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Archive for the ‘All’americana’ Category

In America scontro tra privacy e sicurezza nazionale

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Washington D.C. — Washington D.C. – In occasione del Giorno del Ringraziamento questo giovedì, si calcola che oltre 40 milioni di cittadini americani si siano messi in viaggio per raggiungere parenti lontani e vicini. Tra costoro, circa un milione e 600 mila hanno preso l’aereo, un aumento del 3,5% rispetto all’anno scorso.

A complicare le cose, in questi giorni in cui si registra un traffico aereo tra i più intensi dell’anno, sono arrivate nuove direttive sulla sicurezza negli aeroporti decise dal Department of Homeland Security. Circa 400 nuovi “body-scanner” sono stati installati in settanta aeroporti americani. Queste macchine sono in grado di fotografare immagini ai raggi x di tutti i passeggeri, i cui corpi nudi (anche se dai contorni poco definiti) appaiono per qualche secondo, il tempo necessario per stabilire se l’individuo in questione indossi oggetti sospetti, sul monitor di un agente della Trasportation Security Administration–TSA, l’agenzia del governo americano creata in seguito agli attacchi terroristici del settembre 2001 e responsabile, fra le altre cose, della sicurezza negli aeroporti. Ai passeggeri preoccupati delle radiazioni emesse da queste macchine (che, a quanto dicono governo e produttori, sono minime) o che non vogliono essere visti nudi da uno sconosciuto, Homeland Security offre la possibilità di sottoporsi a un controllo manuale “in profondità”, in cui un agente TSA dello stesso sesso li perquisisce da cima a fondo.

L’implementazione di queste nuove misure di sicurezza, motivate soprattutto dall’incidente del Natale scorso, in cui Umar Farouk Abdulmutallab, un cittadino nigeriano, provò a detonare, a bordo del volo 253 della Northwest Airlines in viaggio tra Amsterdam e Detroit, dell’esplosivo che aveva nascosto nelle mutande, ha provocato la rabbia di molti viaggiatori, che si sentono oltraggiati da questa nuova intrusione governativa nel privato.

Un gruppo di “ribelli” ha addirittura dichiarato mercoledì “national opt-out day” e ha invitato gli americani in viaggio per aeroporti a rifiutare le macchine ai raggi x per sottoporsi, invece, alla perquisizione manuale, decisione che avrebbe potuto enormemente rallentare le operazioni di volo.
Per lo più, i critici delle misure imposte da Homeland Security dubitano della loro reale efficacia. Il governo, sostengono costoro, insiste che gli Stati Uniti debbano rimanere un passo avanti ai terroristi. Eppure, i fatti sembrano provare il contrario.

Patrick Smith, un pilota americano che scrive di questioni di aviazione civile su Salon.com, nota: “All’inizio fu l’11 settembre e, di colpo, tutti gli oggetti appuntiti furono banditi; poi venne Richard Reid, l’uomo con le scarpe bomba, e la successiva decisione della TSA di far rimuovere le scarpe a tutti i passeggeri; dopo di ché fu il turno dell’attentato, sventato a Londra, dei terroristi armati di liquidi e, improvvisamente, shampoo e dentifrici sono stati ridotti a contenitori di 3 once; infine, ci fu il terrorista natalizio con la bomba nelle mutande e ora siamo costretti a passare per i raggi x o per perquisizioni in profondità”.

Insomma, questo approccio alla sicurezza aeroportuale è tutta scena, pensato più per far sentire i passeggeri sicuri che non per catturare eventuali terroristi.

Ma c’è anche dell’altro. La notizia delle nuove misure di sicurezza ha oltraggiato i passeggeri americani perché, efficaci o meno che siano, queste vanno a aggiungersi a una serie di inconvenienti che rendono sempre più costoso e più scomodo il viaggiare in aereo.

Nota giustamente il New York Times che, nel corso degli ultimi anni, “le compagnie aeree [americane] hanno eliminato i pasti, i cuscini e le coperte gratis; hanno cominciato a far pagare i passeggeri per il numero di bagagli imbarcati e per la possibilità di sedersi in un posto con qualche centimetro in più di spazio per le ginocchia; hanno alzato le tariffe dove possibile; hanno riempito gli aerei a dismisura riducendo drasticamente il numero dei voli”. Insomma le nuove misure di sicurezza della TSA colpiscono un pubblico americano già molto frustrato.

La rivoluzione nazional-popolare in corso, però, ha anche a che vedere con i risultati delle elezioni di metà-mandato, con un Partito Repubblicano sempre più agguerrito e con il successo ottenuto quest’anno dal movimento anti-governo federale del Tea Party, sostenuto da quegli americani che sono sempre più preoccupati dell’invadenza di Washington nelle loro vite quotidiane.

“La TSA”, scrive Matt Bai sul New York Times, “nacque in un momento, nell’autunno 2001, in cui gli americani sembravano disposti a accettare la nozione di un governo federale più intrusivo; ma con l’indebolirsi dei ricordi e grazie al fatto che nessun altro aereo si è trasformato, da allora, in un’arma di distruzione di massa (a riprova, in parte, della diligenza degli agenti della TSA), l’urgenza sentita è stata sostituita da un senso di frustrazione, causato da una serie di ordini che cambiano continuamente – ‘Consegnaci il dentifricio! Butta via il latte per il bambino!’”.

In questo senso, l’atteggiamento arrabbiato dei cittadini americani, stanchi di essere trattati tutti come dei terroristi, è, in parte, comprensibile. Sorprende, invece, che la stessa retorica sia adottata anche dai repubblicani al Congresso, i quali hanno sempre accusato i democratici di vacillare pericolosamente su questioni di difesa e che, durante gli otto anni di presidenza Bush, hanno accantonato senza remore una serie di libertà civili (si pensi al Patriot Act) in nome della sicurezza nazionale. Per Dana Milibank del Washington Post, “i repubblicani sembrano essere entrati in una nuova era post 9/11, in cui la sicurezza nazionale non è più una priorità rispetto alla volontà politica di danneggiare il Presidente Obama”. Qualsiasi occasione, insomma, è buona per attaccare l’amministrazione democratica, poco importano contenuti e conseguenze.

Nonostante il clamore mediatico suscitato dalla protesta anti-TSA, l’iniziativa sembra aver suscitato, fin qui, una partecipazione popolare limitata. Alcuni sondaggi condotti in questi giorni sembrano confermare la sensazione che, in realtà, una maggioranza di americani è favorevole all’implementazione dei nuovi controlli di sicurezza, sempre che, naturalmente, siano ritenuti efficaci nel prevenire eventuali attacchi terroristici. Un rilevamento statistico condotto da Langer Associates per ABC News mostra che il 64% degli intervistati è d’accordo sull’uso delle macchine a raggi x e solo il 32% è contrario.

Questo non significa che il governo federale è pienamente soddisfatto e disposto a fermarsi qui. Nel lungo periodo è probabile che si sviluppino altre e diverse forme di controlli aeroportuali, possibilmente meno invasive. L’alternativa ai “body-scanner” e alle perquisizioni di profondità più facilmente implementabile è quella di maggiori controlli sul passato dei passeggeri, sui loro itinerari e sui fattori di rischio relativi. Questo significa, fra le altre cose, interviste dettagliate da svolgersi prima dell’imbarco. Si fa fatica a immaginare che tale strategia possa velocizzare le operazioni di volo, o rendere l’esperienza dei passeggeri molto più piacevole. E si fa anche fatica a immaginare che si possa davvero garantire a chi viaggia in aereo un livello di sicurezza del 100%, per quanto nobile obiettivo. Salvo che, a forza di torturare i passeggeri, gli americani decidano di smettere di volare completamente.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 26, 2010 alle 7:17 pm

La Corte Suprema di Obama

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Washington D.C. – Attesa per metà luglio, e ormai pressoché certa, la decisione della Commissione Giustizia del Senato di approvare la nomina di Elena Kagan, oggi Solicitor General (ovvero avvocato capo del governo federale) alla Corte Suprema. Il nome di Kagan è stato fatto dal Presidente Barack Obama in sostituzione del Giudice John Paul Stevens, che, a novant’anni, se ne andrà in pensione all’inizio del prossimo anno giudiziario, ovvero in autunno. La nomina di Kagan potrebbe consentire a Obama, e ai progressisti americani, di lasciare un proprio imprinting sul diritto americano, sempre che Kagan sia in grado di assumere il ruolo di giudice esperto, competente e di personalità auspicato dalla Casa Bianca.

Kagan, la cui ascesa inarrestabile verso uno dei ruoli più influenti della democrazia americana è iniziata nella culla, figlia dell’Upper West Side di Manhattan e delle migliori scuole del paese, è stata sottoposta, a partire da lunedì scorso, a un lungo interrogatorio condotto dai membri della Commissione Giustizia. Sul banco degli imputati la filosofia legale della candidata, che, se rivelata, avrebbe dovuto dare indicazioni su quale tipo di giudice attendersi da Kagan.

Mantenendo quell’aplomb che ha contraddistinto la sua corsa verso la Corte Suprema fin qui, quella capacità di evitare qualsiasi dichiarazione che possa dare origine a una controversia politica, Kagan ha sapientemente tenuto testa ai senatori, anche a quei repubblicani determinati a trovare il suo punto debole.

Così, con ogni probabilità, Kagan si avvia a diventare giudice della Corte Suprema senza che si conosca il suo pensiero sui temi più scottanti della giurisprudenza americana contemporanea, dai diritti dei gay, all’aborto, ai problemi più tecnici di procedura penale che riguardano i diritti dei prigionieri di guerra e dei carcerati.

Nonostante permanga qualche dubbio, negli ambienti della sinistra americana, sul fatto che Kagan possa nutrire una visione forte dei poteri dell’esecutivo, simile a quella sostenuta, e molto criticata, dal duo Dick Cheney/George W. Bush, si sa che Kagan ha passato la propria carriera a operare in circoli politici e giudiziari liberal, avendo lavorato, oltre che per l’Amministrazione Obama, per la Casa Bianca di Bill Clinton e, molti anni addietro, come assistente di Thurgood Marshall, il primo afro-americano a far parte della Corte Suprema, giudice divenuto famoso nella lotta contro la discriminazione razziale e quindi considerato, dai repubblicani, come un rappresentante della sinistra attivista.

La reticenza di Kagan a esporsi sulle questioni calde del momento, e la sua professione di “modestia giudiziaria”, ovvero dell’intenzione di adoperarsi, una volta giudice, in maniera umile e rispettosa dei precedenti legali, la rende agli occhi dei sostenitori, primo fra tutti il Presidente Obama, una possibile mediatrice in una Corte sempre più dominata dalla figura del Presidente John Roberts Jr., nominato da George W. Bush nel 2005 e rivelatosi, nell’ultimo anno, apertamente conservatore e militante. Il compito di Kagan sarebbe dunque di convincere Anthony Kennedy, il giudice di mezzo conosciuto come lo ‘swing vote’, a allinearsi d’ora in avanti con l’ala più progressista della corte.

Kagan rappresenta la seconda nomina effettuata da Obama, dopo quella di Sonia Sotomayor dell’anno passato, quando il presidente dovette scegliere il sostituto di David Souter. In entrambe le occasioni, Obama si è visto costretto a sostituire un giudice progressista, o perlomeno moderato (Souter, Stevens), con un altro giudice progressista (Sotomayor, Kagan). Il che significa che l’equilibrio della Corte, che pende verso destra, rimane sostanzialmente inalterato.

