Le mille facce del Pakistan
Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton si trova in questi giorni in visita ufficiale in Pakistan, per trattare un aumento degli aiuti americani al governo di Islamabad e per promuovere una relazione bilaterale tra Pakistan e Stati Uniti con un orizzonte più ampio che la sola lotta al terrorismo, ponendo, ad esempio, un’enfasi maggiore sullo sviluppo sociale e economico di un paese oggi allo sbando.
E, proprio mentre Clinton discuteva mercoledì con il Ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi di un finanziamento da 125 milioni di dollari per il rinnovamento e l’ampliamento della rete energetica del Pakistan, oggi insufficiente rispetto alla domanda complessiva, una autobomba esplodeva nel bel mezzo di un affollato mercato di Peshawar, nel nord-ovest del paese, uccidendo oltre 100 persone. Si tratta del più sanguinario attacco terroristico che ha colpito il Pakistan negli ultimi due anni; un episodio drammatico che mostra le mille facce di questo paese in crisi e, di conseguenza, le difficoltà della comunità internazionale nel rapportarsi con Islamabad.
La visita di Clinton, la sua prima, è stata voluta dall’Amministrazione Obama al fine di calmare una nuova ondata anti-americana che sta attraversando il paese da quando, all’inizio di ottobre, l’esercito pakistano ha lanciato un’offensiva militare nel Waziristan del Sud, una regione chiave al confine con l’Afghanistan, in cui trovano rifugio i militanti di Al Qaeda e i Talebani afgani e pakistani, e che sfugge completamente al controllo del governo centrale.
Alla fine della settimana scorsa, i soldati pakistani avrebbero conquistato il piccolo paese di Koktai, un luogo ormai abbandonato dai suoi residenti, ma che ha un valore sia strategico che simbolico: lì si nasconderebbero, infatti, il capo dei Talebani pakistani, Hakimullah Mehsud, e uno dei loro comandanti più feroci, Qari Hussain. Scrive il New York Times, “la presa di Koktai è il primo segnale positivo in quella che molti analisti prevedono sarà una battaglia ardua per l’esercito pakistano, contro un nemico duro e determinato.”
L’offensiva in Waziristan del sud è arrivata naturalmente sotto pressione statunitense e, di conseguenza, sta rinvigorendo la causa estremista e anti-americana all’interno del Pakistan (basti considerare l’aumento degli attentati terroristici di matrice interna portati un po’ in tutto il paese), rafforzando la posizione di chi sostiene che l’attuale governo del Presidente Asif Ali Zardari non è che un burattino nelle mani di Washington.
In parte proprio per cercare di mitigare i sentimenti nazionalistici della popolazione locale, l’esercito e il governo insistono che l’operazione militare in Waziristan venga pubblicizzata come condotta esclusivamente dalle forze pakistane, senza alcun intervento straniero. Questo nonostante gli aiuti militari americani siano aumentati notevolmente proprio in vista dell’attacco (di nuovo il New York Times scrive giovedì che il Presidente Obama in persona avrebbe insistito in primavera affinché 10 nuovi elicotteri da trasporto Mi-17, e un numero imprecisato di pezzi di ricambio per gli elicotteri da attacco Cobra, venissero consegnati al Pakistan con urgenza, in preparazione alle operazioni prima nella Swat Valley e poi in Waziristan).
Da un lato, la volontà di esercito e governo è comprensibile; apparendo come semplici marionette americane, finirebbero per perdere ogni legittimità politica. Dall’altro, il gioco portato avanti dai governi pakistani che si sono succeduti dal 2001, dalle forze armate e dai servizi segreti, non è per nulla pulito. Si calcola che, in seguito agli attentati terroristici contro New York e Washington dell’11 settembre 2001, e dall’inizio dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, il governo americano abbia mandato oltre 12 miliardi di dollari in Pakistan, sotto forma soprattutto di aiuti militari. Questi finanziamenti avrebbero dovuto aiutare Islamabad e Rawalpindi (dove ha sede l’esercito) a combattere i Talebani, Al Qaeda e a condurre operazioni di counter-insurgency alla frontiera con l’Afghanistan. I risultati però sono, fin qui, molto deludenti, visto che il Pakistan è sempre più il rifugio prediletto dei combattenti afgani.
La strategia di segretezza perseguita da governo e esercito pakistano rende molto difficile capire dove siano finiti tutti questi soldi. In parte, il Pakistan continua a mantenere la maggior parte delle proprie truppe al confine con l’India (fino all’operazione in Waziristan si calcolava che circa l’80% delle forze militari pakistani si trovassero lì, e non al confine con l’Afghanistan dove le vorrebbe la comunità internazionale). Per Islamabad, infatti, l’India rimane il nemico numero uno. In secondo luogo, i servizi segreti pakistani, ISI, hanno a lungo tenuto contatti, e probabilmente finanziato direttamente, i Talebani pakistani e Al Qaeda, visti come uno strumento fondamentale nella lotta per l’influenza politica nell’Afghanistan post-americana, lotta condotta, naturalmente, proprio in contrapposizione al governo di Nuova Delhi.
Mentre l’occidente continua a inviare armi e aiuti militari in Pakistan, che poi ne fa chiaramente quello che vuole, la situazione socio-economica nel paese rimane disastrosa. Secondo alcune statistiche, il tasso di alfabetizzazione in Pakistan è solo del 26% (altri dati governativi più ottimisti lo danno ben al 46%), con il governo che spende appena il 2,5% del Prodotto Interno Lordo per i finanziamenti all’istruzione. E sono così le madrassa, ovvero le scuole islamiche, a educare i figli del Pakistan povero, trovando terreno fertile per i gruppi estremisti che desiderano reclutare nuovi seguaci.
In parte per cercare di rispondere a questa emergenza, il Presidente della Commissione Esteri del Senato americano John Kerry, assieme al Senatore repubblicano di più alto grado in commissione, ovvero Dick Lugar, ha preparato un testo di legge, conosciuto come l’Enhanced Partnership with Pakistan Act, per fornire 1,5 miliardi di dollari all’anno per cinque anni in aiuti non militari al Pakistan. La legge, però, ha suscitato clamore in Pakistan: il testo redatto da Kerry e Lugar contiene, infatti, una serie di meccanismi di controllo sull’uso che il Pakistan sceglierà di fare dei finanziamenti. Gli americani, nelle parole di Hillary Clinton, considerano questo sistema di controllo una garanzia interna volta a verificare l’efficienza della legge. In Pakistan, invece, i meccanismi di supervisione dei finanziamenti americani sono visti come un’inaccettabile interferenza nella sovranità del paese.
Rimane, però, difficile determinare quanto il Pakistan sia uno stato sovrano, in controllo del proprio territorio e della propria popolazione.
Pubblicato originariamente sulla Newsletter del Centro di Formazione Politica
Afghanistan o Pakistan?
