere alle operazioni di ripulitura delle acque e delle coste devastate dal greggio, è facile intuire che questi due attori sono in realtà rivali dagli interessi contrapposti nella battaglia retorica che, in conclusione, identificherà in maniera definitiva i responsabili dell’incidente, attribuirà il merito della risoluzione della crisi, e finirà per determinare il corso che la politica energetica americana prenderà d’ora in avanti.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

giugno 10, 2010 alle 4:24 pm

La Katrina di Obama

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Washington D.C. – Ha avuto inizio mercoledì sera il più recente tentativo della British Petroleum-BP di bloccare la fuoriuscita di greggio che ha invaso le acque del Golfo del Messico, arrivando a toccare le coste meridionali della Louisiana, a partire dal 20 aprile scorso, quando un’esplosione sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, in gestione alla BP, ha causato la morte di 11 dipendenti e scatenato la catastrofe ambientale in corso. L’ultima stima, offerta mercoledì da un gruppo di esperti indipendenti, calcola la fuoriuscita tra i 12.000 e i 19.000 barili di petrolio al giorno, ovvero tre, quattro volte i 5.000 barili al giorno fin qui stimati dalle dirigenze BP.

Quest’ultimo tentativo fa uso di una tecnica conosciuta come “top kill”, utilizzata in passato con successo per arrestare perdite di greggio in superficie, ma mai tentata nelle profondità marine (la fonte della fuoriuscita si trova a circa 1500 metri di profondità). BP sta pompando verso il punto esatto della perdita 23 tonnellate di un fluido viscoso e doppiamente denso rispetto all’acqua, nella speranza che la pressione esercitata da tale getto si contrapponga al greggio che sta sgorgando dal pozzo e arresti la perdita. Se l’esperimento dovesse funzionare, cosa che si saprà non prima di venerdì, il pozzo potrebbe poi essere piombato con del cemento.

Mentre si comincia a sperare che l’emergenza greggio nel Golfo del Messico possa finalmente essere tamponata, si inizia anche a fare luce sulle responsabilità della BP e del governo americano. Il Presidente Barack Obama si vede così costretto a difendersi pubblicamente da un coro di critiche crescente.

Un documento interno alla BP, consegnato al New York Times da uno degli inquirenti che sta indagando sull’incidente del 20 aprile scorso, rivela che la società petrolifera avrebbe scelto, nei giorni immediatamente precedenti all’esplosione, di impiegare una tecnica di cementazione del pozzo, lavoro completato dalla Halliburton, che la BP sapeva essere la più rischiosa tra due alternative a disposizione. Nel breve-periodo, la scelta della BP sarebbe anche stata la più costosa, ma nel lungo-periodo avrebbe offerto un risparmio finanziario e, soprattutto, maggiore flessibilità nel caso la società inglese avesse deciso di espandere le operazioni di estrazione di greggio dalla piattaforma Deepwater Horizon. Il problema sta nel fatto che la soluzione prescelta offriva una sola barriera protettiva in caso di incidente, in particolare qualora dei gas fossero penetrati all’interno delle condutture, anziché i due meccanismi protettivi garantiti dall’altra opzione.

Secondo il rapporto di una commissione parlamentare d’inchiesta, all’origine dell’esplosione sarebbe stata proprio la presenza di gas nei condotti del pozzo. Fra l’altro, nelle ventiquattro ore precedenti l’esplosione, le apparecchiature elettroniche che sorvegliavano sul funzionamento della piattaforma Deepwater Horizon hanno più volte segnalato dei malfunzionamenti, che sono però stati ignorati dai responsabili sul luogo, per ragioni ancora da chiarire.

Nel frattempo, un’indagine di routine condotta dal Ministero degli Interni sul lavoro della Minerals Management Services, l’agenzia del governo americano responsabile, fra le altre cose, della sicurezza delle operazioni di estrazione petrolifera, ha rivelato un grado inquietante di corruzione diffuso a tutti i livelli dell’agenzia. Pare che i dipendenti della Minerals Management Services non avessero remore a accettare regali e trattamenti di favore da parte delle dirigenze delle grandi società petrolifere, il cui operato avrebbe dovuto essere sorvegliato proprio da quest’agenzia governativa.