George W. Bush fu più fortunato, e se ne osservano oggi le conseguenze. Pur avendo selezionato anch’egli due giudici, Samuel Alito e il Presidente Roberts, Bush ebbe la possibilità di sostituire Sandra Day O’Connor, la quale, in particolare negli ultimi anni di lavoro, aveva spesso rivestito il ruolo di membro moderato. Il che significa che, al contrario di quello che ha potuto fare Obama fin qui, Bush è riuscito a dirottare la direzione della corte, con conseguenze sempre più allarmanti.

L’apice dell’attivismo della Corte Roberts è stato raggiunto con la sentenza di gennaio nel caso Citizen United vs. Federal Elections Commission, con la quale, in un testa-a-testa di 5 giudici contro 4, si è stabilito che il diritto di espressione delle grandi corporation va protetto alla stregua di quello dei singoli individui. La sentenza ha così invalidato quella parte della legge sul finanziamento privato delle campagne elettorali, conosciuta come McCain–Feingold Act, che limitava l’ammontare di denaro che la grande industria poteva donare, in prossimità di una tornata elettorale, alla produzione di spot televisivi a sostegno di un candidato (la sentenza non riguarda invece la proibizione all’industria di donare fondi direttamente alla campagna elettorale di un politico).

Questa decisione (destinata a avere conseguenze di proporzioni ancora difficili da immaginare sullo svolgimento di future campagne elettorali), assieme a altri verdetti raggiunti di recente in difesa del diritto al possesso di armi da fuoco, sono ormai il simbolo di una Corte Suprema che non nasconde più le proprie intenzioni di assumere un ruolo dominante nel dibattito politico contemporaneo, e futuro, in America.

Siccome i membri della corte sono nominati a vita, l’opportunità di selezionarne uno, o più d’uno, è per qualsiasi presidente americano un affare importante e delicato. Spesso, è proprio la scelta di un giudice a rivelarsi come la decisione di maggior impatto storico di un’intera presidenza. A soli cinquant’anni, Kagan diventerebbe la più giovane tra i giudici, e visto che i membri della corte sembrano possedere un talento misterioso che gli consente di vivere ben oltre l’età media, Kagan potrebbe rimanere una protagonista indiscussa della vita istituzionale americana per altri quarant’anni.

Obama e la sinistra americana devono sperare che dietro l’aria reticente e misteriosa di Kagan si nasconda davvero quel giudice solido, competente e in grado di conquistarsi il rispetto dei colleghi moderati di cui l’America ha bisogno per sopravvivere alla presidenza di John Roberts.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

luglio 2, 2010 alle 2:42 am

L’America ci osserva dubbiosa

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Dopo la tornata elettorale del 7 giugno, gli Americani guardano all’Europa con occhio critico e preoccupato, si domandano quale sarà il futuro dell’Unione e cercano di capire quale lezione politica possano apprendere loro dal risultato delle nostre elezioni.

Il New York Times pone l’accento sulla sconfitta subita nel voto dello scorso weekend da un progetto europeista serio e ci mette in guardia sul fatto che l’Europa potrebbe un giorno diventare una grande occasione persa. L’esperimento di condivisione di sovranità portato avanti dall’Unione Europea, progetto politico grazie al quale il continente ha costruito una zona di pace che va dalla Gran Bretagna ai Balcani, è indubbiamente straordinario, scrive Steven Erlanger sul Times. Bisogna ricordarsi, infatti, che 491 milioni di cittadini di 27 paesi differenti sono oggi integrati in un mercato unico che produce quasi un terzo di più degli Stati Uniti. “Con la leadership americana in crisi a causa di guerre controverse, e con il modello economico statunitense, fondato sul libero mercato e su scarse regolamentazioni, oggetto di critiche sempre più intense, l’Europa conta”, scrive Erlanger. “Il modello europeo d’intervento governativo nell’economia; di rigido controllo delle attività finanziarie, dell’industria e del mercato del lavoro; e i generosi sistemi pensionistici e sanitari pubblici, è oggi considerato in alcuni circoli come un’alternativa reale al capitalismo di stile anglo-americano”, prosegue il giornalista.

Eppure la crisi economica, cominciata negli Stati Uniti, sta colpendo l’Europa in maniera ancora più dura. Molti economisti sono ormai d’accordo sul fatto che la recessione durerà qui più a lungo che in America. Secondo Erlanger, l’incapacità dei leader europei, troppo concentrati su questioni nazionali, di accordarsi sulle strategie da perseguire per uscire dalla crisi, e la tendenza a cercare di risolvere i problemi di disoccupazione interna a scapito dei livelli d’impiego negli altri paesi dell’Unione, sono da considerarsi cause fondamentali delle difficoltà odierne dell’Europa e dell’insoddisfazione dei cittadini europei, sintomatica nel voto del 7 giugno. “La crisi economica mondiale”, scrive Erlanger, “ci ha fatto capire che l’Unione Europea è meno che l’insieme delle sue parti”.

Ma mentre il New York Times sostiene una linea europeista, e lamenta la mancanza di una politica economica coesa a livello dell’Unione che traghetterebbe il continente fuori dalla crisi in maniera più veloce e efficiente, le analisi della disfatta della sinistra europea che si fanno negli Stati Uniti sono le più svariate e contraddittorie.

Secondo Michael Lind, Direttore del Centro di Studi Economici alla New America Foundation ed ex professore a Harvard e Johns Hopkins, il centro-sinistra in Europa si trova ormai drammaticamente disgiunto dal proprio elettorato. L’internazionalismo tipico del socialismo europeo, trasformatosi negli anni novanta (nell’Inghilterra di Tony Blair ad esempio) in una filosofia politica pro-capitalista e anti-nazionalista, può forse piacere alle elite istruite e benestanti delle università e delle banche d’investimento, ma ha poco da offrire alla gente comune che continua a vedere nello stato-nazione l’agente che deve proteggerla da un mondo pericoloso. “Nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto che, in un periodo di crisi economica, porzioni rilevanti della popolazione si rivolgano a forme estreme di nazionalismo della destra, invece che a progressisti che pensano che aiutare i propri concittadini sia in realtà una forma di discriminazione verso stranieri più meritevoli”, scrive Lind su Slate.com.

Guardando alle elezioni europee con un occhio all’America, Lind offre un avvertimento al Presidente Obama, anch’esso rappresentante della terza-via progressista, un movimento liberista e internazionalista incarnato nel passato da Bill Clinton. “In un mondo in cui anche l’illuminata Europa rifiuta gli ideali di una sinistra post-nazionale”, scrive Lind, “i progressisti americani farebbero forse meglio a riconsiderare i propri flirt con l’ideale di un’Unione Europea social democratica e, invece, cercare di riconnettersi a più vecchie tradizioni del centro-sinistra americano, in cui il liberismo, il populismo, e la sovranità nazionale erano visti non solo come compatibili, ma anche come fondamentalmente interconnessi”.
Gli Americani cercano di trarre indicazioni utili alla propria politica interna dal voto europeo del 7 giugno anche perché il risultato elettorale di casa nostra li preoccupa, in particolare per la deriva di estrema destra registrata un po’ dappertutto nell’Unione. Proprio Lind nota con una certa angoscia un paragone storico a dir poco terrificante: “La Grande Depressione in Europa portò al potere i Nazional-socialisti in Germania e altri partiti e movimenti xenofobi nel resto del continente”. E questo accadeva nel momento in cui, così come oggi, gli Stati Uniti sceglievano invece l’esperimento liberal e quasi socialista di Franklin Roosevelt e del New Deal.

Naturalmente non tutti negli Stati Uniti hanno un’opinione così negativa del voto europeo. Per una commentatrice di marca neo-conservatrice come Anne Applebaum, che ha però votato per Obama nelle ultime elezioni presidenziali e che si dice ancora nostalgica del partito conservatore inglese durante il regno di Margaret Thatcher, le elezioni europee sono motivo di entusiasmo, e la nostra politica di destra un modello da imitare per i repubblicani americani allo sfascio. “Abbiamo aspettato a lungo, ma il previsto rigurgito europeo – contro il capitalismo, il libero mercato, la destra – non e’ arrivato […] al contrario, nelle elezioni europee tenutesi quest’ultimo weekend, il capitalismo ha trionfato”, scrive Applebaum sul Washington Post.

Applebaum sostiene che la vittoria conservatrice in Europa e la quasi simultanea sconfitta della destra americana sono  entrambi da attribuirsi al fatto che i politici europei, al contrario dei leader del partito repubblicano, sono  rimasti fedeli alla propria filosofia economica liberista. Non ci sono, secondo Applebaum, equivalenti europei dei deficit di bilancio alla George W. Bush o della generosa spesa pubblica alla Barack Obama. Inoltre, invece che continuare a ossessionare l’elettorato con temi di sicurezza nazionale, come si è intestardita a fare la destra americana, i conservatori europei si sono concentrati su temi di natura prettamente economica, più sentiti dagli elettori travolti dalla crisi globale.

Non è chiaro nemmeno agli intellettuali americani se sia meglio che la sinistra europea faccia un ulteriore sforzo europeista o, piuttosto, provi a riorentare la propria politica in un’ottica nazionale. Quello che è chiaro però è che, se vuole vincere, la sinistra europea dovrà imparare qualcosa dalla sinistra americana prima che sia la destra americana a imparare dalla propria controparte europea.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

giugno 12, 2009 alle 7:01 am

Una mentalita’ da guerra fredda

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J. Peter Scoblic è direttore esecutivo di The New Republic ed ex redattore di Arms Control Today. Mentre svolgeva un periodo di ricerca presso il Carnagie Endowment for International Peace e presso il Centre for Peace and Security Studies dell’Università di Georgetown, Scoblic ha scritto U.S. vs Them: How a Half Century of Conservatism has Undermined America’s Security [Stati Uniti contro gli Altri: come mezzo secolo di conservatorismo ha minato alle basi la sicurezza dell’America]. Nel suo saggio, l’autore fa risalire le origini della visione del mondo conservatrice oggi rappresentata dal Presidente Bush agli anni ’50 ed alla Guerra Fredda. Comprendere il conservatorismo, filosofia radicata in un’accezione manicheista del mondo, fondata sulla contrapposizione di bene e male, di noi e loro, che impedisce ogni soluzione di compromesso, ci permette di comprendere le forze propulsive che sottendono alla politica estera di Bush e alle scelte controverse da lui compiute negli ultimi sette anni: dalla guerra in Iraq, all’atteggiamento tenuto nella gestione dei rapporti diplomatici con Iran e Corea del Nord, fino alla non proliferazione. In quest’intervista, J. Peter Scoblic ci parla del suo libro, del conservatorismo e del futuro degli Stati Uniti.

Valentina Pasquali: Si è detto e scritto molto sulla politica estera di George W. Bush, sul suo doppio mandato presidenziale e sulla guerra in Iraq. Cosa l’ha spinta a svolgere le ricerche che l’hanno portata a scrivere “U.S. vs Them”? Quali sono le lacune che intendeva colmare?

J. Peter Scoblic: Ho scritto “U.S vs Them” perchè sentivo che non c’era stata un’adeguata spiegazione del fenomeno cui abbiamo assistito negli ultimi sette anni. Mi è parso appunto che non ci sia stata un’analisi adeguata dell’amministrazione Bush, un’analisi che andasse oltre le sue politiche in Iraq, e che tentasse anche di comprendere l’atteggiamento tenuto con Corea del Nord, Iran, Pakistan ed India, ed il modo in cui abbiamo gestito questi rapporti. Dal mio punto di vista c’era molta confusione, in particolare sulla politica nucleare dell’amministrazione Bush, ma anche su scelte compiute in altri ambiti.