Non è solo il dibattito sulla riforma sanitaria a trascinarsi in questo tardo autunno americano: un’altra decisione, quella sulla strategia da perseguire in Afghanistan, questione che potrebbe avere un effetto ancor più duraturo sull’eredità politica del Presidente Barack Obama, pare sempre più problematica. Durante la campagna elettorale dell’anno passato, e per i primi mesi della propria presidenza, Obama ha fatto della guerra in Afghanistan il fulcro della propria politica estera, insistendo che a questo conflitto, e non all’Iraq, fosse data priorità assoluta. Sull’onda del proprio successo elettorale, il Presidente ha autorizzato, in primavera, un dispiegamento aggiuntivo di 17.000 soldati americani in Afghanistan. Il numero totale di forze NATO è così salito a circa 100.000 unità. In settembre, però, il Generale McChrystal, scelto proprio da Obama per prendere il comando delle truppe statunitensi, ha chiesto che gli vengano inviati altri 40.000 soldati. Questa richiesta, sommata all’instabilità e alla violenza che continuano a pervadere il paese, ha convinto il presidente Americano a un momento di riflessione, se non di ripensamento. E, nell’indecisione, si sono venuti a creare due fronti all’interno del campo americano. Da un lato l’esercito, che vuole uno spiegamento maggiore di soldati. Dall’altro, il Vice-Presidente Joe Biden, che invece sostiene la strategia fatta di bombardamenti “mirati”, condotti in Afghanistan e Pakistan da aerei senza pilota al fine di uccidere i capi di Al Qaeda. Il Generale McChrystal ha un passato in Iraq. Dal Golfo, McChrystal spera di poter esportare alcune tattiche in Afghanistan. In particolare, il generale è un sostenitore della cosiddetta “surge”, ovvero dell’aumento delle truppe americane stanziate in Iraq a partire dal 2006. In Iraq, la “surge” ha effettivamente contribuito a un miglioramento delle condizioni di sicurezza nel paese. Secondo McChrystal, questa tattica va replicata in Afghanistan, cosicché le nuove truppe statunitensi si spargano a macchia d’olio per il paese, proteggano la popolazione afgana difendendola dai Talebani e, avendo garantito condizioni minime di sicurezza, possano anche cominciare a costruire un paese più robusto, e capace di gestire i propri affari in maniera indipendente. Che sia, questo della ‘surge’, un approccio valido o meno, si tratta di una tattica che ha bisogno, per avere successo, non solo di più soldati e di più soldi, ma anche di molto più tempo. Una richiesta difficile da presentare ai contribuenti americani, mai come ora desiderosi di chiudere con i conflitti d’oltre-oceano. Negli ultimi sondaggi condotti negli Stati Uniti, più di metà degli intervistati dichiara di non pensare che vada la pena di combattere in Afghanistan. Oltre una persona su tre è addirittura convinta che gli Stati Uniti stiano perdendo la guerra. A un anno delle elezioni mid-term del 2010, i democratici devono stare attenti a non buttare via il consenso accumulato nell’ultimo anno. Viste le condizioni politiche interne all’America, e il peggioramento delle condizioni di sicurezza in Afghanistan, si sta rafforzando, negli Stati Uniti, un polo opposto a quello rappresentato dal Generale McChyrstal e capeggiato dal Vice Biden. Questa fazione ‘scettica’ sostiene che l’Afghanistan è un paese talmente malmesso che, per ottenere qualche miglioramento reale, ci vorrebbero decenni. Il che significa che, se riconfermato, l’impegno militare americano in Afghanistan si prospetta eccezionalmente lungo, sanguinoso e costoso. Il tutto per combattere un nemico che forse non è nemmeno quello giusto. È Al Qaeda e non i Talebani, pensa Biden, la vera minaccia per l’occidente e, dunque, l’unica ragione della presenza americana in Afghanistan. Visto che gli attacchi aerei hanno già ucciso parecchi nomi importanti del network di terrorismo internazionale, bisognerebbe concentrarsi su questi, lasciando perdere le operazioni militari di terra. Il fatto, poi, che il governo afgano si sia mostrato profondamente corrotto e inefficiente, rafforza il punto di vista di chi, come il vice-presidente, vorrebbe venirsene via dal paese. Questa settimana, il governo in carica del Presidente Hamid Karzai è stato ufficialmente accusato di aver perpetrato frodi elettorali per tutto il paese nelle elezioni di agosto, al fine di garantirsi la rielezione. Il riconteggio delle schede elettorali ha mostrato che Karzai, in realtà, ha vinto meno del 50% dei voti necessari a governare. Un turno elettorale aggiuntivo, a mo’ di ballottaggio fra il Presidente Karzai e il suo più temuto concorrente, il Ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, è ora previsto per il 7 novembre. È difficile immaginare che l’Amministrazione Obama prenda alcuna decisione sull’Afghanistan prima di capire con chi si troverà a lavorare. Infine, bisogna mettere in conto il problema, sempre più inquietante, rappresentato dal Pakistan. Il governo pakistano è debole e fragile, e non pare capace, né disponibile, a combattere davvero i militanti islamici locali. Il Pakistan rimane così un rifugio sicuro per i combattenti che scappano dall’Afghanistan. Fino a che il Pakistan viene utilizzato a questo scopo, è difficile immaginare che si possano ottenere successi duraturi in Afghanistan. I Talebani continueranno a limitarsi a retrocedere dietro la frontiera pakistana per poi riorganizzarsi, proprio come hanno fatto dopo l’invasione americana del 2001. È sul Pakistan, dunque, che vanno dirottate le risorse americane. Insomma, il Presidente Obama si trova di fronte a una lista di questioni davvero complesse. Da un lato, l’impegno americano in Afghanistan è destinato a diventare sempre più oneroso, senza alcuna garanzia di successo. Nelle menti degli americani, è ancor vivido il ricordo dell’inutile escalation di truppe portata avanti durante la guerra del Vietnam. D’altro canto, rimane, in casa a stelle e strisce, il timore che andarsene dall’Asia centrale equivalga a permettere una rigenerazione di Al Qaeda. E se poi i terroristi dovessero tornare a colpire con un nuovo undici settembre?
Pubblicato originariamente sulla Newsletter del Centro di Formazione Politica
L’aborto diventa un ostacolo alla riforma sanitaria
Continua tra mille difficoltà il dibattito sulla riforma sanitaria in America. Martedì, la Commissione Servizi Finanziari del Senato ha bocciato due emendamenti che erano stati aggiunti al testo di legge rispettivamente dai Senatori Jay Rockfeller della West Virginia e Chuck Schumer di New York. In maniere diverse, i due emendamenti avevano il fine di far sopravvivere la “public option”, ovvero una qualche forma di assicurazione sanitaria gestita direttamente dal governo e offerta a coloro che, da un lato, non presentano i requisiti necessari a ricevere i sussidi statali versati ai più poveri, e, dall’altro, non possono però permettersi i costi delle polizze private, nemmeno quelli calmierati che dovrebbero risultare dalla riforma.
Nonostante ci sia in commissione una maggioranza democratica di tredici senatori contro dieci, l’hanno spuntata i repubblicani dopo che cinque esponenti del partito dell’asinello si sono aggiunti a loro nel votare contro gli emendamenti. Tra costoro anche il presidente della commissione, il Senatore del Montana Max Baucus. Baucus sostiene che l’opzione pubblica sia troppo rischiosa, e che una proposta di legge che la comprenda non riuscirebbe mai a passare il voto del Senato, mandando così all’aria i mesi di trattative che sono stati necessari a raggiungere un qualche, seppur limitato, compromesso.
In effetti, anche se, in teoria, i democratici hanno al Senato i sessanta voti sufficienti a approvare qualsiasi provvedimento, si prevede che alcuni tra i cosiddetti “Blue Dog Democrats”, ovvero gli esponenti più moderati del partito, sceglierebbero di bocciare l’opzione pubblica.
La fine infelice degli emendamenti voluti da Rockfeller e Schumer ha rappresentato sicuramente un duro colpo per i sostenitori della riforma sanitaria e dell’opzione pubblica. In realtà, come scrive Derek Thompson sull’Atlantic, questo significa che la proposta di legge “è quasi morta, ma non è già morta”. Infatti, qualsiasi testo verrà approvato dalla Commissione Finanza dovrà poi, comunque, essere integrato alle proposte di legge che usciranno dalle altre commissioni competenti, fra cui quella della Commissione Sanità. Inoltre, i sostenitori dell’opzione pubblica confidano che la Camera, in cui la delegazione democratica capeggiata dalla Presidente Nancy Pelosi è decisamente più progressista, passi un testo di legge favorevole all’opzione pubblica. Se Camera e Senato approvassero davvero due proposte di legge molto diverse, queste dovranno comunque confluire in un unico testo di legge, da mandare al Presidente Obama per la firma finale. Starà alla leadership delle due Camere trovare un compromesso accettabile.
Intanto, comincia a diventare sempre più problematica la questione dell’aborto. Da sempre un tema polarizzante in America, l’aborto ha fatto capolino anche nel dibattito sulla riforma sanitaria, grazie all’impegno degli instancabili attivisti “pro-life”, ovvero anti-aborto.
Una legge vecchia di trent’anni stabilisce che il denaro dei contribuenti non può essere utilizzato per finanziare gli aborti volontari, ovvero quelli che risultano dalla scelta personale di una donna e non da indipendenti condizioni mediche. In America, di conseguenza, bisogna fare riferimento a un network di cliniche private per poter abortire. Molte polizze assicurative private coprono, però, i costi di questo tipo di intervento.