Il rapporto copre il periodo tra il 2000 e il 2008, ma il Ministro degli Interni Ken Salazar ha chiesto che si faccia seguito con un’altra indagine che comprenda il 2009, ovvero anche l’Amministrazione Obama. Salazar ha già proposto di eliminare la Minerals Management Services, da tempo conosciuta come la meno efficiente tra le agenzie federali americane, per sostituirla con tre organi separati di dimensioni ridotte. Intanto Elizabeth Birnbaum, a capo della Minerals Management Services dall’anno scorso, ha dato le dimissioni giovedì sotto pressione della Casa Bianca.

Nonostante l’Amministrazione Obama abbia cercato di intervenire prontamente per far fronte all’incidente del 20 aprile, il fatto che ancora non si sia riuscita a bloccare la fuoriuscita di petrolio, sommato alla gravità della conseguente catastrofe ambientale, e alla evidente tendenza del governo di affidarsi a BP per le indagini e per le operazioni di ripulitura della perdita, è all’origine dell’ondata montante di dubbi sulla performance del presidente. Sempre più spesso si discute della macchia di petrolio come della “Katrina di Obama”, con riferimento all’uragano che nel settembre 2005 devastò New Orleans, contribuendo non poco al crollo della popolarità dell’allora presidente George W. Bush.

In un sondaggio condotto da USA Today/Gallup Poll circa il 60% degli intervistati si è detto convinto che il governo federale non stia facendo un buon lavoro per fermare la perdita di greggio. Il 53% critica in termini simili l’operato del Presidente Obama.

Per frenare la valanga di critiche, Obama ha in programma di tornare in Louisiana venerdì, per verificare di persona lo stato dell’emergenza. Inoltre il presidente ha tenuto giovedì una conferenza stampa, durante la quale ha difeso il lavoro del proprio governo. Obama si è detto “frustrato e arrabbiato” per la perdita di greggio, insistendo però che “chi crede che l’intervento del governo non sia stato sufficientemente veloce o urgente non conosce i fatti. Questa è stata la nostra priorità assoluta sin dall’inizio”. Il presidente ha criticato il comportamento della BP, ha sottolineato che il governo sta facendo tutto il possibile per risolvere la crisi, e ha ammesso una qualche responsabilità per non aver fatto abbastanza, prima dell’esplosione, per combattere la relazione troppo amichevole tra le dirigenze delle società petrolifere e le agenzie governative incaricate della loro supervisione.

Infine, Obama ha annunciato una moratoria di sei mesi sull’apertura di nuove esplorazioni petrolifere. Questo periodo di tempo dovrebbe consentire agli inquirenti di capire quali siano state le cause concrete dell’incidente nel Golfo del Messico e al governo di approvare standard di sicurezza più rigidi per le società che gestiscono piattaforme petrolifere al largo delle coste americane.

Basterà tutto questo a impedire che la fuoriuscita di greggio nel Golfo del Messico si trasformi nella Katrina di Obama?

Scritto da Valentina Pasquali

giugno 2, 2010 alle 2:28 pm

Eppur si muove – il governo USA e l’incidente petrolifero nel Golfo del Messico

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Washington D.C. – Mentre al largo delle coste della Louisiana continua a allargarsi la macchia di petrolio causata dall’esplosione, lo scorso 20 aprile, della piattaforma Deepwater Horizon in concessione alla British Petroleum-BP, a Washington si comincia a discutere di cause, responsabilità e costi, e di nuove iniziative politiche che possano garantire, in futuro, maggiore sicurezza nell’estrazione del greggio e maggiori riserve di fondi per poter intervenire nel caso si verificasse un altro incidente del genere. Vista la gravità dell’accaduto, sono in gioco molti milioni, addirittura miliardi, di dollari, e non c’è da stupirsi che, per il momento, non si sia raggiunto alcun accordo.

Ancora non si conoscono le cause dell’incidente, ma una scoperta fatta dall’Onorevole Bart Stupak, che presiede il sottocomitato della Camera per la Sorveglianza e le Inchieste, proverebbe che il cosiddetto blowout preventer (BOP), ovvero una grossa valvola di sicurezza posta alla base del pozzo che sarebbe dovuta entrare in funzione nel momento in cui si  verificata la prima fuoriuscita di greggio, sarebbe stato difettoso a causa di una perdita di liquidi e di una batteria scaduta.