Ciò che è stato scritto era spesso più descrittivo che esplicativo. Possiamo accusare questa amministrazione di essersi comportata in modo unilaterale, ma la mia domanda è “perchè si è comportata così?”. Convenzionalmente, si cita il neo-conservatorismo come ideologia dell’amministrazione. Credo ci sia del vero in questo, ma ero anche convinto che dovesse esserci una spiegazione ulteriore, che risalisse alla storia di questo paese. Ecco perché ho deciso che avrei cominciato a scavare negli anni ’50, il periodo in cui è nato il moderno conservatorismo americano. Guardando indietro agli scritti dell’epoca, e a come questi hanno influito sulla politica nucleare degli Stati Uniti, sulle negoziazioni durante la Guerra Fredda, ho notato un certo numero di somiglianze tra quel periodo e l’attuale.

VP: Nel suo libro, lei parla di un movimento conservatore fondato su di una visione del mondo caratterizzata da concetti quali bene e male, descrivendone le basi come moraliste, ma non necessariamente morali, o religiose. Vede un ruolo specifico della religione nel processo che dà origine alle scelte di politica estera?

J.P.S: Quando i politici suddividono il mondo tra buoni e cattivi, scelgono di impiegare una terminologia solitamente riservata al campo della moralita’. Nella politica estera americana per come veniva praticata dai conservatori, il bene e il male spesso erano impersonati rispettivamente dagli Stati Uniti e dai nostri nemici. Questo non voleva sempre dire che gli Stati Uniti fossero consapevoli di comportarsi in un modo moralistico, per esempio che avrebbero scelto di difendere i diritti umani sopra ogni altra cosa, ma piuttosto guardavano al nemico come dedito alla nostra distruzione, o a quella dei nostri amici e dei nostri alleati. In genere non sono tanti i Paesi che conducono una politica estera morale, nel senso che mirano a massimizzare il bene del mondo. Solitamente, puntano tutti al proprio interesse nazionale.

La religione entra in gioco in modo interessante. Credo che renda più facile inquadrare il discorso sulla politica estera in termini di bene contro male. Per un presidente molto religioso come George W. Bush potrebbe essere più facile immaginare il mondo come contrapposizione di bene e male, poiché la sua fede lo porta a vedere le cose in questo modo. Per una persona come lui, vedere tutto o bianco o nero potrebbe essere una tendenza naturale, come anche applicare il medesimo approccio alla politica estera. Allo stesso tempo, ci sono persone molto religiose che non concepiscono il mondo in questi termini; dunque, la correlazione potrebbe esserci, ma sicuramente non si tratta di una relazione perfettamente causale.

VP: Nel suo testo, lei fa riferimento alla Grande Depressione del 1929, e spiega come la crisi economica di quegli anni abbia funzionato da catalizzatore per una correzione di rotta della politica interna americana. Quella crisi avrebbe creato l’apertura tanto necessaria perché emergessero le politiche del New Deal, permettendo così ai Democratici di riguadagnare una posizione politica dominante. Quale crede sia stato l’impatto, se c’è stato, dell’attuale crisi economica sui due partiti e sulle loro posizioni?

J.P.S. Non credo che si stia verificando un impatto della portata di quello degli anni ’20 e ’30. Credo piuttosto che assisteremo ad una maggiore regolamentazione. La domanda principale con cui ci si confrontava all’epoca era “Dovrebbe il governo essere coinvolto nell’economia?” Ora, credo che una risposta ci sia: “Sì, il governo dovrebbe esservi coinvolto, perlomeno fino ad un certo punto”. Successivamente discutiamo della portata di questo coinvolgimento, ma non torniamo più sulla domanda iniziale. Oggi assistiamo ad una nuova versione di quell’argomento, in cui discutiamo piuttosto del grado di supervisione richiesta per questi nuovi esotici strumenti finanziari, supervisione non ancora necessariamente considerata di competenza del governo.

VP: Da questo libro è possibile trarre un secondo parallelismo storico. Negli anni ’40, lei scrive, “privi di una dottrina o di un mecenate coerenti, i conservatori venivano definiti principalmente dal loro malcontento”. Trova qualche similitudine con il Partito Democratico a partire dal 2000? Fu l’opposizione al comunismo a costituire il fattore unificante che avrebbe portato, infine, i conservatori entro un unico movimento politico. Cosa crede potrebbe esercitare una simile funzione per il Partito Democratico, diviso dalle recenti primarie?

J.P.S.: Credo proprio che i Democratici si siano coalizzati parecchio negli ultimi quattro, otto anni, anche se al momento sono in corso delle primarie molto aspre. Credo che comunque i democratici siano più coesi dei Repubblicani, che hanno assistito ad una frammentazione di quel movimento conservatore che aveva animato il partito negli ultimi 25, 30 anni, vale a dire dall’inizio dell’era Reagan. Nel corso della Presidenza Bush, la Guerra al Terrore ha sostituito il Comunismo come fattore unificante del partito, e può darsi che John McCain possa continuare a tenere insieme quella coalizione. Ciò che indubbiamente non gli manca sono le credenziali per aver sostenuto la guerra in Iraq. Credo che anche lui divida il mondo tra buoni e cattivi, eppure, data la sua abiura di molti altri dogmi del conservatorismo, credo che il partito Repubblicano debba affrontare una sfida ben più difficile di quella con cui si confrontano i Democratici.

VP: Si potrebbe sostenere, come fa lei nel suo libro, che la Guerra Fredda ha avuto fine in parte anche a causa delle politiche di contenimento e deterrenza impiegate dagli Stati Uniti. Queste politiche hanno contribuito a causare il crollo dell’Unione Sovietica, e trovavano per la gran parte la netta opposizione dei conservatori. Indubbiamente, nel corso della sua presidenza, George W. Bush ha scelto di ignorare quella lezione, e quando si è trattato di occuparsi della sfida costituita dal terrorismo, dall’Iran, dall’Iraq e dalla Corea del Nord, ha deciso piuttosto di fare ricorso a quell’approccio aggressivo richiesto a gran voce dai conservatori durante la Guerra Fredda e che, nel corso del primo mandato di Reagan, ha quasi portato il mondo sulla soglia di una guerra nucleare. Quali sono le motivazioni che sottendono queste scelte, e come vedono i conservatori la fine della Guerra Fredda?

J.P.S. Credo che i conservatori interpretino in modo molto diverso le cause della fine della Guerra Fredda rispetto a ciò che lei ha appena detto. I conservatori credono che contenimento e deterrenza non stessero funzionando, e che ciò che in ultima analisi ha funzionato sia stata proprio la strategia del rollback [ la dottrina reaganiana per cui il comunismo, lungi dall’essere contenuto, andava fatto arretrare - NDT] e dell’atteggiamento aggressivo sul nucleare tenuto da Ronald Reagan. Che il rollback sia stata effettivamente un’inversione di rotta, è una teoria discutibile. Se si guarda alla storia, ci sono state ben poche circostanze in cui l’amministrazione Reagan ha effettivamente ribaltato l’approccio. E, inoltre, mentre è vero che Reagan aveva scelto una politica nucleare aggressiva nei primi tre anni di mandato, è altrettanto vero che negli ultimi cinque l’amministrazione avrebbe finito con l’operare una svolta molto netta.

Nondimeno, quando la Guerra Fredda ha avuto termine, i conservatori che affermavano di “non voler coesistere con i comunisti” si sono resi conto che gli Stati Uniti li avevano di fatto sconfitti, arrivando a credere che ciò per cui si erano battuti aveva effettivamente funzionato. Giunsero così, col senno di poi, alla conclusione per cui la cosa giusta da fare era stata guardare alla Guerra Fredda in termini di bene contro male, sostenere la strategia della guerra nucleare, e di perseguire il rollback, piuttosto che il contenimento.

L’ipotesi di fondo del contenimento, se risaliamo a ciò che, tra gli altri, ha scritto George Kennan, era che l’Unione Sovietica sarebbe collassata su se stessa se le si fosse impedito di espandersi, ed è ciò che abbiamo fatto: se si guarda ai dati, si scopre che effettivamente l’Unione Sovietica è collassata sotto il proprio peso. Si trattava di una forma politica economicamente insostenibile, e tale era diventata ben prima dell’insediamento dell’amministrazione Reagan. Quando poi abbiamo vinto la Guerra Fredda, i conservatori hanno provato a convincerci che erano stati loro ad essere determinanti, e non la strategia del contenimento.

VP: Lei descrive la prospettiva neoconservatrice di pace come coincidente con una chiara vittoria americana. Quanto crede che questa convinzione abbia riscontro nella popolazione americana nel suo insieme? Come dovrebbero interpretare una simile visione le altre nazioni?

J.P.S.: Dovrei andarmi a vedere i sondaggi sull’opinione pubblica per esserne certo, ma per quanto mi ricordo delle indagini che ho letto se chiedi agli americani se vorrebbero essere maggiormente coinvolti nelle Nazioni Unite ti rispondono di sì. Gli americani credono anche che la nostra spesa per gli aiuti ai paesi stranieri sia superiore a quella che effettivamente sosteniamo, e favoriscono una soluzione negoziata con l’Iran, piuttosto che una guerra. Credo che l’idea del dominio americano assoluto non sia condivisa dalla maggioranza dell’opinione pubblica; certo, dipende sempre da come si pone la domanda. D’altronde, non sarebbe bello se potessimo occuparci della nostra sicurezza senza preoccuparsi di come la pensano gli altri Paesi? Sarebbe certamente bello non dover dipendere da nessun altro all’infuori di noi. D’altro canto, gli americani si rendono conto che facciamo parte del mondo, e che non possiamo ignorarlo del tutto. Sanno bene che la nostra sicurezza è in un certo senso correlata a quella degli altri, e con il modo in cui gli altri percepiscono il proprio bisogno di sicurezza. Non credo che si debba guardare al popolo americano e vedervi una nazione di imperialisti. Credo che questo sia il punto di vista di una minoranza, avanzato da un gruppo di politicanti senza scrupoli che hanno raccolto la gran parte del sostegno dal popolo americano perché questo era terrorizzato da ciò che era accaduto l’11 settembre e, in tutta franchezza, non era stato correttamente informato delle cause e delle ragioni della tragedia, e di dove effettivamente fossero i veri pericoli.

VP: Nel suo testo, così come in molti scritti conservatori, il Senatore Barry Goldwater dell’Arizona viene descritto come padre del moderno conservatorismo americano. Com’è riuscito a divenire tanto influente nonostante, nel 1964, la sua carriera politica fosse stata macchiata da una delle sconfitte presidenziali più imbarazzanti nella storia delle campagne presidenziali? Come valuta la sua eredità politica, oggi?

J.P.S.: Barry Goldwater è stato la prima ed una delle più cristalline incarnazioni del conservatorismo nel momento in cui questo prendeva forma, tra i tardi anni ’50 ed i primi anni ’60. Era il tipo di politico che parlava di conservatorismo in un epoca in cui la gente non credeva nemmeno che una dottrina del genere esistesse. Il punto di vista liberal del mondo, tanto in termini di politica interna quanto estera, era predominante; così, divenne una specie di figura di “nobile ribelle”. Ricordiamo poi che un gran numero dei conservatori odierni ha cominciato a lavorare con lui. E’ interessante notare che anche Hillary Clinton era una Goldwater Girl [sostenitrice di Goldwater alle elezioni presidenziali del 1964 - NDT]. Potremmo dire che quest’uomo ha fallito politicamente, ma ha avuto successo sul piano delle idee; tant’è vero che i conservatori gli ammirano il coraggio ideologico. Ha anche incarnato i valori in cui essi credevano, e prima di Goldwater, non c’era stata alcuna figura di livello nazionale in grado di fare una cosa del genere.