Il Presidente Obama, determinato a far passare una riforma della sanità ambiziosa, ma non disposto a rischiare sull’aborto, ha promesso, ad esempio durante il discorso fatto di fronte alla sessione plenaria del Congresso a inizio settembre, che non permetterà che si usino dollari federali per finanziare l’interruzione di gravidanza.
Gli anti-abortisti, però, non si fidano. Sono convinti che le proposte di legge fin qui prodotte non contengano un linguaggio sufficientemente chiaro riguardo a questa questione. Temono, in sostanza, che la riforma proibirà il finanziamento diretto di un’interruzione di gravidanza, ma non la sovvenzione di polizze assicurative offerte da società private che, separatamente, coprano i costi di un aborto.
I progressisti, naturalmente, temono l’opposto. Innanzitutto, si sentono delusi dall’atteggiamento conciliante di Obama verso gli antiabortisti. Inoltre, sostengono che il passaggio di una legge con clausole speciali che vietano l’utilizzo di fondi federali per sovvenzionare l’aborto farebbe aumentare a tal punto i prezzi delle polizze che normalmente ne coprirebbero il costo da renderle sostanzialmente impraticabili a livello economico.
Si tratta di una questione di definizione. Progressisti e conservatori sono d’accordo nel trovare un compromesso in modo che i soldi ricavati dalle tasse federali non sovvenzionino le interruzioni di gravidanza. Ma non sono per nulla d’accordo su cosa questo significhi.
Per i sostenitori del diritto all’aborto, i dollari federali devono poter sovvenzionare tutti i tipi di polizza assicurativa di tutte le compagnie private, a patto che le società di assicurazione non usino queste sovvenzioni pubbliche per pagare direttamente i costi di un aborto. Gli attivisti contrari all’aborto danno a questo problema una lettura più rigida. I contributi federali non possono in alcun modo finanziare nessuna polizza gestita da una compagnia di assicurazione che copra le interruzioni di gravidanza, anche se con una polizza diversa da quella che verrebbe sovvenzionata.
Come scrive William Saletan su Slate, “per ottenere quello che considerano un accordo neutrale, gli attivisti pro-aborto devono assicurarsi che coloro che sono contrari paghino, seppur indirettamente, per le interruzioni di gravidanza. Gli antiabortisti, invece, per difendere le proprie convinzioni devono far sì che la copertura assicurativa di un aborto non possa essere in nessun modo sovvenzionata dallo stato, rendendo così l’interruzione di gravidanza, in un sistema che diventerebbe dipendente dai contributi pubblici, una procedura insostenibile a livello economico”.
Come se il dibattito sulla riforma sanitaria non fosse già abbastanza complicato, interviene ora la questione dell’aborto a renderlo ancora più ingestibile. In ogni modo, il Senato potrebbe votare su un provvedimento già la settimana prossima.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
La dura battaglia per regolare i mercati
Un anno fa’, la crisi della finanza americana, in realtà in corso già da mesi, si rivelava in tutta la propria enormità con il fallimento del gigante d’investimenti Lehman Brothers. Tra la primavera e l’autunno del 2008, molte delle più importanti istituzioni finanziarie degli Stati Uniti sono fallite, sono state comprate per poche lire da una rivale, oppure ancora sono rimaste in vita solo grazie all’intervento diretto del governo. Tra le altre, questo è ciò che è successo a Merril Lynch, Washington Mutual, Wachovia, AIG, Fannie Mae e Freddi Mac e, naturalmente, Lehman Brothers.
Il costo del crollo dell’economia americana si aggira oggi, secondo alcune stime indubbiamente ancora approssimative, sui millecinquecento miliardi di dollari. Seicento miliardi di questi sono andati direttamente al salvataggio del sistema finanziario a stelle e strisce. Altri mille miliardi di dollari circa, sono invece evaporati assieme ai posti di lavoro e allo scoppio della bolla immobiliare.
Un anno più tardi, l’intervento pro-attivo scelto dal governo americano per tamponare la crisi pare cominci a dare frutti. Per quanto l’economia statunitense sia ancora lontanissima dai picchi toccati qualche anno fa’, molti sembrano pensare che, perlomeno, il crollo verticale del sistema si sia arrestato e che si cominci lentamente a registrare una ripresa, per quanto piccola. Il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha dichiarato martedì che l’economia americana è “molto probabilmente” uscita dalla crisi più grossa attraversata dai tempi della Grande Depressione.
Naturalmente, sono molti i problemi non risolti. Ad esempio, pare ormai chiaro che, se di ripresa si tratta, sarà comunque una ripresa che non porterà, almeno nell’immediato, a una crescita dell’occupazione. Una “jobless recovery”, la definiscono gli americani.
Fatto sta che, comunque, negli Stati Uniti la gente ha ritrovato un senso di “normalità” e il timore di una tragedia imminente si è in parte quietato. Ma, come ha sottolineato il Presidente Barack Obama nel discorso fatto a Wall Street lunedì, “normalità non può diventare compiacenza.” Rivolgendosi ai manager dell’alta finanza a un anno esatto dal fallimento di Lehman Brothers, Obama ha voluto ricordare a tutti che la propria amministrazione rimane intenzionata, anche in caso di ripresa economica, a rivedere completamente le regolamentazioni esistenti del sistema finanziario. “Non torneremo indietro ai giorni in cui andava bene comportarsi in maniera incosciente e in cui si tolleravano eccessi che poi sono stati al centro della crisi”, ha dichiarato il presidente. “Wall Street non può ricominciare a prendere gli stessi rischi del passato senza riflettere sulle conseguenze, per poi aspettarsi che, anche la prossima volta, i contribuenti americani saranno lì pronti a prendere chi cade”, ha continuato Obama, promettendo “la riforma più ambiziosa del sistema di regolamentazione finanziaria dai tempi della Grande Depressione”.
Nello specifico, il Presidente Obama ha espresso la volontà di costituire un’agenzia governativa incaricata della protezione finanziaria dei consumatori, la Consumer Financial Protection Agency, ovvero un ente che si occupi di garantire trasparenza nei contratti finanziari, quali mutui, prestiti e carte di credito. Obama ha anche parlato della necessità di creare meccanismi finanziari che proteggano gli individui, e il mercato, dal fallimento di un gruppo, quale Lehman Brothers e AIG, attivo in vari settori dell’economia, dalle assicurazioni all’alta finanza internazionale. Il governo americano offre ai cittadini un’assicurazione sui risparmi depositati in banca (la Federal Deposit Insurance Corporation) — per evitare che una sola bancarotta, creando una crisi di sfiducia, faccia crollare l’intero sistema. Nulla di simile esiste per le società finanziarie complesse che sono sorte con l’espansione dei mercati d’investimenti negli ultimi venti anni. Infine, il presidente si è soffermato sulla necessità di coordinare più efficientemente gli sforzi delle decine e decine di agenzie incaricate di sorvegliare l’operato delle società finanziare.
Concentrandosi troppo spesso sui dettagli più minuti, e non comunicando l’una con l’altra, queste agenzie governative finiscono per perdere di vista il complesso delle operazioni effettuate, lasciando massima libertà di azione alle società che sanno approfittare degli spazi non sorvegliati che si creano tra l’area di responsabilità di un’agenzia e quella di un’altra (all’epoca del fallimento, AIG era controllata da oltre 400 agenzie di sorveglianza in tutto il mondo, nessuna delle quali si è accorta di quello che stava realmente succedendo al gigante assicurativo).
Nel suo discorso di lunedì, Obama ha detto di volere dal Congresso una proposta di legge entro la fine dell’anno. Il presidente ha fatto anche intendere che i democratici Barney Frank e Cristopher Dodd, presidente uno della Commissione per i Servizi Finanziari della Camera e l’altro della Commissione per i Servizi Bancari del Senato, sono già al lavoro per preparare il testo di legge.