Per il momento si tratta solo di ipotesi, ma considerato che una volta determinata con esattezza la causa dell’incidente si arriverebbe anche a individuarne i responsabili, i massimi dirigenti delle tre società coinvolte nella gestione della piattaforma, ovvero BP, Transocean Ltd. e Halliburton, si sono presentati al Congresso lunedì con l’intento esplicito di giocare d’anticipo, incolpandosi apertamente l’un l’altro.

Approfittando della scoperta del malfunzionamento del BOP, costruito e operato da Transocean, il presidente di BP America Lamar McKay ha dichiarato nella propria testimonianza al Congresso: “Transocean, in quanto proprietario e operatore della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, era responsabile per la sicurezza delle operazioni di estrazione”. Naturalmente, il CEO di Transocean Steven Newman si è detto per nulla d’accordo. Rifiutando l’ipotesi che il malfunzionamento del BOP possa essere stato all’origine dell’esplosione, Newman ha sostenuto che la causa dell’incidente va ricercata “in un’improvvisa e catastrofica rottura” della struttura di cemento che ricopre le fondamenta del pozzo, e su cui si erano appena conclusi lavori di rafforzamento. La compagnia responsabile per il cemento, che sarebbe da ritenersi responsabile in questo caso, Halliburton. Tim Probert, che dirige l’ufficio di sicurezza, salute e ambiente della società, per completare il ciclo di reciproche accuse ha dichiarato nella propria testimonianza di martedì che “Halliburtonè obbligata per contratto a rispettare le istruzioni dategli dalla concessionaria del pozzo”, quindi BP, e che in ogni caso se il BOP costruito da Transocean avesse funzionato a dovere, “questa catastrofe non sarebbe mai successa”. Insomma, un cane che si morde la coda.

Una legge del 1990 stabilisce che la concessionaria del pozzo, in questo caso BP, ha l’obbligo di ripagare nella loro interezza i costi per la ripulitura della fuoriuscita. Anadarko Petroleum e Matsui Oil Exploration, che controllano il 35% della concessione per l’utilizzo della piattaforma, sarebbero responsabili per tale percentuale. Per quanto riguarda i danni indiretti dell’esplosione (come ad esempio la perdita di introiti sofferta dalle industrie turistica e ittica), BP e co. hanno l’obbligo di rimborsare le vittime fino a un massimo di 75 milioni di dollari. Oltre questa cifra, e fino a un tetto di un miliardo di dollari, i danni verrebbero compensati attingendo all’Oil Spill Liability Trust Fund, una riserva pubblica di denaro che viene finanziata con una tassa sulle compagnie petrolifere.
Fin qui, BP America si è detta disposta a ripagare sia i costi della ripulitura che i danni subiti dalle industrie e dai lavoratori della zona, anche in eccesso del tetto di 75 milioni di dollari. Il direttore del National Pollution Funds Center della Guardia Costiera Craig Bennett ha stimato che, a mercoledì mattina, la BP avrebbe ricevuto 6.414 richieste di danni e avrebbe rimborsato tutti, per un totale di 2,5 milioni di dollari. Al contempo, il presidente di BP America Lamar McKay ha più volte reiterato, durante la testimonianza al Congresso, la disponibilità della propria società a rimborsare tutte le richieste di danni “legittime”, senza per˜ spiegare cosa si intenda per ÒlegittimoÓ. Tradotto, BP vuole garantirsi la libertà di determinare caso per caso se ricompensare le vittime o meno.
Le stime del costo complessivo della fuoriuscita di petrolio iniziata il 20 aprile scorso variano significativamente. Morningstar, una società di ricerca e investimento, ha calcolato che il conto potrebbe superare i 4 miliardi di dollari. L’Insurance Information Institute, prevede che la cifra si assesterˆ sul miliardo e mezzo.