L’eredità politica di Goldwater si sarebbe poi fusa con moltissime altre influenze; è difficile dire se ci sia una rigorosa “scuola Goldwater”. John Bolton [ex ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite] si reputa decisamente un “tipo alla Goldwater”. Ma John Bolton è una figura rara, perché ideologicamente autentico, puro. La maggior parte dei conservatori mantiene alcune convinzioni che non ricadono necessariamente nella visione del mondo conservatrice. Ad ogni modo, se parli con un qualunque conservatore che si rispetti di qualunque argomento, stai pur certa che ad un certo punto il nome di Goldwater, e della “Coscienza del Conservatore” saltano fuori.

VP: Cosa ne penserebbero Barry Goldwater e Ronald Reagan di George Bush e dei suoi due mandati?

J.P.S.: Per quanto riguarda la politica estera, credo che Goldwater ne sarebbe soddisfatto. Molto meno per quanto riguarda l’economia, perché l’amministrazione Bush non ha fatto nulla per arginare la spesa del Governo. Goldwater, inoltre, era un libertario nei confronti di società ed economia, ed avrebbe probabilmente avuto qualche problema con la fusione di religione e politica operata dall’Amministrazione Bush,

Credo che Reagan, invece, sarebbe rimasto disgustato da diversi aspetti di quest’amministrazione. Se si pensa agli ultimi anni di Reagan, sarebbe rimasto certo indignato dal rifiuto di dialogare con gli Stati nemici. Anche se è vero che al momento non c’è nessuno in Corea del Nord con cui instaurare un dialogo della levatura di Gorbaciov, in Iran – ed in particolare prima di Ahmadinejad – c’erano molti politici pragmatici e riformisti con cui l’Amministrazione Bush ha rifiutato di confrontarsi nel 2002 e nel 2003. Reagan sarebbe stato decisamente ostile all’idea di un uso spregiudicato del nucleare: era contrario alle armi nucleari, e credo che l’idea di svilupparne di più maneggevoli, a corto raggio, anti-bunker, l’avrebbe infastidito parecchio.

VP: Che tipo di politica estera dovrebbe aspettarsi il mondo da John McCain, dovesse egli divenire il prossimo Presidente? Sarebbe più simile ai primi mandati di Reagan e Bush, più aggressivi, o ai loro più accomodanti secondi mandati?

J.P.S.: E’ estremamente difficile dare una risposta a questa domanda. E’ impossibile predire cosa farà un presidente prima che questo si insedi e nomini le persone nei diversi ruoli – molto del carattere di un’amministrazione le deriva dal suo staff. Ci sono ottimi motivi per ritenere che John McCain potrebbe proseguire l’approccio dei primi mandati di Reagan e Bush: anche lui parla del mondo in termini di bene contro male, e nel suo caso non sembrerebbe trattarsi di un artificio meramente retorico. McCain sembra sinceramente vedere gli Stati Uniti in modo trascendentale, e pare si voglia fare portatore di quella medesima visione del mondo, con le stesse conclusioni cui arrivavano i conservatori durante la Guerra Fredda, come Reagan e come Bush. Insomma, sembrerebbe un sostenitore di ciò che adesso viene definito “rollback degli Stati canaglia”, una posizione decisamente conservatrice. Il candidato repubblicano sembra sostenere l’idea del “concerto delle democrazie”, che ad una prima analisi potrebbe apparire come la disposizione ad una maggiore collaborazione con i nostri alleati. Credo piuttosto che la cosa si possa interpretare anche come riedizione della “coalizione dei volenterosi”, ovvero che andremo a circondarci di gente che la pensa come noi, e non dovremo preoccuparci di tutti gli altri. Sfortunatamente, si dà il caso che questi “altri” siano tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, e non solo i casi disperati come Iran o Corea del Nord, ma tutti coloro che adesso chiamiamo “stati non-allineati”, che finiranno per divenire fondamentali, se intendiamo davvero combattere la proliferazione e tutta una serie di altre questioni transnazionali, come il cambiamento climatico. Russia e Cina non faranno parte di questo “Concerto di Democrazie”, ma gli Stati Uniti non potrà più permettersi una politica estera che oltre al proprio interesse nazionale persegue interessi globali come l’ambiente, la non proliferazione ed il terrorismo, se continuerà ad escludere Russia e Cina. Credo proprio di non essere molto ottimista sull’ipotesi di una presidenza McCain.

VP: Quali crede che siano le lezioni della Guerra Fredda che dovrebbero essere applicate all’Iran? Crede che il contenimento sia un’opzione valida? Abbiamo forse bisogno di una forma di impegno maggiore? E’ possibile per gli Stati Uniti ignorare del tutto Teheran?

J.P.S. : Certo non credo proprio che si possa ignorarli. Credo che una cosa del genere potrebbe portare ad un’incontrollabile continuazione del programma nucleare iraniano, e sono convinto che questo rappresenti una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e di tutto l’occidente. Dal momento che, inoltre, rappresenterebbe una sfida all’attuale regime di non proliferazione, credo che sia classificabile come minaccia globale. Ci sarà bisogno di un certo grado di pressione sull’Iran, e questa dovrà necessariamente implicare un ruolo diretto degli Stati Uniti. Probabilmente dovrà svolgersi senza alcuna precondizione, per poi vedere dove si arriva. Ciò che è richiesto perché una negoziazione abbia successo è che gli iraniani abbiamo davvero intenzione di metterci l’impegno necessario. Se questa intenzione non esiste, non si va da nessuna parte. Servirà inoltre la volontà statunitense, così come anche dei suoi alleati, e di Russia e Cina, di offrire all’Iran una serie di vantaggi che renderanno palesi a Teheran i vantaggi della rinuncia al programma di arricchimento dell’uranio, e che li motiveranno a rinunciare definitivamente alla possibilità di ogni tipo di programma nucleare. Se l’Iran non intenderà porre fine al programma di arricchimento, se vorrà tenersi aperte le opzioni della ricerca militare, allora ci saranno gravi problemi. Anche allora, non credo che ignorare il problema rappresenterebbe una soluzione. C’è molto che ancora non è stato provato. Gli Stati Uniti non si sono impegnati direttamente nelle negoziazioni con l’Iran sul programma nucleare, e finché ciò non avverrà non posso escludere questa opzione. Se siamo fortunati, presto, oltre ad un nuovo Presidente americano, ci sarà anche un diverso presidente iraniano con cui trattare.

Pubblicato originariamente su Una Citta’

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 1, 2008 alle 3:48 pm

Rivendicare il Conservatorismo: Intervista a Mickey Edwards

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Mickey Edwards è docente di Relazioni Internazionali presso la Woodrow Wilson School dell’Università di Princeton e Vice Presidente dell’Istituto Aspen. Prima di lavorare a Princeton, ha insegnato alla John F. Kennedy School of Government di Harvard, dove è stato John Quincy Adams lecturer in Legislative Practice. Prima dell’insegnamento, Edwards è stato membro del Congresso per 16 anni come rappresentante del 5° distretto dell’Oklahoma. E’ stato membro della House Republican Leadership, membro degli Appropriations and Budget Committees, e appartenente di spicco del sottocomitato parlamentare sulle operazioni all’estero. Tra i leader del movimento conservatore, Mickey Edwards è stato anche uno dei tre fondatori della Heritage Foundation e segretario nazionale della American Conservative Union. Edwards è commentatore per una rubrica settimanale dal titolo “All Things Considered” [“Tutto sommato”] sulla National Public Radio e opinionista per il Los Angeles Times, Chicago Tribune ed altri importanti quotidiani. Il suo settore di interesse principale sono gli studi costituzionali. Nel suo libro più recente, Reclaiming Conservatism [“Rivendicare il Conservatorismo”], Mickey Edwards offre una critica onesta e provocatoria dei due mandati di George Bush come Presidente. Preoccupato dalla concentrazione di potere nelle mani dell’Esecutivo avvenuta nell’attuale amministrazione, Edwards accusa l’odierno GOP [“Great Old Party”, soprannome del Partito Repubblicano”] di aver abbandonato la sua missione originaria di difensore della Costituzione e dei diritti individuali delle persone. Infine, Mickey Edwards, nel tentativo di restituirgli lo slancio originario dalla base, descrive i principi alla base del movimento conservatore americano.

Mickey Edwards ci ha incontrato per parlare della crisi del Conservatorismo, dell’Amministrazione Bush, del futuro del Partito Repubblicano e della campagna presidenziale del 2008.

Valentina Pasquali: Quando e perché ha cominciato a pensare di scrivere questo libro?

Mickey Edwards: Col passare del tempo sono scattati diversi interruttori. Ho deciso di scrivere questo libro quando ho raggiunto un punto di rottura, quando c’erano tante di quelle cose che mi indispettivano sulla direzione intrapresa dal Partito Repubblicano che non potevo più continuare a borbottare fra me e me, dovevo fare qualcosa in proposito. Nel 2004 non ho nemmeno votato per George W. Bush, nonostante fossi stato suo consigliere per la politica estera nella campagna del 2000. In quel periodo, però, non ero ancora così diretto nel parlarne in pubblico: solo la mia famiglia sapeva che non avevo votato per lui. Man mano che si accumulavano le cose che mi infastidivano, ho cominciato a sentire la necessità di dire qualcosa in proposito.

VP: Quanto crede che il messaggio conservatore continui ad avere rilevanza per la maggioranza dell’opinione pubblica americana? Crede che la rivoluzione operata all’interno del Partito Repubblicano da movimenti diversi dal Conservatorismo sia dipeso da lotte intestine al partito, o abbia rispecchiato cambiamenti ideologici a livello dell’opinione pubblica?

ME: Credo che i punti di vista predominanti nel partito, vale a dire principalmente i punti di vista di Ronald Reagan, siano ancora molto popolari. Ma non hanno più a che fare con l’alternativa politica rappresentata dall’attuale partito repubblicano. Non credo che le aspettative dell’opinione pubblica siano cambiate, dunque non credo affatto che il Partito abbia modificato la sua rotta per assecondare una richiesta popolare. Credo che ciò che è avvenuto sia dovuto ad una serie di interessi sempre più particolari che hanno finito per conquistare il partito. Non si tratta di una modifica nel sentimento della gente semplice, dei Repubblicani iscritti al partito, ma di un cambiamento avvenuto entro la classe politica, tra coloro che si candidavano, per esempio nella destra religiosa, ed in un certo senso nei neo-conservatori. Non credo proprio che il grosso del popolo americano, e neppure il grosso dei repubblicani, concordi con queste posizioni; eppure, in un contesto politico, anche un gruppo politico ridotto può avere grande influenza, dal momento che sono questi che poi vanno a votare alle primarie, e che, in America, non conta tanto piacere alla maggioranza delle persone, quanto piacere alla maggioranza delle persone che vanno a votare. In un certo senso, l’emergere della destra religiosa e dei neo-conservatori si è verificato perché il Paese ha smesso di partecipare al processo elettorale, ed in particolar modo alle elezioni primarie.