Non bisogna però lasciarsi prendere dall’ottimismo. La determinazione dell’amministrazione non deve far dimenticare che esiste una lobby finanziaria enormemente influente a Washington. Grazie alla seppur lenta ripresa economica, lo scandalo suscitato dal comportamento delle banche e delle società finanziarie l’anno scorso comincia a essere dimenticato dall’elettorato, preoccupato di altre faccende come, ad esempio, la mastodontica riforma del sistema sanitario. Possiamo immaginare che la lobby finanziaria, approfittando del momento positivo, non resterà con le mani in mano mentre il Congresso cerca di passare una legge che ne ridurrebbe i privilegi. Inoltre, grazie all’agenda ambiziosa, e al contempo polarizzante, portata avanti dall’Amministrazione Obama, il Congresso americano è sempre più diviso, con repubblicani e democratici poco disposti a lavorare assieme.
E’ già chiaro che, così come sta accadendo per la riforma della sanità, anche sulla questione della regolamentazione dei mercati finanziari, il Partito Repubblicano non ha intenzione di aiutare la controparte democratica e si sta schierando dalla parte di banche e società di investimenti che oppongono, ad esempio, l’idea di un’agenzia federale per la protezione finanziaria del consumatore. Il ritornello è sempre lo stesso: un controllo eccessivo esercitato dal governo finirebbe solamente con il soffocare l’attività del libero mercato e, di conseguenza, a limitare la crescita economica.
Cercando di prendere tempo, lo stesso Senatore Dodd ha dichiarato a proposito della riforma dei meccanismi di regolamentazione del sistema finanziario: “E’ un’area complessa. Molto più complicata che la sanità o le politiche energetiche”. Insomma, molti temono che il momento più opportuno per portare avanti questa battaglia stia passando. Non a caso, una proposta di riforma presentata al Congresso dal Ministro del Tesoro Timothy Geithner a marzo scorso non è avanzata di un passo nell’iter legislativo. Bisognerà stare a vedere se il Presidente Obama, che si sta spendendo molto sulla riforma della sanità, avrà ancora capitale politico sufficiente a fine autunno per spingere anche una legislazione che cambi le regole della finanza.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Bastera’ il carisma di Obama?
Washington D.C. – Il Presidente americano Barack Obama ha rilanciato mercoledì sera, in un discorso incisivo e politicamente rischioso, la propria sfida alla nazione e al Congresso in difesa del progetto di riforma del sistema sanitario, tanto criticato quanto resistente a qualsiasi tentativo di cambiamento.
È stata questa un’estate frenetica e poco fortunata per il dibattito politico sulla riforma sanitaria in America, distorto da posizioni ideologiche sia da parte repubblicana che da parte democratica, e da insinuazioni, provenienti queste dalla destra, tanto incredibili quanto inaccettabili (basti citare l’accusa ripetuta ad nauseam sulle radio e sulle televisioni conservatrici che il piano per la sanità voluto dai democratici prevede la creazione di commissioni governative con il potere di decidere della vita e della morte degli anziani). È persino venuto a mancare, il 25 agosto scorso, il Senatore Edward Kennedy, ultimo rappresentante della dinastia iniziata con JFK, e, ormai da decenni, alfiere della battaglia per la sanità.
Le polemiche del mese d’agosto hanno confuso il pubblico americano, aizzato gli attivisti e i politici più radicali, e hanno finito per nuocere all’immagine di Obama, per la prima volta in difficoltà dall’inizio della propria ancor giovane presidenza.
Diversi sondaggi condotti tra luglio e settembre mostrano che circa il 65% degli americani trova il dibattito sulla sanità incomprensibile. Nello stesso intervallo di tempo, il tasso d’approvazione del Presidente Obama si è assestato attorno al 50%, un calo netto rispetto ai successi dei primi mesi alla Casa Bianca.
Nell’atteso discorso di mercoledì sera, Obama ha cercato di chiarire i punti più importanti del proprio progetto di riforma e ne ha difeso l’importanza.
Nel tentativo di quietare gli animi degli americani che si sono fatti convincere, nel corso degli ultimi mesi, che la riforma porterà a un peggioramento generale del sistema sanitario e all’inizio di una dittatura socialista negli Stati Uniti, il presidente ha ripetuto più volte che la proposta di legge non andrà ad intaccare in alcun modo la posizione di chi già ha un’assicurazione medica privata soddisfacente finanziata dal proprio datore di lavoro. I repubblicani, invece, accusano i democratici di voler obbligare tutti i cittadini ad abbandonare le loro amate coperture assicurative private a favore di una soluzione governativa imposta con la forza.
Oltre a difendersi dalle critiche, Obama è anche andato all’attacco. Il presidente ha promesso di voler combattere i malfunzionamenti più egregi di un sistema che, al momento, rende legittimo per le compagnie assicurative private rifiutare copertura sanitaria a chi soffre di condizioni mediche pre-esistenti. La riforma voluta da Obama, inoltre, renderebbe una qualche forma di copertura medica obbligatoria per tutti i cittadini americani. Oggi la scelta è lasciata agli individui.
Il presidente ha poi attaccato con decisione l’atteggiamento distruttivo di tanti rappresentanti del Partito Repubblicano, attribuendo loro la grave responsabilità di aver diffuso delle vere e proprie “bugie”. “Sappiate”, ha incalzato Obama, “che non sono disposto a perdere tempo con chi ha già fatto il calcolo politico che è più conveniente opporre il piano per la riforma ad ogni costo che tentare di migliorarlo”.
Allo stesso tempo, Obama ha cercato di rassicurare i repubblicani in merito alcuni punti critici e ha offerto un paio di aperture politiche. Ad esempio, il presidente ha promesso che la riforma sanitaria non estenderebbe alcun privilegio agli immigrati illegali, una delle conseguenze temute dalla destra.
Infine, Obama ha insistito sul fatto che la riforma non farà aumentare il debito pubblico, ma sarà volta a eliminare sprechi e inefficienze. Il costo complessivo della riforma sarà, secondo Obama, di 900 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, “meno di quello che abbiamo speso nelle guerre in Iraq e Afghanistan”, ha sottolineato il presidente.
Rimane ancora da chiarire lo stato della cosiddetta “opzione pubblica”, divenuta durante l’estate uno dei punti critici del dibattito sulla riforma sanitaria. I democratici vogliono che il governo offra la possibilità a chi non può permettersi un’assicurazione medica privata di sottoscriverne una pubblica. I repubblicani sono determinati a non far passare una proposta di legge che comprende tale possibilità, vista dalla destra come il primo passo verso un monopolio statale della sanità. Obama, che sostiene “l’opzione pubblica”, ha cercato mercoledì di mitigare i toni. La creazione di un’assicurazione sanitaria gestita dal governo, ha dichiarato il presidente, riguarderebbe solo una minoranza dei cittadini (stimata dal governo in circa il 5% della popolazione). È quindi inutile discuterne come se fosse il punto centrale della riforma. Inoltre, Obama si è dichiarato flessibile quanto ai dettagli dell’“opzione pubblica”, e disposto a rivederne l’importanza nel corso di un dibattito con i repubblicani che si rivelasse finalmente costruttivo.
Con il discorso fatto mercoledì al Congresso, Barack Obama ha mostrato, ancora una volta, la propria ambizione e coraggio politico. Nonostante le critiche, il presidente ha scelto di non fare marcia indietro ma di continuare a perseguire una riforma sostanziale del sistema sanitario che, al contempo, sia sostenuta sia dalla sinistra che dalla destra. Citando, al termine del proprio discorso, una lettera scrittagli dal Senatore Ted Kennedy sul letto di morte – ultimo atto di una lunga carriera passata a lottare per un sistema sanitario più giusto – Obama ha innalzato la propria proposta di riforma al livello di una questione morale, che mette in gioco il carattere stesso del popolo americano. “Non siamo arrivati fin qui per aver paura del futuro, siamo arrivati fin qui per dare forma e sostanza al futuro”, ha esclamato enfaticamente Obama.