Intanto, l’Amministrazione Obama, che ha dichiarato di voler far pagare BP fino all’ultimo penny, si sta muovendo su più fronti. Un pacchetto di interventi redatto dalla Casa Bianca, e su cui il Congresso potrebbe votare già la settimana prossima, prevede l’innalzamento del tetto di 75 milioni di dollari oltre cui una società petrolifera non è al momento ritenuta responsabile per i danni economici. Per incrementare la riserva di denaro dell’Oil Spill Liability Trust Fund, l’amministrazione propone anche di aumentare di un centesimo a barile la tassa già esatta dalle società petrolifere (tassa che crescerebbe quindi dagli attuali 8 centesimi a 9 centesimi al barile). Al momento, il fondo contiene circa 1,6 miliardi di dollari. Si calcola che, con l’aumento della tassa, potrebbe crescere fino a 612 milioni di dollari l’anno e raggiungere, su base decennale, una somma di circa cinque miliardi di dollari. Grazie all’aumento di liquidità, il fondo potrebbe ripagare futuri danni fino al miliardo e mezzo di dollari per incidente, contro il tetto di un miliardo in vigore oggi. Inoltre, in una lettera alla Presidente della Camera Nancy Pelosi, il Presidente Obama ha richiesto la mobilitazione immediata di 100 milioni di dollari per la Guardia Costiera e di 29 milioni di dollari per il Ministro degli Interni, al fine di velocizzare l’inchiesta e le operazioni di ripulitura. Si tratterebbe questa di una parte di un fondo di emergenza voluto dal presidente anche per rimborsare con maggior rapidità quei lavoratori che siano rimasti senza reddito a causa della fuoriuscita di greggio.

Oltre agli interventi di emergenza necessari per tamponare i danni causati dalla fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, fuoriuscita che non è ancora stata tamponata, l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon ha riportato al centro del dibattito politico anche la proposta di legge sul cambiamento climatico voluta dai senatori John Kerry e Joe Lieberman, e inizialmente anche dal repubblicano Lindsey Graham. Nonostante il Senatore Graham abbia deciso di abbandonare il progetto, a mo’ di ritorsione contro i democratici, i quali sembrano intenzionati a voler approvare, entro la fine dell’anno, una controversa riforma della legge sull’immigrazione, Kerry e Lieberman hanno finalmente presentato, mercoledì, la propria proposta su energia e ambiente. Attraverso una serie di incentivi e tagli fiscali, e a un sistema progressivo di cap and trade, l’obbiettivo è di arrivare a una riduzione delle emissioni di CO2 del 17% entro il 2020 e dell’83% entro il 2050 (rispetto al 2005).
Il testo di legge di Kerry e Lieberman è stato rivisto negli ultimi giorni per riflettere la gravità della situazione nel Golfo del Messico. In particolare, sono state irrigidite le limitazioni sull’apertura di nuove esplorazioni petrolifere, voluta da Obama sin dai tempi della campagna elettorale, ma improvvisamente trasformatasi in una proposizione scomoda. Nella proposta Kerry/Lieberman, verrebbe concesso agli stati costieri il diritto di veto sulla decisione di un vicino di espandere l’attività di estrazione.

E’ presto per dire quale effetto avrà l’esplosione del pozzo BP sul futuro di questo testo di legge, anche se è certo che si tratterà di un effetto rilevante. Da un lato, esiste oggi un’opinione pubblica più favorevole a una proposta che intervenga sul settore dell’energia con un occhio particolare alla difesa dell’ambiente. Dall’altro, le restrizioni sull’espansione delle esplorazioni petrolifere potrebbero costare la buona disposizione mostrata, fin qui, dalla grande industria del greggio, la quale gode di enorme influenza al Congresso. Quello che è certo è che il governo e le istituzioni americani si stanno dando un gran daffare per rispondere all’emergenza petrolio nel Golfo del Messico, a riprova della gravità dell’incidente e delle ripercussioni che potrebbe avere sulla politica energetica americana.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

maggio 14, 2010 alle 8:05 pm

La macchia nera sulla coscienza di Obama

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Washington D.C. – La fuoriuscita di petrolio causata il 20 aprile scorso dall’esplosione avvenuta su una piattaforma petrolifera situata al largo delle coste della Louisiana e in concessione alla British Petroleum-BP si sta spandendo a vista d’occhio, e si avvicina pericolosamente alle coste americane, minacciando l’industria ittica dello stato, la più importante degli Stati Uniti e, naturalmente, la flora e la fauna della regione.