Ho appena visitato il mio distretto elettorale in Oklahoma, ed ero molto preccupato della reazione della gente a ciò che avevo scritto; sono rimasto sorpreso dall’immenso sostegno alle mie tesi. In sostanza, da un lato c’è gente che ha lavorato nell’Amministrazione Reagan, impegnandosi nella sua campagna elettorale, molti di questi avevano lavorato nel Partito sin dai tempi di Goldwater e Nixon. Questa gente era decisamente concorde con le mie idee. Poi, c’era la gente arrivata dopo Reagan, nel periodo in cui la destra religiosa ed i neo-conservatori avevano raggiunto di fatto la loro forza maggiore: questi detestano quanto ho da dire.

VP: Quanta parte della base dell’attuale Partito Repubblicano è costituita dalla cosiddetta destra religiosa?

ME: La maggior parte dei dati che ho potuto vedere la collocano tra il 20 ed il 30%. Ricordo un sondaggio delle primarie della Florida, considerato da sempre uno Stato molto conservatore, dove meno del 30% dei Repubblicani dicevano di considerarsi “molto conservatori”. Nel linguaggio odierno, “molto conservatore” può significare due cose soltanto: destra religiosa, o forti sostenitori della politica estera di Bush. Sicuramente, si trattava di meno di un terzo degli elettori repubblicani, ed in termini dell’elettorato aggregato è davvero una porzione ridotta. Ad ogni modo, se un gruppo rappresenta il 25-30%, ma è costituito da gente dello staff che partecipa alle campagne elettorali, se queste persone fanno molte telefonate e diffondono il materiale elettorale, finiscono per avere un’influenza ben superiore alle loro forze.

Anche se non ne conosco la risposta credo che la vera domanda, qui, riguardi quanta parte dei Repubblicani che partecipano attivamente alla campagna per eleggere un Rappresentante al Congresso, ad esempio, appartengano alla destra religiosa o ai neo-conservatori. Ripeto, non conosco i dati, ma credo che la percentuale sia ben più alta del 30%, forse anche intorno al 50%.

VP: Cosa crede che penserebbero Barry Goldwater e Ronald Reagan dei Conservatori attuali, e della amministrazione attualmente in carica?

ME: Ho detto molte volte che se Lyndon Johnson, o Bill Clinton, avessero fatto le cose che sta facendo questo Presidente, i veri conservatori avrebbero organizzato marce di protesta su Washington, e credo proprio che Barry Goldwater avrebbe capeggiato i manifestanti. Sono convinto anche che avrebbe organizzato proteste anche contro questo Presidente. Ciò in cui Goldwater ha sempre creduto è incompatibile con questa concentrazione di potere federale, con presidenti che si comportano come regnanti, che si credono al di sopra della legge. La nostra principale critica a questo Governo è che si sta intromettendo troppo nelle libertà personali. Ebbene, Lyndon Johnson non ha mai violato la libertà della gente come e quanto George Bush. Ecco perché credo che Goldwater ne rimarrebbe disgustato: tant’è vero che suo figlio, Barry Goldwater Jr. , si è espresso molto chiaramente e duramente contro questo Presidente.

VP: Quale approccio crede che un Presidente sinceramente conservatore dovrebbe adottare nei confronti dell’Iran, e come valuta l’atteggiamento di George W. Bush nei confronti dell’Iran?

ME: Finora, a parte continuare ad insistere che gli Iraniani rappresentano una minaccia, sulla questione Iran Bush non sta facendo proprio nulla. Si preoccupa delle loro ambizioni nucleari, e che supportino i terroristi in Iraq a combattere i soldati americani. Credo che qualunque Presidente degli Stati Uniti adotterebbe le identiche posizioni. Credo, comunque, che Ronald Reagan non avrebbe alcun problema a sedersi allo stesso tavolo col Presidente iraniano. Certo, ci sarebbe bisogno di un grande lavoro di preparazione, prima; andrebbe verificata l’esistenza di argomenti di cui parlare. Ma Reagan, a suo tempo, si sedette allo stesso tavolo con i leader sovietici, che avevano i missili puntati contro gli Stati Uniti, e non avevano mai smentito l’affermazione di Kruscev, che aveva dichiarato, quando ancora tenevano sotto scacco l’Europa dell’est, che l’Unione Sovietica ci avrebbe seppelliti. Eppure, Reagan andò a parlarci. Non credo che avrebbe mai dichiarato di non avere alcuna intezione di dialogare con loro. Né Reagan, né Goldwater l’avrebbero fatta passare liscia agli iraniani, né avrebbero loro permesso di sviluppare armi nucleari, o di nuocere ai nostri soldati in Iraq. Sull’Iran, credo proprio che la linea di Bush non si discosti troppo da ciò che qualunque altro Presidente americano avrebbe fatto nella medesima situazione.

VP: Considerato quanto detto sinora, perché crede che Bush sia riuscito a conquistare il secondo mandato?

ME: Per due motivi; In primo luogo, la maggior parte delle scelte da lui compiute, per cui oggi viene disprezzato, sono diventate più evidenti nel corso del suo secondo mandato. Bisogna ricordate che le elezioni che gli hanno consegnato il suo secondo mandato si sono svolte appena un anno dopo l’invasione dell’Iraq. Mancavano ancora molte informazioni che ci avrebbero poi fatto comprendere che eravamo stati imbrogliati. Ricordo che, nel 2004, molta gente insisteva ancora che le armi di distruzione di massa dovevano per forza essere lì, da qualche parte, anche se non le avevamo ancora trovate. Poi, non si è trattato tanto di una vittoria Repubblicana, quanto di una sconfitta Democratica. I Democratici continuavano a proporre candidati che non andavano a genio al popolo americano: in un certo senso, è stata una vittoria di Bush ed in un certo senso si è trattata di una sconfitta di Kerry. Persino nel 2000, quando Gore riuscì a vincere la maggior parte del voto popolare, molti dei sondaggi mostravano che non piaceva alla gente. Anche se gli elettori concordavano con le sue politiche, non riuscivano a farselo piacere, e quando ti ritrovi con una società così tanto influenzata dai media, che un candidato ti piaccia o no fa una grande differenza, più dei programmi elettorali.

VP: Cosa ne pensa di John McCain? Come crede che si porrebbe rispetto al Conservatorismo se diventasse il nuovo presidente?

ME: Sarò ottimista, ma voglio credere davvero che il vero John McCain sia quello che si era candidato nel 2000, quello che ora prende pubblicamente le distanze da George Bush, nel modo in cui parla di politica estera, nella sua ostilità alla guerra, nel suo interesse per l’ambiente. Spero che sia questo il vero McCain. Di volta in volta, sembra sempre più preoccupato dei conservatori duri e puri: il 30% è una percentuale tale che nessuno vorrebbe rinunciarvi, anche se si tratta di una minoranza, così adesso è costretto a dire cose che mi indispettiscono, che lo fanno somigliare molto a George Bush. Credo però che il vero John McCain assomigli più a quello di cui parlo io che a George W. Bush. Spero che, dovesse diventare Presidente, data la sua età ci siano buone speranze che decida di non candidarsi per un secondo mandato, cosa che gli permetterebbe la libertà di essere quell’anticonformista che molti di noi sono convinti egli sia.

VP: Secondo lei quali sono, nell’attuale Great Old Party, le personalità politiche che ancora incarnano il Conservatorismo americano e che dovrebbero condurre alla rinascita di quel movimento che lei rivendica?

ME: Proprio non lo so. A livello federale, rispetto a chi è già al Congresso, è difficile capire chi crede a cosa perché tutti si sono schierati in modo talmente automatico al fianco del Presidente per sostenerlo in quasi tutto ciò che desidera fare. Si finisce per non capire più se si tratta di una scelta volontaria o no. Ron Paul presenta qualcuno di quegli elementi di cui abbiamo parlato, ma ha posizioni differenti su questioni come la politica monetaria, e sicuramente è ormai troppo anziano per dirigere un rinnovamento del Partito. Non vedo nessun valido pretendente. Sì, c’è qualcuno, ma solo persone che ricoprono ruoli di rappresentanza a livello statale, o che hanno qualche ruolo ufficiale nelle amministrazioni statali. A livello federale non c’è nessuno, e anche se molti a Washington godono di un certo seguito, non sono abbastanza certo delle loro posizioni su temi particolari. Sinora, hanno tutti votato in modo vergognoso per sostenere il Presidente. Credo che questo nuovo movimento dovrà emergere da personalità ancora sconosciute del livello statale [L’intervista con Mickey Edwards e’ stata condotta prima che John McCain scegliesse Sarah Palin come candidato alla Vice-Presidenza. NDA].

VP: Crede che qualcuna di queste personalità potrebbe celarsi dietro ai nomi dei potenziali candidati alla vice-presidenza con McCain?

C’è gente come Bobby Jindal della Lousiana, Charlie Crist della Florida, Tim Pawlenty del Minnesota. Ce ne sono molti che vengono presi in considerazione, oltre a gente come Romney, un ex governatore. Nessuno di loro, al momento, mi pare rispondere ad uno stesso modello. Bobby Jindal mi è sempre piaciuto, ma quando si è candidato a Governatore ha presentato un programma conservatore piuttosto radicale. Resta la possibilità di Mike Huckabee (Governatore dell’Arkansas). Ad ogni modo, non vedo nessuno di questi nell’ottica di cui parliamo. Forse Tim Pawlenty, del Minnesota, o Charlie Crist, della Florida; direi che probabilmente questi sono quelli che vi si avvicinano di più.

Va detto che si è data troppa attenzione a simili discorsi. Ormai c’è la convinzione generale che il vice-presidente dovrebbe essere uno come Dick Cheney, il cui apporto è molto forte. Cheney, però, è un vice-presidente atipico: nella storia degli Stati Uniti, la figura del vice non è mai stata così influente. Quando Harry Truman divenne presidente, non sapeva nemmeno che avessimo in dotazione l’arma atomica. La normalità era che il vice-presidente non fosse determinante nel prendere le decisioni. Charlie Crist, molto popolare in Florida, potrebbe spostare qualche voto al Partito, aiutare a vincere quello Stato, proprio come Lyndon Johnson, che fu determinante nella conquista del Texas. Restano comunque figure poco importanti, perché non hanno un impatto concreto sulle scelte politiche.


VP: Crede che una “rivendicazione del Conservatorismo” dovrebbe necessariamente avere luogo nelle fila del Partito Repubblicano?

ME: Se un democratico sposasse queste politiche voterei democratico. Credevamo di aver conquistato il Partito Repubblicano, ed invece è stato il Partito Repubblicano a conquistare noi, quando il dominio del Partito divenne l’obiettivo primario. Ebbene, non è questo il mio scopo: io voglio proteggere la Costituzione, avere un Governo che si armonizzi con essa. Mi importa certo più degli Stati Uniti, di quanto non mi importi del Partito Repubblicano. Da Presidente, Bill Clinton disse che avrebbe messo fine al sistema del welfare come lo conoscevamo, e che non sarebbe più stato un liberal-democratico sinistrorso all’antica. All’epoca dissi: “Non attaccatelo, piuttosto, cantate vittoria!”

VP: E invece, cosa ne pensa del candidato democratico di questo anno?

ME: Barack Obama in un certo senso mi preoccupa, perchè sembra davvero molto naif e inesperto, il che è pericoloso, in politica estera. Mi piace il suo approccio alla politica, questo suo parlare di oltrepassare le divisioni partitiche. In realtà, non so quanto sia sincero, perché dal suo programma sembra un liberal democratico piuttosto tradizionale che non propone vere politiche di compromesso. Spero inoltre che non ci stiamo semplicemente facendo abbindolare da un ottimo oratore. Vorrei davvero poter dire se è una figura autentica, o un fenomeno da baraccone. Se fosse un buon oratore con alle spalle una carriera politica decennale, potremmo verificare le sue parole guardando al suo operato. Ma in realtà non abbiamo modo di saperlo. O ci si fida ciecamente, o si è costretti a pensare che sia soltanto un pallone gonfiato.