Già più volte, il presidente ha ritrovato il proprio carisma e la propria forza in un discorso alla nazione: basti pensare a quello sulle relazioni interrazziali fatto a Philadelphia durante la campagna elettorale dell’anno scorso. Questo sulla riforma sanitaria, però, è probabilmente il più delicato di tutti. I repubblicani non sembrano per niente interessati a collaborare. Avendo perso malamente le elezioni dell’anno passato, non gli conviene politicamente. Con la maggioranza sia alla Camera che al Senato, i democratici potrebbero passare una proposta di legge anche da soli, ma devono prima superare le divisioni interne che continuano a separare l’ala progressista da quella moderata del partito. Inoltre, una riforma approvata di forza da un Congresso e da un governo tutti democratici non godrebbe certo dell’ampio mandato voluto da Obama, e finirebbe per perdere il necessario sostegno del popolo americano.
A soli nove mesi dal proprio insediamento alla Casa Bianca, Obama si trova ora di fronte a quello che potrebbe diventare il punto di svolta della propria presidenza. Inimmaginabili le lodi che riceverebbe dovesse diventare il presidente che, finalmente, riesce a riformare il sistema sanitario americano dopo decenni di tentativi falliti. Ma, dopo aver messo in gioco molto del proprio capitale politico sul successo di quest’iniziativa, dovesse uscirne sconfitto, Obama finirebbe per diventare d’un tratto un presidente debole, fallendo nell’impresa in cui ha più creduto proprio nel momento in cui il Partito Democratico controlla sia la Camera che il Senato.
Pubblicato originariamente nella newsletter del Centro di Formazione Politica
Cosa si rischia a perdere la Turchia
Istanbul – I negoziati tra Unione Europea e Turchia sull’ingresso di quest’ultima nella UE sembrano arrivati ormai a una impasse di difficile risoluzione. Prima di gettare i remi in barca, vale la pena fare una riflessione su cosa si rischia di perdere, sia in Europa che in Turchia, se le trattative dovessero concludersi in maniera negativa o, perlomeno, rimanere bloccate indeterminatamente.
Secondo studi condotti da Infakto Research Workshop, una società privata di Istanbul che si occupa di ricerca di mercato, una maggioranza di turchi, seppur risicata, continua a desiderare di entrare come paese-membro nell’Unione Europea. Una maggioranza più cospicua, però, si dice pessimista in merito.
La realtà è che alla cosiddetta “fatica da allargamento”, che ha avviluppato l’Unione Europea dai tempi dell’ingresso di Bulgaria e Romania all’inizio del 2007, corrisponde una altrettanto pericolosa “fatica da candidatura” dei turchi, che si sentono umiliati dalle continue critiche provenienti dall’Unione e insultati dalla retorica alla Sarkozy,vissuta non come critica politica, bensì come diffidenza verso la diversa identità culturale e religiosa che caratterizza la Turchia. Fra l’altro, i turchi sono stanchi di vedersi passare davanti tutti i paesi che hanno fatto richiesta ufficiale di entrare nella UE dopo la Turchia. Ad esempio è ora il turno dei Balcani, che sembrano aver già superato Ankara nella corsa verso Bruxelles.
Il risultato è una crescente disillusione popolare, che rischia di mettere a repentaglio quelle riforme di cui la Turchia ha bisogno non solo per entrare in Europa, ma anche per proseguire nel processo di sviluppo e modernizzazione che ha consentito al paese di entrare a far parte del mondo cosiddetto ‘sviluppato’.
Nell’opinione di molti esperti di politica e relazioni internazionali turchi, gli scenari che si potrebbero aprire nel momento in cui la Turchia dovesse abbandonare ogni speranza di diventare paese membro della UE sono sostanzialmente due.
“Se la Turchia arrivasse a considerare gli ostacoli posti dalla UE alla propria candidatura come insormontabili, allora il governo a Ankara potrebbe decidere di trasformare il paese in una potenza regionale indipendente e assertiva, che gode di influenza crescente in Medio Oriente e, magari, del sostengo dell’amministrazione americana, ora che ci sono stati cambiamenti grossi a livello di politica estera statunitense,” pensa Sinan Ulgen, direttore di EDAM, un centro di ricerca economica e politica di Istanbul.
Questo, secondo Ulgen, è semplicemente lo scenario più ottimista. “L’altra possibilità è che un’ondata nazionalista travolga il paese, creando le condizioni per una Turchia più autoritaria e meno democratica ai confini d’Europa, un po’ com’è il caso della Russia”, spiega il direttore di EDAM. Insomma, potremmo avere a che fare un giorno con una versione russificata della Turchia, la quale si rapporta all’Unione Europea non in termini cooperativi, ma in termini antagonistici, e guarda alla relazione bilaterale con un senso di rivalità.
Emre Erdogan, direttore di Infakto Research Workshop, è preoccupato dalla possibilità di un simile sviluppo. Secondo costui, la candidatura della Turchia all’Unione Europea funziona un po’ come un’ancora, un motore di ulteriore democratizzazione nel paese. “Non abbiamo ancora interiorizzato alcuni di questi principi democratici. Non abbiamo una dedizione ideologica a queste problematiche. Non esiste ancora, in Turchia, un elemento davvero liberal che sia rilevante nel panorama politico nazionale. Abbiamo dei musulmani democratici e dei kemalisti democratici (dal partito laico fondato da Mustafa Kemal Ataturk), ma non abbiamo una sinistra. L’eredità lasciataci dal dominio dell’esercito esiste ancora, ragion per cui abbiamo bisogno di un’ancora esterna che ci spinga a adottare sempre nuove riforme.”
I due scenari, seppur distinti, sono, in realtà, collegati e l’Unione Europea finirebbe per perderci in ogni caso. Se la Turchia dovesse slacciarsi dalla UE per rivolgere le proprie attenzioni verso il Medio Oriente in maniera indipendente dall’Unione, Bruxelles vedrebbe ridurre la propria influenza nella regione, a beneficio degli Stati Uniti se Washington si schierasse realmente dietro al progetto di una Turchia come potenza regionale.
È però prevedibile che la Turchia non riuscirebbe a proiettare l’influenza desiderata sul Medio Oriente nel momento in cui le spalle del paese non fossero più coperte dai negoziati con l’Unione Europea. Non c’è dubbio, infatti, che la rilevanza di Ankara sulla scena regionale e globale sarebbe in qualche modo diminuita da una separazione forzata con Bruxelles. Considerazione questa che rende ancor più probabile la possibilità di un’ondata di nazionalismo, nel momento in cui un popolo che ha ormai ritrovato la propria confidenza di grande paese dovesse d’un tratto sentirsene privato.
Non c’e’ bisogno di dilungarsi su cosa una Turchia autoritaria e anti-democratica in una regione instabile come il grande Medio Oriente potrebbe significare per l’Unione Europea.
Dopo i risultati delle ultime elezioni europee, che hanno visto la vittoria netta in quasi tutto il continente di una destra anti-europeista, è davvero difficile pensare che si possa arrivare a una rapida e positiva risoluzione dei negoziati per l’ammissione della Turchia nella UE. La presidenza dell’Unione ora in mano agli svedesi, da sempre sostenitori dell’ingresso turco, e trattative in corso sulla questione cipriota che potrebbero portare a uno sblocco della situazione in autunno, offrono qualche residua speranza.
Il governo turco, dal canto suo, continua a dichiararsi assolutamente devoto alla causa europea. “L’ingresso nell’Unione come paese membro rimane la nostra prima priorità”, mi ha detto Suat Kiniklioglu, portavoce della Commissione Affari Esteri del Parlamento turco, a Ankara durante un’intervista. Pur confessando l’affaticamento dei turchi nei confronti dei negoziati e le ‘naturali’ difficoltà che si incontrano in un processo così complesso, Kiniklioglu si dice convinto che, “alla fine dei conti, una maggioranza di europei e di turchi sanno che l’ingresso della Turchia nella UE è nell’interesse di entrambe le parti e dunque le trattative avranno successo”.
E l’Europa cosa dice?
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Compromessi per l’ambiente o ambiente compromesso?
La Camera dei Deputati americana ha approvato venerdì il testo di legge sull’energia e l’ambiente sponsorizzato dagli onorevoli democratici Henry Waxman della California e Edward Markey del Massachusetts. Questo primo voto (il testo dovrà ora andare al Senato per l’approvazione finale) è stato fortemente voluto sia dal Presidente Obama, che aveva fatto della promessa ambientalista un fondamento portante della propria campagna elettorale, sia dalla Presidente della Camera Nancy Pelosi.