Quella che sembrava, fino a ieri, una perdita di dimensioni non eccezionali, si sta trasformando oggi in una crisi ambientale di proporzioni epocali, e potrebbe diventare presto la più grande catastrofe petrolifera al mondo, oltre che una macchia sulla coscienza del Presidente Barack Obama.

Le ultime stime rilasciate giovedì misurano la fuoriuscita in 5.000 barili di petrolio al giorno, cinque volte la quantità che si era pensata inizialmente. Gli esperti della National Oceanic and Atmospheric Administration avrebbero identificato una terza falla sottomarina nella struttura del pozzo danneggiato. Si calcola che la macchia di greggio abbia raggiunto una circonferenza di circa 970 chilometri e che copra approssimativamente 74.100 chilometri quadrati. I venti la stanno spingendo velocemente verso la costa, e si prevede che già venerdì il petrolio fuoriuscito approderà al sud della Louisiana, vicino alla città di Venice.

Giovedì il Governatore della Louisiana, il repubblicano Bobby Jindal, ha dichiarato lo stato di emergenza, e il Ministro per la Sicurezza Nazionale Janet Napolitano ha fatto seguito aggiungendo che la fuoriuscita di petrolio va considerata episodio di “rilevanza nazionale”, il che significa che le risorse degli stati confinanti e del governo federale possono essere indirizzate a tamponare il problema. Informato della gravità della situazione in tarda serata di mercoledì, il Presidente Barack Obama aveva incaricato Napolitano, così come il Ministro degli Interni Ken Salazar e il capo della Agenzia per la Protezione Ambientale (Environmental Protection Agency) Lisa Jackson di occuparsi direttamente dell’emergenza. Anche il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Mike Mullen sta seguendo la vicenda da vicino, vista la probabilità che venga richiesto l’intervento della Guardia Costiera.

Fin qui, i tentativi fatti di bruciare il petrolio fuoriuscito in maniera controllata non hanno dato risultati efficaci. Dovrà ora seguire una nuova mobilitazione, in difesa di flora e fauna della Louisiana del sud. C’è chi ha proposto di utilizzare cannoni che spaventino e scaccino i volatili, prima che la melma oleosa li raggiunga e li ricopra.

L’esplosione del 20 aprile, in cui sono scomparsi 11 dipendenti della BP (che a questo punto si presume siano deceduti nell’incidente) è avvenuta a meno di un mese dall’annuncio del Presidente Obama, fatto il 31 marzo scorso, di voler aprire a nuove concessioni governative per l’esplorazione petrolifera al largo delle coste americane. La proposta, per quanto non toccherebbe aree protette e per quanto meno estrema di quella lanciata dal duo repubblicano John McCain/Sarah Palin durante la campagna per le presidenziali 2008 al grido di “drill baby drill”, è stata duramente criticata sin dall’inizio, dagli ambientalisti e dalla sinistra americana.

In particolare, il timore era dato proprio dai rischi di una catastrofe ambientale impliciti nell’espansione delle esplorazioni petrolifere. Obama aveva cercato di rassicurare i più critici promettendo che “le nuove esplorazioni sarebbero state condotte utilizzando nuove tecnologie per ridurre l’impatto ambientale”.
Per il momento, tutti gli esperti, gli attivisti, gli ufficiali del governo locale e federale, il Presidente Obama stesso, sono concentrati sul tamponare in qualche modo l’emergenza in corso. Sarà interessante vedere che posizione prenderà Obama nei giorni a venire, in particolare quando si avrà una stima definitiva della gravità dei danni causati dall’esplosione.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

aprile 30, 2010 alle 8:02 pm

Compromessi per l’ambiente o ambiente compromesso?

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La Camera dei Deputati americana ha approvato venerdì il testo di legge sull’energia e l’ambiente sponsorizzato dagli onorevoli democratici Henry Waxman della California e Edward Markey del Massachusetts. Questo primo voto (il testo dovrà ora andare al Senato per l’approvazione finale) è stato fortemente voluto sia dal Presidente Obama, che aveva fatto della promessa ambientalista un fondamento portante della propria campagna elettorale, sia dalla Presidente della Camera Nancy Pelosi.

La proposta di legge è passata all’ultimo minuto e dopo lunghe e difficili contrattazioni, con 219 voti a favore e 212 contro. Otto deputati repubblicani hanno sostenuto il testo di legge, contro le direttive del proprio partito, mentre ben 44 democratici hanno tradito la leadership dell’asinello, e il presidente americano, votando per bocciare la proposta.