VP: In conclusione, è ottimista rispetto alla possibilità di rivendicare il Conservatorismo?

ME: No, non sono ottimista perché sono davvero pochi gli americani che comprendono come funziona il nostro sistema. Se per la strada chiedi a qualcuno “Chi è a capo del Governo?” non ti sanno rispondere. Ti dicono: “E’ il Presidente”. Ma non è così. “Chi si occupa della politica estera?” “Il Presidente”. Beh, non è vero. “Chi decide l’entrata in guerra, o la sorte dei prigionieri di guerra?” “Il Presidente”. Affatto. Siamo stati lasciati talmente tranquilli per più di due secoli, che la gente è ormai talmente pigra da essersi dimenticata del perché il nostro sistema di governo sia strutturato così. E’ decentralizzato, i poteri sono separati. Ciò che ci distingue come Paese è che abbiamo lasciato il potere nelle mani della gente, attraverso i suoi rappresentanti. E’ molto diverso da come funziona in ogni altro paese nel mondo, ed è questo che mi spaventa, al momento. Finché la gente non capirà come dovrebbe essere un Presidente, e che tipo di lavoro dovrebbe svolgere il Congresso, non capisco proprio come si possano cambiare le cose.

Pubblicato originariamente su Una Citta’

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 1, 2008 alle 3:44 pm

La sicurezza sociale in America

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Washington D.C. – Gli Stati Uniti non sono certo conosciuti per la generosità dei programmi che garantiscono la cosidetta sicurezza sociale. Di questi tempi, anche quei pochi interventi governativi esistenti, e che offrono una rete di protezione agli strati più vulnerabili della popolazione, sono a rischio d’estinzione per via di costi in crescita ed entrate in declino.

Social Security è il nome del programma del governo federale Americano che gestisce l’erogazione delle pensioni, dei sussidi di disoccupazione, e dei contributi pubblici che vengono versati ai cittadini anziani o indigenti per la copertura delle spese sanitarie. Nel linguaggio comune, però, e al fine di questo articolo, social security è da intendersi più semplicemente come il solo sistema pensionistico. Oltre il 90% dei cittadini americani di età superiore ai 65 anni, circa 50 milioni di anziani, riceve la propria pensione dal social security system. L’età minima per il pensionamento è 65 anni e sei mesi (anche se si può scegliere di andare in pre-pensionamento già a 62). Questo limite verrà gradualmente innalzato fino a raggiungere i 67 anni per i nati dopo il 1970.

Il programma è finanziato attraverso una tassa, stabilita dal Federal Insurance Contributions Act, che viene versata in parti uguali (6,2% ciascuno) dal datore di lavoro e dall’impiegato e che viene applicata, per quanto riguarda il 2008, ai primi 102 mila dollari di reddito. Superata questa soglia, la tassa non viene più calcolata. Oltre 150 milioni di americani  sono soggetti al versamento di questi contributi.

Il social security system è stato un programma di grande successo e genera profitti costanti sin dal 1983. Nel 2007 il surplus è stato di 190 miliardi di dollari. Purtroppo, a causa di fattori demografici ed economici, si prevede che questa tendenza positiva comincierà ad invertirsi già nel 2017, quando le uscite del sistema pensionistico eccederanno le entrate. In parte questo è il risultato naturale del progressivo pensionamento della generazione dei cosidetti “baby-boomers”, i nati subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Inoltre, il tasso di nascite negli Stati Uniti dovrebbe rimanere stabile se non addirittura decrescere mentre l’aspettativa media di vita è destinata a salire. Il risultato è che la percentuale di lavoratori rispetto al numero dei pensionati è in calo costante, tendenza che mette a repentaglio la stabilità del sistema.

Un problema ulteriore viene dal fatto che il Social Security Trust Fund, ovvero il fondo di emergenza costituito da buoni del tesoro acquistati con il surplus prodotto fino ad ora dal sistema, è anch’esso sulla via dell’estinzione, nonostante nel 2002 fosse calcolato in 2,2 trilioni di dollari. Il governo americano ha preso in prestito questa somma in cambio dei buoni e l’ha impiegata per far fronte ad altre esigenze di bilancio. In sostanza, il valore del Social Security Trust Fund è divenuto parte del debito pubblico, che nell’aprile 2008 era calcolato in 9,4 trilioni di dollari. Al 2017, anno in cui il sistema pensionistico comincierà ad andare in deficit, si prevede che il governo avrà preso in prestito dal Trust Fund un totale di quasi 4,3 trilioni di dollari. A questi ritmi, e nonostante gli interessi, il Fund dovrebbe estinguersi definitivamente entro il 2041.

Naturalmente, considerati gli ostacoli che si prospettano in futuro, si parla ormai già da molto tempo di una riforma del social security, riforma il cui impatto sarà maggiore su quei cittadini dal reddito medio-basso che non si possono permettere indipendentemente fondi pensioni privati. Questa categoria di lavoratori, in sostanza, dipende interamente dal sistema pensionistico pubblico.

Il Presidente George W. Bush spinge per una privatizzazione parziale del sistema, che dovrebbe venire integrato da fondi pensione privati, ma collegati a quelli pubblici. Dei tre candidati alla Casa Bianca, il repubblicano John McCain è colui che mantiene la posizione più simile all’attuale amministrazione. Il Senatore dell’Arizona è favorevole alla creazione di fondi privati paralleli, e si oppone a qualsiasi aumento delle imposte. McCain vorrebbe inoltre la creazione di una commissione bipartitica al Congresso che si occupi della revisione del sistema. Hillary Clinton si è detta d’accordo con McCain sull’idea di una iniziativa bipartisan per risolvere il problema, ha escluso un aumento del carico fiscale e, nonostante sia contraria alla privatizzazione totale del sistema, pare aperta alla possibilità di facilitare la nascita di fondi privati per i cittadini meno abbienti che complementino le pensioni erogate dallo stato. Infine, Barack Obama è l’unico a sostenere l’idea di un incremento del livello di redditto soggetto alla tassazione, ad oggi 102 mila dollari. Allo stesso tempo, Obama si oppone all’innalzamento dell’età pensionabile o alla diminuzione delle somme elargite. Il Senatore dell’Illinois si è detto disposto a sostenere la crescita di fondi pensionistici privati per gli americani meno abbienti nel caso che il governo sia disposto a contribuire a questi fondi un ammontare uguale a quello depositato volontariamente dai singoli cittadini.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

maggio 30, 2008 alle 10:10 pm

Pubblicato in All'americana

Le carceri in America

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Washington D.C. – Nell’ultimo numero della newsletter abbiamo illustrato le radici teoriche della politica di Tolleranza Zero che, dagli anni Ottanta ad oggi, ha contribuito significativamente all’aumento del numero dei cittadini americani dietro le sbarre. Abbiamo anche trattato dello stato del sistema penitenziario americano, con suoi numeri e suoi costi. Gli effetti della Tolleranza Zero sul tasso di criminalità sono molto discussi, e spesso  terreno di scontro elettorale, mentre continua a mancare da parte della classe politica un’analisi seria di tale approccio.

Quest’anno la spesa per il mantenimento delle carceri e l’efficacia reale ai fini della sicurezza non sono tra i temi più sentiti della campagna elettorale 2008. Ma nessun candidato o stratega politico considererebbe saggio proporre un programma che possa apparire “soft on crime”, come si direbbe negli Stati Uniti. In un sondaggio condotto da Gallup nel 2006, il 51% degli intervistati si è dichiarato convinto che il tasso di criminalità nella propria comunità fosse più alto che l’anno precedente, e il 68% ha mostrato di avere la medesima percezione per quanto riguarda il  crimine a livello nazionale. In sostanza, difficilmente gli Americani potrebbero venir persuasi a votare per un politico, repubblicano o democratico, che appaia poco risoluto in maniera di criminalità.

Inoltre i carcerati ed ex-carcerati, che potrebbero essere gli unici interessati a nuove politiche in materia, sono privati del diritto di voto nella maggior parte degli stati dell’Unione, non solamente durante l’incarceramento, ma spesso vita natural durante. Ad oggi si calcola che a 5,3 milioni di Americani che hanno avuto problemi con la legge sia  proibito di votare. Tra costoro, 2 milioni sono quelli che hanno già finito di scontare le proprie pene e 1,8 milioni sono agli arresti domiciliari o hanno ottenuto una sospensione della condanna. In elezioni che si giocano spesso sul filo di lana, poche migliaia di voti, questa situazione può avere conseguenze politiche decisive, in particolare per il partito democratico.

Va detto che ci sono alcuni segnali positivi. Recentemente Alabama, Florida, Iowa, Maryland e Mississippi hanno modificato legislazioni che toglievano per sempre il diritto di voto a chiunque fosse stato incarcerato. Esiste inoltre una proposta di legge del Deputato democratico dello Stato di New York Charles Rangel che reistituirebbe immediatamente il diritto di voto al rilascio dalla galera. Il testo di legge è in attesa di essere discusso alla Camera dal 2003. Nonostante questi sviluppi, per il momento non bisogna attendersi dal nuovo presidente, che si tratti di McCain, di Obama o di Clinton, cambiamenti significativi alla politica sul crimine.

In assenza di un dibattito propriamente politico sul sistema penitenziario in America, abbondano invece gli studi specialistici a disposizione. Un articolo di Adam Liptak sul New York Times di qualche settimana fà cita due esempi interessanti e contrapposti. Da un lato, secondo le statistiche del Dipartimento della Giustizia, dal 1981 al 1996 il rischio di arresto e condanna per tutti i crimini tranne l’omicidio, è cresciuto negli Stati Uniti e calato in Inghilterra. E le statistiche sul crimine nei due paesi mostrano di essere inversamente proporzionali, in calo negli Stati Uniti e in crescita in Inghilterra. D’altra parte, se si paragonano Canada e Stati Uniti, si scopre che i tassi di criminalità si sono spostati, durante gli ultimi quarant’anni, secondo curve parallele, nonostante il numero di incarcerazioni sia rimasto stabile in Canada e sia invece cresciuto esponenzialmente in America, in particolare a partire dagli anni ottanta.

Uno studio del Justice Policy Institute, un centro di ricerca con sede a Washington DC, suggerisce inoltre che altri e diversi fattori influenzano i tassi di criminalità. Ad esempio, all’aumento dei livelli di occupazione è direttamente associato un miglioramento delle condizioni di sicurezza pubblica. I ricercatori hanno scoperto che esiste una relazione tra l’aumento dell’occupazione e la diminuzione della criminalità avvenute tra il 1992 e il 1997. In tale lasso di tempo, la disoccupazione in America è scesa del 33%. L’analisi del Justice Policy Institute sottolinea che oltre il 40% della simultanea diminuzione dei tassi di criminalità è attribuibile proprio alla crescita nel numero di posti di lavoro.

Anche l’aumento dei salari pare essere collegato direttamente alla sicurezza pubblica. Secondo le ricerche effettuate, un aumento salariale del 10% potrebbe essere sufficiente a ridurre dell’1,4% il numero di ore che uomini in giovane età in particolare dedicano ad attività criminose. Infine, è stato rilevato che quegli stati dell’Unione con più alti livelli di occupazione mostravano tassi di criminalità inferiori alla media nazionale.

Un esempio di come alternative alla Tolleranza Zero siano non solo possibili ma anche auspicabili arriva, un po’ sorprendentemente, dal Texas, lo stato di Bush tra i più conservatori del paese. Tra il 1985 e il 2005, il numero di persone in galera è cresciuto qui del 300%. Nonostante l’Assemblea dello Stato avesse scelto inizialmente di aumentare il budget destinato alla costruzione e all’ampliamento dei penitenziari, nel 2007 un’azione bipartisan ha dato il via ad una riforma del sistema. Invece che autorizzare la spesa di ulteriori 523 milioni di dollari per aggiungere nuove celle alle carceri, il Texas ha scelto di finanziare l’espansione dei programmi di riabilitazione e ha reso più flessibili le norme sugli arresti domiciliari e sulla detenzione pre-processo.

Si stima che la riforma farà risparmiare lo stato circa 210 milioni di dollari nei prossimi due anni, mentre la popolazione carceraria dovrebbe rimanere costante per i prossimi cinque anni.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

maggio 9, 2008 alle 10:30 pm

Piu’ carcerati negli Stati Uniti che in Cina

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Washington, DC – Oggi si parla molto anche in Italia della famosa politica di Tolleranza Zero resa famosa dal sindaco di New York Rudy Giuliani e dal suo capo della polizia William J. Bratton negli anni Ottanta. Si propongono nuove leggi a “Tolleranza Zero” per il consumo di droga, o contro l’accattonaggio, si parla di “ronde” composte di volontari per soddisfare il bisogno di sicurezza dei cittadini. Ma questa teoria da dove viene? E, soprattutto, negli Stati Uniti, ha funzionato?

La Tolleranza Zero ha le proprie radici nella teoria cosidetta “broken windows”, del criminologo George L. Kelling. Nell’opinione di Kelling e dei suoi seguaci, un’applicazione aggressiva della legge anche nel caso di infrazioni marginali, come ad esempio il mancato pagamento del biglietto della metropolitana, creando un’atmosfera di legalità ed il senso della presenza pervasiva delle forze dell’ordine, nel lungo periodo contribuisce alla diminuizione del tasso di criminalità complessivo.

Secondo dati pubblicati dal JFA Institute, un’organizzazione non-profit che lavora in collaborazione con il governo alla valutazione dell’efficienza del sistema penitenziario, nel 1970 c’erano 196.429 carcerati nelle prigioni federali e statali americane. Oggi questo numero è salito a 1,5 milioni, a cui vanno aggiunti i 750.000 che si trovano nelle carceri locali. Secondo altri dati rilasciati dall’International Center for Prison Studies del King’s College di Londra e pubblicati mercoledì dal New York Times, gli Stati Uniti sono in testa alla graduatoria mondiale dei detenuti, molto avanti rispetto alla Cina, che, pur avendo una popolazione cinque volte superiore a quella americana,  ha “solo” 1,6 milioni di carcerati. La percentuale di persone incarcerate sul numero totale di abitanti sottolinea ancor più gravemente la situazione. 751 Americani ogni 100.000 si trovano in prigione. Se si considera esclusivamente la popolazione adulta, ci dice uno studio del Pew Charitable Trusts, circa un Americano su 100 è dietro le sbarre. La Russia ha “solo” 627 carcerati per 100.000 abitanti, l’Inghilterra 151 e il Giappone 63.

La crescita inarrestabile nel numero dei carcerati americani è iniziata a metà degli anni Settanta. Secondo i dati relativi al periodo 1925-1975, c’erano circa 110 persone in galera per 100.000 abitanti. Poi gli Stati Uniti sono stati travolti dall’ondata politico-populista della Tolleranza Zero, e dalle conseguenze che quest’ultima ha avuto in particolare sulla cosidetta “War on Drugs”, iniziata già nel 1971 da Richard Nixon e culminata nel 1988 con la creazione da parte di Ronald Reagan dell’Office of National Drug Control Policy, un ente governativo incaricato di coordinare l’attività dei vari ministeri nella lotta alla droga. L’inasprimento delle sentenze per crimini legati al traffico e al consumo di stupefacenti ha contribuito significativamente all’aumento della popolazione carceraria americana. Nel 1980 40.000 persone erano in galera per crimini legati alla droga. Questo numero è salito oggi a quota 500.000.

Naturalmente, all’aumento del numero di carcerati è corrisposto un pari aumento dei costi del sistema penitenziario. Secondo i dati del Pew Charitable Trusts, le prigioni americane costavano 9 miliardi di dollari l’anno 25 anni fa, e ne costano oggi 60 miliardi. E si prevede un carico addizionale di 27,5 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, necessario a far fronte all’espansione e alla manutenzione delle infrastrutture che devono ospitare il numero crescente di carcerati. Il conto è salato anche per le casse statali. Un diverso studio pubblicato dal Pew Charitable Trust all’inizio del 2008, ha rilevato che nel 1987 gli stati americani spendevano complessivamente 10,6 miliardi di dollari del proprio budget per il sistema correzionale. Dieci anni più tardi, nel 2007, questa cifra era salita a 44 miliardi di dollari, un balzo del 315%. Nello stesso periodo, per fare un esempio, la spesa per l’educazione universitaria è cresciuta del 21%, quindici volte di meno.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

aprile 25, 2008 alle 10:32 pm

Religione in America

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Washington DC – Con la guerra in Iraq e la crisi economica, anche la religione torna al centro del dibattito politico americano. In seguito alle dichiarazioni fatte la settimana scorsa da Barack Obama sul fatto che gli americani di provincia si rivolgono alla fede nei momenti di frustrazione, la polemica sul significato della religiosità nella vita politica americana si è diffusa per tutto il paese mentre sia Hillary Clinton che John McCain accusavano il Senatore dell’Illinois di essere un liberal intellettuale che ha perso il contatto con la gente comune. Nel frattempo è sbarcato a Washington mercoledì Papa Benedetto XVI per un incontro con il Presidente George Bush, e una visita di sei giorni che include, oltre alla capitale federale, una fermata a New York City.

Qual’è dunque la composizione religiosa degli Stati Uniti e quanto devoto è questo paese?

In un sondaggio condotto nel 2006 dal Pew Forum on Religion and Public Life, affiliato con il Pew Research Center, un centro di ricerca con sede a Washington DC,  il 67% degli americani descriveva gli Stati Uniti come un paese cristiano. Il Pew Forum si occupa proprio di monitorare e analizzare i trend religiosi negli Stati Uniti e, nel febbraio 2008, ha pubblicato uno studio dal titolo U.S. Religious Landscape Survey, che contiene i risultati di un’indagine condotta intervistando 35.000 americani oltre i diciotto anni d’età.
Il 26,3% degli americani dichiara di appartenere ad una qualche confessione protestante evangelica, come ad esempio la chiesa battista evangelica o quella pentecostale evangelica e luterana evangelica. Al secondo posto ci sono i cattolici, con il 23,9% delle preferenze. Il 18,1% degli americani è di fede protestante “classica”, come ad esempio i battisti, metodisti, presbiteriani e luterani non-evangelici. Il 6,9% sono gli statunitensi che frequentano chiese legate all’ideologia di liberazione nera ed esclusivamente costituite di congregazioni afro-americane. Gli ebrei rappresentano l’1,7% della popolazione, i musulmani lo 0,6%. Il 16,1% degli intervistati si dichiara senza affiliazione religiosa specifica, che non significa non-credente.

I protestanti evangelici sono particolarmente numerosi negli stati del centro sud, la cosiddetta Bible Belt, ed in particolare in Tennessee, Oklahoma e Arkansas dove rappresentano oltre la metà della popolazione. La tradizione protestante tradizionale ha il maggior numero di aderenti negli stati rurali del nord: Minnesota, North Dakota e South Dakota. I cattolici sono concentrati nel nord-est, in New Jersey, Massachusetts, Connecticut e Rhode Island.

Il gruppo più numeroso di praticanti ha redditi bassi, un dato che sembra essere vero in particolare per le chiese afroamericane, il 47% degli appartenenti alle quali guadagna meno di 30.000 dollari l’anno. Del resto, su base nazionale, i neri americani hanno redditi inferiori a quelli dei bianchi. Gli ebrei e gli indù mostrano i più alti livelli di educazione, mentre in generale tra il 30 e il 40% degli affiliati ad un qualsiasi credo religioso posseggono un diploma di scuola superiore e tra il 20 e il 30% una laurea.

Gli americani che si dichiarano credenti sostengono la pena di morte in percentuali più alte della media nazionale, anche se la differenza è limitata. Il 62% dei cittadini statunitensi è favorevole alla pena capitale, un numero che sale al 67% dei cattolici ed il 74% dei protestanti evangelici. La religione ha un impatto maggiore sull’opinione degli americani per quanto riguarda il matrimonio gay. Tra coloro che vanno a messa almeno una volta alla settimana, il 73% vi è opposto. Gli evangelici sono i più compatti nella condanna dell’unione matrimoniale tra persone dello stesso sesso,  con l’81% di contrari. Invece, solo il 47% dei cattolici non-ispanici ha un’opinione negativa del matrimonio gay, meno della media nazionale. Il dato è sorprendente se si pensa alla situazione in Italia. Quanto alla scienza e alla biologia, i risultati più inquietanti arrivano dai Cristiani evangelici, tra cui solo il 28% dichiara di credere nell’evoluzione, e un ancor più misero 6% accetta l’idea che l’evoluzione sia avvenuta per selezione naturale.

Quanto all’aspetto più direttamente politico, il Pew Forum scrive; “Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di separazione tra stato e chiesa, e allo stesso tempo una tendenza profonda a mischiare religione e politica”. In un sondaggio dell’agosto 2007 ad esempio, la maggioranza degli americani (69%) si è dichiarata d’accordo sul fatto che è importante che il Presidente degli Stati Uniti mostri di possedere convinzioni religiose forti.

Il pubblico statunitense pare anche vedere di buon grado l’abitudine di George Bush a fare riferimenti alla fede come ispirazione per le proprie scelte politiche. Un rilevamento statistico del 2006 mostra che circa la metà degli intervistati, il 52%, ritiene che il Presidente Bush parli delle proprie convinzioni religiose in una giusta proporzione, e un ulteriore 14% lamenta invece il fatto che non le citi a sufficienza. Gli americani sembrano anche pensare che la religione stia perdendo d’influenza nella società di oggi. Di questo 59%, la gran parte è convinta che si tratti di una tendenza negativa e auspicano maggior presenza della fede nella vita pubblica del paese.

Nonostante ciò, la maggioranza di Americani pare ancora convinta che le scelte e necessità dei cittadini debbano dare forma al sistema legale, anche se una minoranza cospicua, ovvero il 32%, ritiene che invece dovrebbe essere la Bibbia la base della legge.
Considerato questo panorama, non deve sorprendere che le frange più religiose del paese votino tendenzialmente repubblicano. Il Partito Democratico è visto da tutto l’elettorato, persino dagli stessi democratici, come meno attento alla voce del signore. Solo il 26% degli intervistati pensa al partito dell’asinello come amico della religione. Più interessante è il fatto che nemmeno i Repubblicani sono sufficientemente devoti, nell’opinione di alcuni gruppi di fedeli, in particolare i Cristiani evangelici. La metà di costoro, 49%, ritiene che il partito dell’elefante sia troppo poco incline a sentire le ragioni della fede.

Per via del fatto che, come scrive il Pew Forum, “gli evangelici esprimono pareri distintamente differenti da quelli del resto del pubblico, e persino rispetto agli altri gruppi religiosi,” costoro rimangono una forza importante sulla scena politica americana, e la loro influenza sul Partito Repubblicano e la capacità di trascinare i candidati del GOP verso posizioni più simili alle proprie, non deve essere sottovalutata.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

aprile 18, 2008 alle 11:13 pm

La blogosfera democratica

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L’America e’ un paese on-the-road fondato sulle automobili e sulla comunicazione a distanza, garantita oggi dalla rete di superstrade digitali conosciuta come il World Wide Web. Se cio’ e’ vero in generale, lo e’ ancor di più quando si osserva il mondo dei giovani e quello della politica, soprattutto nel momento in cui questi due universi si uniscono in tempi di mobilitazione elettorale. Espressione emblematica di un fenomeno di simultanea mobilità e connettivita’ e’ la blogosfera, ovvero quell’insieme di siti internet dove gli americani con un amore per la politica e un minimo di conoscenze tecnologiche si scambiano quotidianamente pensieri e opinioni.

La capitale federale Washington D.C. e’ il cuore pulsante di questa realtà ed il polo d’attrazione per tanti giovani attivisti che qui arrivano e da qui ripartono all’inseguimento dei loro sogni professionali. A poco più di un anno dalle elezioni presidenziali del 2008, l’agosto umido di questa citta’ alberata e’ un mese d’andirivieni.

Un venerdì pomeriggio Isaac C. si chiude alle spalle la porta del suo appartamento di Washington e si trasferisce a New York, richiamato nella grande mela da un nuovo lavoro. Va a scrivere di politica per un weblog specializzato. Nel frattempo Mara L. si gode gli ultimi giorni in citta’ e prepara le valigie prima di spostarsi a Las Vegas. Lavoratrice delle campagne elettorali democratiche dai giorni in cui studiava all’Università’ di California e aiutava l’organizzazione della sfortunata corsa alla presidenza di John Kerry, Mara L. e’ ormai una veterana nonostante i venticinque anni d’età’. Dallo stato del Nevada ha ricevuto due offerte di lavoro, una per la campagna di Hillary Clinton e una per quella di Barak Obama, ma non ha ancora deciso quale proposta accettare. Mentre tanti partono, a Washington D.C. c’e’ anche qualcuno che rientra; April torna da una visita nella natia California per riprendere il lavoro al Congresso.

Isaac, Mara e April sono solo alcuni tra i tanti giovani democratici che si preparano alla battaglia che deve portare, in un anno, un democratico alla Casa Bianca. Per rimanere aggiornati sulle ultime notizie e tenere il polso sugli umori mutevoli di Washington, questi pellegrini della politica si affidano oggi alla lettura dei blog, siti internet dalla grafica semplice creati con lo scopo di pubblicare le opinioni e i commenti di chiunque abbia voglia di partecipare.

La peculiarità di questo nuovo medium risiede nel suo tono informale e, fenomeno recente negli Stati Uniti, nella sua parzialità d’opinione. In un paese cresciuto nel mito del giornalismo obbiettivo, Internet ha risposto ad un crescente appetito per un tipo d’informazione militante e di parte. Tutti quelli che hanno una convinzione e la vogliono esprimere, che sono informati degli ultimi avvenimenti e che desiderano condividere i loro pensieri con gli altri internauti, oggi possono scrivere su uno dei tanti siti a disposizione.

Di blog, va detto, ce ne sono un numero infinito e a proposito d’ogni argomento immaginabile, dai pezzi di ricambio per le automobili all’allattamento dei bambini. Sebbene la maggior parte di essi abbia un pubblico di lettori molto ristretto, alcuni sono diventati assai popolari. Quelli a tema politico sono l’illustrazione migliore di come un weblog d’opinioni possa diventare il centro nodale del sistema politico di una nazione e una fonte d’informazione fondamentale per chi si occupa di politica: giornalisti, consulenti, professori universitari e parlamentari.

Isaac C. ammette; “Penso che i lettori dei blog politici facciano parte di due categorie. Ci sono i giornalisti, i professionisti della politica, tutti quelli che lavorano al Campidoglio. Questi sono gli insider e fanno parte di un mondo chiuso ed insulare. Poi ci sono gli attivisti, la gente che vuole che i blog funzionino un po’ come un talk show radiofonico in cui si chiama e si esprime la propria opinione”. Isaac C. e’ andato a vivere a New York dove e’ stato assunto come blogger da The Huffington Post (www.huffingtonpost.com), tra gli esempi più recenti del successo dei siti d’opinione. Fondato dall’ex star repubblicana Arianna Huffington, bionda regina della mondanità americana di recente riconvertitasi alla sinistra, the HuffPost – nome con cui il magazine e’ conosciuto tra gli aficionado – e’ stato lanciato nel 2005. In un anno e’ divenuto il sito di analisi e opinioni più visitato della rete.

Oltre ad Arianna, ed al team di blogger che costituisce la redazione, the Huffington Post ospita i commenti di celebrità del mondo della politica, come per esempio l’ex candidato alla presidenza John Kerry, e attori del calibro di George Clooney e Alec Baldwin.

L’informalità’ dello stile dei blog attrae scrittori e lettori giovani e appassionati e dalle convinzioni radicate. Isaac C. ama pubblicare “perché, fondamentalmente, e’ semplice”. Se si vuole esprimere un’opinione concisa e con un po’ d’ironia, Internet e’ il mezzo migliore per farlo. “Mi piace che i blog offrano l’opportunità’ di commentare gli eventi della giornata senza dover avere tutte le informazioni che sarebbero necessarie a scrivere un articolo intero”, pensa Isaac C. “Ad esempio, se c’e’ un pezzo interessante sul New York Times che però mi sembra aver omesso un punto importante, lo posso trattare in un commento su un blog”.

Anche April, dal suo ufficio al Congresso dove lavora per un parlamentare dell’Iowa, segue da lettrice il mondo dei blog politici. “Uno dei miei preferiti e’ TPM Cafè (www.tpmcafe.com)”, racconta. “Ritengo che pubblichi commenti interessanti sugli eventi del giorno, sulle campagne elettorali in corso, anche sulla politica estera che spesso e’ tralasciata dai media tradizionali”.

TPM Cafè fu lanciato nel 2005 come complemento ad un altro sito internet di politica, Talking Point Memo, messo on-line durante il controverso recount del voto in Florida alle elezioni presidenziali del 2000. Il padre fondatore di entrambi e’ Joshua Micah Marshall, giornalista di lunga data e collaboratore di alcune prestigiose riviste americane come ad esempio the Atlantic Monthly. Cosi’ come the HuffPost, anche TPM Cafè ospita, accanto ai commenti dei visitatori del sito e del proprio staff, le opinioni di ospiti prestigiosi ed ogni settimana un personaggio rinomato del mondo accademico, della politica, del giornalismo, viene invitato a tenere una rubrica quotidiana. Il primo di tali ospiti fu il candidato alla presidenza John Edwards.

Oltre che per la loro facilità d’accesso e semplicità stilistica, i blog sono conosciuti ed apprezzati anche perché sono apertamente di parte. Assistente per un politico democratico, April segue questi siti Internet per tenere il polso su quello che pensa la comunità liberal americana. “A volte leggo i blog politici più schierati per vedere quale e’ la loro risposta a certi eventi. Anche se il più delle volte quello che scrivono e’ piuttosto prevedibile”, confessa April.

Daily Kos (www.dailykos.com) rimane uno tra i più importanti blog progressisti degli Stati Uniti. Il suo creatore e’ Markos Moulistas, salvadoregno di nascita, ex-soldato dell’esercito americano e poi imprenditore di successo durante il boom dell’industria dot.com nella Silicon Valley degli anni ’90. Sulle pagine del sito una breve introduzione spiega con chiarezza quale siano state le motivazioni dietro il lancio del progetto. “Markos Moulistas”, si legge, “creò Daily Kos il 26 maggio 2002 durante i giorni cupi in cui un governo oppressivo e guerrafondaio sopprimeva ogni dissenso accusando chi alzava la voce di mancanza di patriottismo o addirittura tradimento”.

Nei cinque anni dal lancio del sito, il traffico di visitatori e’ cresciuto esponenzialmente e circa seicentomila click al giorno ne fanno oggi uno dei blog piu’ conosciuti del paese. Moulistas e qualche ospite eccellente, come l’ex presidente Jimmy Carter o l’attuale Presidente della Camera Nancy Pelosi, scrivono direttamente sulla home page, ma la peculiarità di Daily Kos e’ che ospita le opinioni di un numero infinito di regolari appassionati di politica, quasi senza limitazioni d’accesso.

Un tempo blogger in prima persona, Mara L. e’ rimasta lettrice e segue quotidianamente i suoi siti preferiti, ad esempio The Fix (blog.washingtonpost.com/thefix) che viene pubblicato sulle pagine on-line del Washington Post. “Leggo i blog perché lavoro nel mondo delle campagne elettorali e ho un interesse personale, ma anche perché mi aiutano a farmi un’idea della fama di cui i diversi candidati godono tra gli elettori. Anche se molto di quello che viene pubblicato assomiglia a semplice gossip, i blog offrono la possibilità di capire quali sono i politici a cui la gente guarda con maggior interesse,” pensa Mara L.

A qualche mese dall’inizio delle elezioni primarie che porteranno gli elettori democratici a scegliere un candidato da sostenere nella corsa verso la Casa Bianca, i blog paiono affascinati da Barak Obama, ma sono preoccupati della sua inesperienza. Il mondo dei frequentatori di questi siti, normalmente molto più a sinistra che l’elettore democratico medio, sembra preoccupato delle posizioni moderate di Hillary Clinton, in particolare per quanto riguarda la guerra in Iraq. Contemporaneamente, da esperti di politica, sono colpiti dall’abilita’ della senatrice dello stato di New York nel raccogliere fondi e dalla lunga carriera che ha alle spalle.

Oltre a misurare la temperatura politica del paese, questo genere di blog ha cominciato a fare politica direttamente, ad esempio raccogliendo fondi tra i propri lettori da distribuire ai vari candidati democratici. Durante le elezioni presidenziali del 2004, i frequentatori di Daily Kos donarono circa cinquecento mila dollari a quindici politici dell’asinello tra i meno conosciuti. Tutti i quindici candidati persero le loro competizioni. La raccolta di fondi si e’ ripetuta per le elezioni midterm del 2006. Questa volta il blog e’ stato in grado di metter assieme un milione e quattrocento mila dollari, che sono stati divisi tra diciassette candidati. Otto di loro sono usciti vincitori dalle urne. In questi giorni Markos Moulistas ha ricominciato a battere cassa tra i lettori dalle pagine del Daily Kos con l’intento di sostenere alcune candidature minori nelle elezioni generali del novembre 2008.

“In generale”, dice Mara L., “i blog sono un buon modo di misurare la temperatura di una campagna elettorale”. Considerato che oggi questi siti raccolgono fondi per i candidati in corsa, sono diffusi capillarmente tra professionisti del settore e giovani appassionati, e ospitano le opinioni e i commenti di grandi firme del giornalismo e figure politiche di importanza nazionale, e’ facile capire come la loro frequentazione sia diventata d’obbligo per chiunque voglia avere una idea di cosa succeda nella politica americana.

Pubblicato originariamente sul numero di Settembre 2007 di Alias – il Manifesto

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 1, 2007 alle 4:24 pm

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