La proposta di legge è passata all’ultimo minuto e dopo lunghe e difficili contrattazioni, con 219 voti a favore e 212 contro. Otto deputati repubblicani hanno sostenuto il testo di legge, contro le direttive del proprio partito, mentre ben 44 democratici hanno tradito la leadership dell’asinello, e il presidente americano, votando per bocciare la proposta.
Si tratta questo del primo tentativo reale, da parte americana, di modificare la produzione e il consumo di energia nel tentativo di mettere un freno al precipitare delle condizioni ambientali e al continuo peggiorare del riscaldamento globale.
La proposta di legge, volta a ridurre le emissioni inquinanti prodotte dalla grande industria americana del 17% entro il 2020 e del 83% entro il 2050 (rispetto ai livelli del 2005), si fonda su un sistema di cosiddetto ‘cap-and-trade’. Questo fissa un tetto complessivo per le emissioni di gas inquinanti che sono ritenute accettabili — tetto destinato a diminuire progressivamente nel tempo — e consente un meccanismo di scambio attraverso cui le industrie potranno acquistare dal governo, e poi scambiarsi l’un l’altra, il diritto ad inquinare.
L’approvazione del testo di legge Waxman-Markey è da considerarsi storico (va ricordato che gli Stati Uniti di George W. Bush non hanno mai nemmeno accettato di firmare il protocollo di Kyoto). Rimane il fatto, però, che la proposta approvata venerdì ha obiettivi assai meno ambiziosi di quelli pensati inizialmente, e non è certo all’altezza delle regolamentazioni implementate in Europa già da tempo.
In particolare, per riuscire a ottenere il voto della maggioranza di deputati americani, la proposta di legge è stata modificata sostanzialmente negli ultimi giorni di discussioni parlamentari, con l’inserimento di concessioni sufficienti a convincere gli scettici a votare a favore. Il risultato, nell’opinione dei più critici, è che il testo originale è stato diluito a tal punto da essere ormai inutile.
Il dibattito parlamentare condotto nei mesi scorsi e che ha portato, infine, al passaggio della proposta di legge alla Camera, ha visto lo scontro, culturale, sociale ed economico, tra i rappresentanti più liberal del partito democratico, provenienti dalle grandi città delle coste est e ovest del paese, veri centri di innovazione e alta tecnologia, e i deputati eletti nei distretti più conservatori del centro e del sud del paese, dove le economie locali sono in forte crisi e dove l’industria manifatturiera e quella del carbone, altamente inquinanti, rimangono i principali datori di lavoro.
Il risultato delle difficili contrattazioni tra questi due gruppi è stato che, come ha scritto il New York Times, “quando finalmente la legislazione più ambiziosa mai proposta al Congresso in fatto di energia e ambiente veniva messa al voto venerdì, ormai il testo di legge si era ingrossato a dismisura per via dei compromessi, delle modifiche, delle concessioni, e dei veri e propri regali pensati per conquistare i voti dei legislatori più dubbiosi e il sostegno della grande industria.” Fatto sta che, nei mesi di contrattazione, la proposta di legge è cresciuta dalle 648 pagine iniziali alle circa 1.400 approvate venerdì.
Alcune delle concessioni, per quanto strane, sono relativamente innocue. Così, ad esempio, un giovane rappresentante della Florida è riuscito ad ottenere, in cambio del proprio voto, 50 milioni di dollari per la costruzione nel proprio stato di un centro per la ricerca sugli uragani.
Altri compromessi, in particolare quelli fatti per ottenere il sostegno del settore agricolo americano, potrebbero finire per mettere a rischio gli obbiettivi stessi della proposta di legge.
Alcuni ambientalisti hanno sostenuto entusiasticamente la legge, mentre altri, come ad esempio i rappresentanti di Greenpeace, erano contrari al suo passaggio. E anche l’industria si è divisa; la Camera di Commercio degli Stati Uniti e l’Associazione Nazionale dell’Industria Manifatturiera hanno sostenuto l’opposizione, mentre alcune delle più grandi aziende del paese, come ad esempio Ford e Dow Chemical, si sono dette in favore.
Il futuro della legge, anche in questa sua versione annacquata, rimane incerto. Il Senato dovrà discutere, nei prossimi mesi, la propria versione del testo approvato alla Camera, ed è prevedibile che i senatori democratici e repubblicani moderati lavoreranno insieme per rendere le limitazioni sulle emissioni inquinanti ancor meno efficaci.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Il pragmatismo di Obama sull’Iran
L’hanno soprannominato il “dilemma iraniano” di Obama. Pagine e pagine sono state riempite dai giornali americani con analisi della faticosa ricerca da parte del presidente di una strategia adatta a confrontarsi con i risultati delle elezioni tenutesi in Iran lo scorso 12 giugno, e, in tutta probabilità, pesantemente truccate dal regime islamico in favore del presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad. Hanno criticato Obama per aver sostenuto una linea troppo cauta e pericolosamente timida, ma, allo stesso tempo, lo hanno complimentato per il pragmatismo. Insomma, per l’ennesima volta, gli americani, politici, analisti, e media, mostrano di non sapere cosa fare, e nemmeno cosa pensare, della situazione politica in Iran.
Dapprima, pur confessandosi preoccupato per le irregolarità che da subito parevano aver distorto il risultato del voto in Iran, Obama ha scelto una linea di non-intervento. In una dichiarazione fatta ai media a nome dell’Amministrazione, il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva detto il 17 giugno: “Ovviamente attendiamo di capire quale sarà il risultato finale dei processi interni oggi in atto in Iran, ma è comunque nostro intento quello di perseguire qualsiasi opportunità esista in futuro riguardo l’Iran”. Il Presidente Obama aveva a sua volta dichiarato che la volontà rimaneva quella di “continuare a ricercare un dialogo duro, ma diretto” tra i governi iraniano e americano.
Poi, l’intensità delle proteste per le strade di Tehran è andata aumentando e, con essa, la violenza della repressione delle forze dello stato sui manifestanti. Fino al culmine dell’uccisione in video di Neda Agha Soltan, una donna di 26 anni colpita dal proiettile di un cecchino e morta, la faccia che lentamente le si copriva di sangue, mentre un passante riprendeva la scena col proprio cellulare. E, così, anche la Casa Bianca ha cominciato a riaggiustare il tiro, in particolare per difendersi dalle critiche crescenti che stavano arrivando al presidente da parte repubblicana, ma, sempre più, anche da parte democratica. Sabato 20 giugno, Obama ha indurito i propri toni, dichiarando: “Chiediamo al governo iraniano di fermare tutte le azioni violente e ingiuste condotte in questi giorni contro la propria gente”.
A oggi, i commenti più critici fatti da Obama sono di martedì 23 giugno. In una conferenza stampa tenutasi alla Casa Bianca, il presidente si è detto “sconvolto e profondamente scioccato dalle minacce, dalla violenza, e dagli arresti degli ultimi giorni”. Negando con forza le accuse portate dal presidente iraniano Ahmadinejad, secondo cui le manifestazioni di protesta in Iran sarebbero state causate e sostenute dall’ingerenza di governi stranieri opposti al regime islamico, Obama ha proseguito dicendo: “Condanno con forza questi atti ingiusti e sono al fianco del popolo americano nel cordoglio sentito per la perdita di ogni vita innocente”.
Pur prendendo le difese dei dimostranti iraniani, e sostenendone moralmente la lotta coraggiosa in favore di un governo più aperto e trasparente, Obama ha comunque reiterato, anche martedì, che “gli Stati Uniti rispettano la sovranità della Repubblica Islamica e non hanno nessuna intenzione di intervenire negli affari interni dell’Iran”. Quanto alla possibilità che il governo americano continui a cercare un dialogo diretto con quello iraniano, nonostante gli avvenimenti delle ultime settimane, Obama ha fatto sapere che, a questo punto, si tratta di “una scelta che dovranno fare gli iraniani”. Il presidente ha così fatto allusione al fatto che le aperture americane verso Tehran sono state accolte, fin qui, con un atteggiamento quanto meno deludente da parte della leadership iraniana.