Si tratta questo del primo tentativo reale, da parte americana, di modificare la produzione e il consumo di energia nel tentativo di mettere un freno al precipitare delle condizioni ambientali e al continuo peggiorare del riscaldamento globale.
La proposta di legge, volta a ridurre le emissioni inquinanti prodotte dalla grande industria americana del 17% entro il 2020 e del 83% entro il 2050 (rispetto ai livelli del 2005), si fonda su un sistema di cosiddetto ‘cap-and-trade’. Questo fissa un tetto complessivo per le emissioni di gas inquinanti che sono ritenute accettabili — tetto destinato a diminuire progressivamente nel tempo — e consente un meccanismo di scambio attraverso cui le industrie potranno acquistare dal governo, e poi scambiarsi l’un l’altra, il diritto ad inquinare.

L’approvazione del testo di legge Waxman-Markey è da considerarsi storico (va ricordato che gli Stati Uniti di George W. Bush non hanno mai nemmeno accettato di firmare il protocollo di Kyoto). Rimane il fatto, però, che la proposta approvata venerdì ha obiettivi assai meno ambiziosi di quelli pensati inizialmente, e non è certo all’altezza delle regolamentazioni implementate in Europa già da tempo.

In particolare, per riuscire a ottenere il voto della maggioranza di deputati americani, la proposta di legge è stata modificata sostanzialmente negli ultimi giorni di discussioni parlamentari, con l’inserimento di concessioni sufficienti a convincere gli scettici a votare a favore. Il risultato, nell’opinione dei più critici, è che il testo originale è stato diluito a tal punto da essere ormai inutile.
Il dibattito parlamentare condotto nei mesi scorsi e che ha portato, infine, al passaggio della proposta di legge alla Camera, ha visto lo scontro, culturale, sociale ed economico, tra i rappresentanti più liberal del partito democratico, provenienti dalle grandi città delle coste est e ovest del paese, veri centri di innovazione e alta tecnologia, e i deputati eletti nei distretti più conservatori del centro e del sud del paese, dove le economie locali sono in forte crisi e dove l’industria manifatturiera e quella del carbone, altamente inquinanti, rimangono i principali datori di lavoro.

Il risultato delle difficili contrattazioni tra questi due gruppi è stato che, come ha scritto il New York Times, “quando finalmente la legislazione più ambiziosa mai proposta al Congresso in fatto di energia e ambiente veniva messa al voto venerdì, ormai il testo di legge si era ingrossato a dismisura per via dei compromessi, delle modifiche, delle concessioni, e dei veri e propri regali pensati per conquistare i voti dei legislatori più dubbiosi e il sostegno della grande industria.” Fatto sta che, nei mesi di contrattazione, la proposta di legge è cresciuta dalle 648 pagine iniziali alle circa 1.400 approvate venerdì.

Alcune delle concessioni, per quanto strane, sono relativamente innocue. Così, ad esempio, un giovane rappresentante della Florida è riuscito ad ottenere, in cambio del proprio voto, 50 milioni di dollari per la costruzione nel proprio stato di un centro per la ricerca sugli uragani.

Altri compromessi, in particolare quelli fatti per ottenere il sostegno del settore agricolo americano, potrebbero finire per mettere a rischio gli obbiettivi stessi della proposta di legge.

Alcuni ambientalisti hanno sostenuto entusiasticamente la legge, mentre altri, come ad esempio i rappresentanti di Greenpeace, erano contrari al suo passaggio. E anche l’industria si è divisa; la Camera di Commercio degli Stati Uniti e l’Associazione Nazionale dell’Industria Manifatturiera hanno sostenuto l’opposizione, mentre alcune delle più grandi aziende del paese, come ad esempio Ford e Dow Chemical, si sono dette in favore.

Il futuro della legge, anche in questa sua versione annacquata, rimane incerto. Il Senato dovrà discutere, nei prossimi mesi, la propria versione del testo approvato alla Camera, ed è prevedibile che i senatori democratici e repubblicani moderati lavoreranno insieme per rendere le limitazioni sulle emissioni inquinanti ancor meno efficaci.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

luglio 6, 2009 alle 7:09 am

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