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Afghan Review

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Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Washington D.C. – Dopo settimane di dibattito interno su questioni fiscali e economiche, gli Stati Uniti tornano a interessarsi di politica estera e di Afghanistan, grazie alla pubblicazione, giovedì, di un riassunto di cinque pagine della “Afghanistan and Pakistan Annual Review”, ovvero l’analisi, ordinata a fine 2009 dal Presidente Barack Obama e che rimarrà per lo più classificata, dei successi ottenuti e delle difficoltà incontrate dagli Americani in questo teatro di guerra a un anno dall’inizio della “surge”, l’invio graduale di 30.000 soldati aggiuntivi deciso dallo stesso Obama lo scorso dicembre.

In origine, questa prima valutazione della strategia perseguita dall’Amministrazione Obama in Afghanistan e Pakistan avrebbe dovuto rivelarsi un semplice elenco dei progressi fatti, cosa che avrebbe permesso alla Casa Bianca di procedere rapidamente con la seconda parte del proprio piano di azione, ovvero il ritiro di gran parte delle truppe americane entro la fine del 2011. Dato, però, il permanere di grosse difficoltà sul campo e data la decisione, presa di comune accordo con gli alleati NATO, di posticipare la scadenza fissata per il prossimo anno al 2014, quando si spera che le forze armate e il governo afgano saranno realmente in grado di prendere il controllo della situazione, l’importanza della Review è andata via via diminuendo. L’analisi del Pentagono è estremamente cauta e non offre informazioni particolarmente nuove o dettagliate né sullo stato delle cose, né sulle future mosse di Washington.

Il succo della Review si può riassumere con il concetto di “moderatissimo ottimismo”. “Elementi specifici della nostra strategia in Afghanistan e Pakistan”, si nota nel sommario del rapporto, “stanno funzionando, e si registrano successi operativi notevoli”. In particolare, in Pakistan, la leadership di Al Qaeda sarebbe oggi notevolmente indebolita, mentre in Afghanistan l’avanzamento dei talebani registrato negli ultimi anni sarebbe stato frenato se non addirittura ribaltato in alcune aree chiave del paese. Al contempo, però, nonostante i progressi fatti, “la sfida rimane quella di rendere i nostri successi duraturi e sostenibili”.

Queste conclusioni, che riconoscono i successi ottenuti grazie alla “surge”, ma con cui il Pentagono, in maniera non sorprendente, chiede che gli venga concesso più tempo per portare a termine il proprio lavoro, offrono al presidente la possibilità di mantenere un qualche equilibro tra promesse elettorali e realtà sul campo, accontentando un po’ tutti. Da un lato, il rapporto stilato dal Pentagono sostiene che il ritiro di una parte, non specificata e probabilmente minima, delle truppe potrà cominciare come previsto già nel luglio 2011, assecondando, così, almeno in apparenza, il desiderio di alcuni, in particolare di molti politici e elettori democratici, che gli Stati Uniti vengano via dall’Afganistan. Al contempo, l’idea che, pur avendo già dato frutti importanti, il rinnovato impegno americano debba continuare se si vuole che i risultati fin qui ottenuti siano duraturi, soddisfa anche la richiesta del Pentagono di mantenere un importante contingente nella regione per almeno altri tre anni.

Tra i successi più importanti citati nella Review, l’offensiva nel sud del paese, nelle province di Kandahar e Helmand, considerate tradizionali roccaforti talebane, in cui, lentamente, sta diminuendo l’influenza esercitata dai militanti mentre aumenta il livello di sicurezza garantito ai civili. Vengono descritti come molto positivi anche gli sforzi fatti con l’addestramento, portato avanti dalla NATO e dalle forze americane, dell’esercito afgano, che dovrà essere pronto a prendere il comando nel 2014. Buoni, infine, i risultati ottenuti con le operazioni di antiterrorismo lanciate contro la leadership di Al Qaeda e talebana che si nasconde nelle zone di confine tra Afghanistan e Pakistan.

Rimane, invece, eternamente difficile il rapporto con il Pakistan, il cui governo non viene apertamente criticato nella Review, in cui, però, si insiste ripetutamente sulla necessità di un impegno maggiore di tutte le parti in causa affinché venga negata ai militanti la possibilità di attraversare il confine e rifugiarsi nelle aeree tribali pakistane.
In una conferenza stampa indetta per presentare la pubblicazione della Review, Obama ha ammesso: “Questa continua a essere un’impresa molto difficile”. Il presidente ha, però, aggiunto che, grazie agli sforzi delle truppe e dei civili americani, gli Stati Uniti sono sulla strada giusta.
Quella del Pentagono, va detto, è sicuramente la più ottimista di una serie di analisi sulla situazione in Afghanistan e Pakistan emerse in questi giorni.

Reto Stocker, che dirige le operazioni afgane del Comitato Internazionale della Croce Rossa, un’organizzazione che tradizionalmente preferisce lavorare sullo sfondo, senza attirare l’attenzione mediatica, ha dichiarato, in una inusuale conferenza stampa mercoledì, che il livello di sicurezza nel paese è ai minimi storici. Il numero di vittime del conflitto è in continuo aumento, così come quello dei civili costretti a abbandonare le proprie case per cercare rifugio altrove. “Il fatto stesso che il Comitato Internazionale della Croce Rossa abbia deciso di organizzare questa conferenza stampa deve essere inteso come il segnale che siamo enormemente preoccupati per la continuazione di un conflitto che ha conseguenze drammatiche su un numero sempre crescente di persone, in ogni angolo del paese”, ha detto Stocker.

Nel frattempo, altri due rapporti classificati, uno sull’Afghanistan e uno sul Pakistan, redatti unanimemente dalle sedici agenzie che compongono l’apparato di intelligence del governo americano, offrono una valutazione molto negativa dello stato del conflitto, arrivando a dubitare che, senza un cambiamento di rotta deciso da parte del Pakistan, che deve impegnarsi di più per evitare che i militanti utilizzino il suo territorio come base di lancio delle proprie attività terroristiche, ci siano ben poche speranze di successo.

Considerate anche le rivelazioni emerse dai file diplomatici pubblicati nell’ultimo mese da Wikileaks, in cui vengono descritte dettagliatamente sia la corruzione rampante del governo afgano sia l’inaffidabilità di quello pakistano, si fa fatica a immaginare che gli americani riusciranno, come inizialmente sperato dal Presidente Obama, a districarsi dalla regione in tempi brevi.

Scritto da Valentina Pasquali

dicembre 17, 2010 a 4:35 am

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