Le critiche più aspre sono arrivate al presidente americano dai senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham, che lo hanno accusato di aver abbandonato la causa dei diritti umani. Durante un’intervista rilasciata allo show televisivo “Today” del network NBC, McCain ha detto: “[Il presidente] dovrebbe dire a voce alta che questa in Iran è stata un’elezione corrotta e truccata”.
In realtà, le ragioni che Obama ha di mantenere una linea “fredda” e non-interventista sono numerose. Innanzitutto, come scrive Paul J. Saunders sul Washington Post, gli americani devono rendersi conto di avere opportunità davvero limitate di influenzare la politica interna all’Iran. “Molti politici e commentatori sembrano soffrire dell’illusione che gli Stati Uniti possano avere una influenza decisiva sull’evoluzione politica dell’Iran. Sembra che ne siano ancora convinti nonostante il fatto che il tentativo di esportare la democrazia in Iraq si sia rivelato molto più difficile e costoso di quanto pubblicizzato all’inizio”, sostiene Saunders.
Con tutta probabilità, un intervento americano più diretto otterrebbe semplicemente l’effetto contrario a quello desiderato. In un paese dai forti sentimenti nazionalisti come l’Iran, il valore delle proteste di questi giorni sarebbe solo diminuito negli occhi della popolazione se gli iraniani si convincessero che gli Stati Uniti sostengono apertamente l’operato dei manifestanti. Va ricordato, infatti, che gli iraniani non hanno ancora digerito il colpo di stato del 1953, notoriamente diretto dalla CIA, che depose il governo democraticamente eletto del Primo Ministro Mohammed Mossadeq. Bisogna tenere a mente, inoltre, che l’attuale governo islamico fu istituito in seguito alla rivoluzione iraniana del 1979, scatenata dall’insurrezione popolare contro la monarchia autoritaria di Shah Mohammad Reza Palhavi, sostenuta e finanziata dagli americani.
Inoltre, sarebbe inutile e cruento da parte di Obama incoraggiare gli iraniani alla ribellione contro il proprio governo in un momento in cui gli Stati Uniti non hanno in realtà nessuna intenzione di intervenire militarmente per difendere i dimostranti dalla prevedibile repressione governativa.
Altre considerazioni, di tipo più pragmatico, sono anch’esse importanti. Innanzitutto, le manifestazioni seguite allo scandaloso voto del 12 giugno si sono concentrate quasi esclusivamente nelle grandi città, coinvolgendo una minoranza, per quanto cospicua, della popolazione. Fra l’altro, a due settimane dal voto, sembra oggi che le proteste comincino a diradarsi, certamente anche in seguito alla violenta risposta dello stato. Viene dunque da pensare che sarebbe forse stato precipitoso per Obama lanciarsi immediatamente in una campagna pro-opposizione e pro-democrazia. Può essere che valga invece la pena aspettare, per capire cosa succederà a questo movimento iraniano di piazza nei prossimi mesi. In secondo luogo, anche i manifestanti non chiedono, per ora, l’abbattimento del regime islamico, bensì protestano il risultato delle elezioni e scendono in piazza in difesa del proprio diritto di voto e a sostegno del proprio candidato, Mir-Hossein Mousavi.
Ma, come scrive Suzanne Maloney, un’esperta dell’Iran alla Brookings Institution, bisogna cercare di non farsi prendere da eccessivi entusiasmi per la politica di Mousavi, il quale, per quanto opposto al governo di Ahmadinejad, rimane un rivoluzionario della prima ora. “È importante non farsi travolgere dall’idea romantica di un iraniano moderato”, sostiene Maloney.
Insomma, è difficile pensare a quale altro atteggiamento avrebbe dovuto tenere Obama. Certo, il presidente avrebbe potuto fare una qualche dichiarazione di principio in stile George W. Bush che avrebbe rovinato per sempre qualsiasi possibilità di dialogo con l’Iran e, di conseguenza, qualunque speranza di cambiamento e riforma non violenta del regime islamico nel lungo, forse anche lunghissimo, periodo.
E’ chiaro che, se la situazione in Iran dovesse continuare a peggiorare, Obama sarà costretto a seguire una linea sempre più dura. Per il momento, però, sembra che l’Amministrazione statunitense abbia scelto di seguire la filosofia pragmatica e realista illustrata al Washington Post da un rappresentante del governo che, per l’occasione, ha scelto l’anonimato: “Stiamo cercando di promuovere una politica estera che aiuti a avanzare i nostri interessi, anziché una che ci faccia sentire bravi e buoni”.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Turchia – Il processo del secolo
Istanbul – Continua ad allargarsi, anche fisicamente, l’inchiesta giudiziaria sul caso Ergenekon, secondo l’accusa, una deviazione criminale e golpista ai più alti livelli dello Stato Turco che avrebbe tentato di sovvertire attraverso il terrorismo l’attuale governo islamico moderato del Partito di Giustizia e Sviluppo, AKP, del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan.
È di giovedì mattina la notizia che le udienze, tenutesi fin dall’inizio del processo nel 2008 in un’aula all’interno del complesso detentivo di Silivri, saranno spostate in un diverso e più grande auditorium nella medesima prigione per accomodare il flusso crescente di spettatori curiosi e giornalisti, e il gran numero di imputati. La nuova sistemazione dovrebbe garantire un posto a sedere fino a 753 persone.
L’indagine in corso cominciò nel 2007, quando 27 bombe a mano furono ritrovate in un sobborgo popolare di Istanbul. Da allora, numerosi altri episodi di violenza sono stati ricollegati alle attività del gruppo Ergenekon, nome ispirato a un piccolo villaggio siberiano da cui proverebbe originariamente la stirpe turca. L’apice del progetto Ergenekon, sostiene l’accusa, si sarebbe dovuto compiere proprio quest’anno, con un colpo di stato volto a deporre il governo in carica (va ricordato che varie correnti dell’esercito turco sono state responsabili di quattro colpi di stato a partire dal 1950).
Sono 86 gli imputati nel processo, tra cui generali in pensione, politici, avvocati e imprenditori. In Turchia Ergenekon è stato soprannominato già da tempo il “processo del secolo” e riempie quotidianamente le prime pagine dei giornali.
Le radici di questo misterioso gruppo, noto in Turchia anche come lo “stato profondo” (una serie di alte cariche dello stato e della società civile che si sono organizzate per gestire la politica turca da dietro le quinte e senza tenere in considerazione la volontà democratica dei cittadini), risalgono alla filiale turca dell’Operazione Gladio, stabilita nel secondo dopo guerra per combattere l’avanzata internazionale del comunismo. In realtà, pare che il gruppo sotto processo in questo momento sarebbe solamente una più recente emanazione di quello originario, il cui profilo rimane sfuggente.
Si tratterebbe, in ogni caso, di un’organizzazione dalla struttura piuttosto flessibile e di marca secolare ma ultra-nazionalista (quel misto ideologico discendente direttamente dalla visione del fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal Ataturk, che tutt’oggi fa della politica turca un puzzle di difficile risoluzione). Ergenekon va considerato, dunque, alla stregua di una parte deviata di esercito e forze dell’ordine, radicalmente contraria sia alle formazioni politiche pro-islamiche, ma, allo stesso tempo, anche a un eccessivo avvicinamento della Turchia all’Unione Europea. La filosofia che guiderebbe quest’organizzazione è indipendentista e di tendenze euro-asiatiche, proponente di una grande Turchia laica come potenza regionale.
Gli scandali in qualche modo collegati al caso Ergenekon si succedono senza soluzione di continuità, in parte scatenati dalla copertura dei media turchi, accusati più volte di eccessivo sensazionalismo se non addirittura della fabbricazione intenzionale di alcune notizie. Fatto sta che, talvolta, è complicato distinguere tra verità e fantasia, tra reali disegni militari per sovvertire il potere politico e una tendenza generale verso una gratuita teoria del complotto.
L’ultimo sviluppo è della settimana scorsa, quando sarebbe stato rinvenuto un documento, nell’ufficio di uno degli avvocati imputati nel processo Ergenekon, firmato dal Colonnello dell’esercito turco Dursun Cicek, documento in cui si delineavano le azioni da mettere in atto al fine di delegittimare il governo dell’AKP e mettere fuori legge sia il partito islamico moderato che la setta associata con il suo fondatore, il movimento Gulen.
L’esercito e il Colonnello Cicek per ora smentiscono la veridicità del documento. La firma incriminata è esaminata in questi giorni dagli esperti. Venisse ritenuta valida, e non un falso, allora anche quest’ultimo episodio rientrerebbe a far parte del processo Ergenekon.
Parte dell’elite laica sospetta che il processo Ergenekon sia in realtà una fabbricazione per mano dell’AKP in cerca di vendetta contro l’opposizione. Sarebbe questo, insomma, l’ennesimo capitolo nell’infinita saga della lotta fra laici e religiosi. Non a caso, sostengono alcuni, l’inizio del processo sarebbe coinciso proprio con un altro caso giudiziario del 2008, quando un magistrato dell’establishment laico istituì un processo, poi perso, per lo smembramento dell’AKP, con l’accusa che le tendenze pro-islamiche del partito minacciavano alle fondamenta la laicità dello stato turco quale fu istituita da Ataturk.
Si prevede che le udienze del processo Ergenekon dureranno almeno fino alla fine di quest’anno.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
L’America ci osserva dubbiosa
Dopo la tornata elettorale del 7 giugno, gli Americani guardano all’Europa con occhio critico e preoccupato, si domandano quale sarà il futuro dell’Unione e cercano di capire quale lezione politica possano apprendere loro dal risultato delle nostre elezioni.
Il New York Times pone l’accento sulla sconfitta subita nel voto dello scorso weekend da un progetto europeista serio e ci mette in guardia sul fatto che l’Europa potrebbe un giorno diventare una grande occasione persa. L’esperimento di condivisione di sovranità portato avanti dall’Unione Europea, progetto politico grazie al quale il continente ha costruito una zona di pace che va dalla Gran Bretagna ai Balcani, è indubbiamente straordinario, scrive Steven Erlanger sul Times. Bisogna ricordarsi, infatti, che 491 milioni di cittadini di 27 paesi differenti sono oggi integrati in un mercato unico che produce quasi un terzo di più degli Stati Uniti. “Con la leadership americana in crisi a causa di guerre controverse, e con il modello economico statunitense, fondato sul libero mercato e su scarse regolamentazioni, oggetto di critiche sempre più intense, l’Europa conta”, scrive Erlanger. “Il modello europeo d’intervento governativo nell’economia; di rigido controllo delle attività finanziarie, dell’industria e del mercato del lavoro; e i generosi sistemi pensionistici e sanitari pubblici, è oggi considerato in alcuni circoli come un’alternativa reale al capitalismo di stile anglo-americano”, prosegue il giornalista.
Eppure la crisi economica, cominciata negli Stati Uniti, sta colpendo l’Europa in maniera ancora più dura. Molti economisti sono ormai d’accordo sul fatto che la recessione durerà qui più a lungo che in America. Secondo Erlanger, l’incapacità dei leader europei, troppo concentrati su questioni nazionali, di accordarsi sulle strategie da perseguire per uscire dalla crisi, e la tendenza a cercare di risolvere i problemi di disoccupazione interna a scapito dei livelli d’impiego negli altri paesi dell’Unione, sono da considerarsi cause fondamentali delle difficoltà odierne dell’Europa e dell’insoddisfazione dei cittadini europei, sintomatica nel voto del 7 giugno. “La crisi economica mondiale”, scrive Erlanger, “ci ha fatto capire che l’Unione Europea è meno che l’insieme delle sue parti”.
Ma mentre il New York Times sostiene una linea europeista, e lamenta la mancanza di una politica economica coesa a livello dell’Unione che traghetterebbe il continente fuori dalla crisi in maniera più veloce e efficiente, le analisi della disfatta della sinistra europea che si fanno negli Stati Uniti sono le più svariate e contraddittorie.
Secondo Michael Lind, Direttore del Centro di Studi Economici alla New America Foundation ed ex professore a Harvard e Johns Hopkins, il centro-sinistra in Europa si trova ormai drammaticamente disgiunto dal proprio elettorato. L’internazionalismo tipico del socialismo europeo, trasformatosi negli anni novanta (nell’Inghilterra di Tony Blair ad esempio) in una filosofia politica pro-capitalista e anti-nazionalista, può forse piacere alle elite istruite e benestanti delle università e delle banche d’investimento, ma ha poco da offrire alla gente comune che continua a vedere nello stato-nazione l’agente che deve proteggerla da un mondo pericoloso. “Nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto che, in un periodo di crisi economica, porzioni rilevanti della popolazione si rivolgano a forme estreme di nazionalismo della destra, invece che a progressisti che pensano che aiutare i propri concittadini sia in realtà una forma di discriminazione verso stranieri più meritevoli”, scrive Lind su Slate.com.
Guardando alle elezioni europee con un occhio all’America, Lind offre un avvertimento al Presidente Obama, anch’esso rappresentante della terza-via progressista, un movimento liberista e internazionalista incarnato nel passato da Bill Clinton. “In un mondo in cui anche l’illuminata Europa rifiuta gli ideali di una sinistra post-nazionale”, scrive Lind, “i progressisti americani farebbero forse meglio a riconsiderare i propri flirt con l’ideale di un’Unione Europea social democratica e, invece, cercare di riconnettersi a più vecchie tradizioni del centro-sinistra americano, in cui il liberismo, il populismo, e la sovranità nazionale erano visti non solo come compatibili, ma anche come fondamentalmente interconnessi”.
Gli Americani cercano di trarre indicazioni utili alla propria politica interna dal voto europeo del 7 giugno anche perché il risultato elettorale di casa nostra li preoccupa, in particolare per la deriva di estrema destra registrata un po’ dappertutto nell’Unione. Proprio Lind nota con una certa angoscia un paragone storico a dir poco terrificante: “La Grande Depressione in Europa portò al potere i Nazional-socialisti in Germania e altri partiti e movimenti xenofobi nel resto del continente”. E questo accadeva nel momento in cui, così come oggi, gli Stati Uniti sceglievano invece l’esperimento liberal e quasi socialista di Franklin Roosevelt e del New Deal.
Naturalmente non tutti negli Stati Uniti hanno un’opinione così negativa del voto europeo. Per una commentatrice di marca neo-conservatrice come Anne Applebaum, che ha però votato per Obama nelle ultime elezioni presidenziali e che si dice ancora nostalgica del partito conservatore inglese durante il regno di Margaret Thatcher, le elezioni europee sono motivo di entusiasmo, e la nostra politica di destra un modello da imitare per i repubblicani americani allo sfascio. “Abbiamo aspettato a lungo, ma il previsto rigurgito europeo – contro il capitalismo, il libero mercato, la destra – non e’ arrivato […] al contrario, nelle elezioni europee tenutesi quest’ultimo weekend, il capitalismo ha trionfato”, scrive Applebaum sul Washington Post.
Applebaum sostiene che la vittoria conservatrice in Europa e la quasi simultanea sconfitta della destra americana sono entrambi da attribuirsi al fatto che i politici europei, al contrario dei leader del partito repubblicano, sono rimasti fedeli alla propria filosofia economica liberista. Non ci sono, secondo Applebaum, equivalenti europei dei deficit di bilancio alla George W. Bush o della generosa spesa pubblica alla Barack Obama. Inoltre, invece che continuare a ossessionare l’elettorato con temi di sicurezza nazionale, come si è intestardita a fare la destra americana, i conservatori europei si sono concentrati su temi di natura prettamente economica, più sentiti dagli elettori travolti dalla crisi globale.
Non è chiaro nemmeno agli intellettuali americani se sia meglio che la sinistra europea faccia un ulteriore sforzo europeista o, piuttosto, provi a riorentare la propria politica in un’ottica nazionale. Quello che è chiaro però è che, se vuole vincere, la sinistra europea dovrà imparare qualcosa dalla sinistra americana prima che sia la destra americana a imparare dalla propria controparte europea.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica