Mercato del lavoro sempre in affanno
Lo scorso febbraio il Congresso americano approvava il pacchetto di stimolo economico da 787 miliardi di dollari voluto dalla neo-eletta Amministrazione Obama per far fronte a una delle più drammatiche crisi economiche mai attraversate dal paese. L’economia a stelle e strisce perdeva, in quel periodo, una media di 700.000 posti di lavoro al mese.
Considerato quel momento così critico, non c’è da sorprendersi che gli ultimi dati sull’occupazione siano stati interpretati da tutti come una prima, parziale, vittoria. Il mese scorso, infatti, in America si sono volatilizzati solamente 11.000 posti di lavoro, segnale che le iniziative prese dall’amministrazione sono servite perlomeno a tamponare l’emorragia.
Il tasso di disoccupazione, però, rimane il tasto dolente per il Presidente Obama, e per un Partito Democratico che si avvia verso le elezioni midterm del 2010 da partito di governo.
Nonostante i segnali positivi registrati a novembre, infatti, e nonostante il fatto che, complessivamente, l’economia americana abbia mostrato, nel terzo quadrimestre di quest’anno, i primi segni di ripresa (con una crescita del 3,5% su base annua), il mercato del lavoro continua a languire. Il tasso di disoccupazione si è assestato, tra ottobre e novembre, intorno al 10%, il dato peggiore registrato dall’inizio degli anni novanta. Tradotto in numeri, questo significa che ci sono oggi 15 milioni di Americani senza un lavoro, di cui il 36% sarebbe disoccupato da oltre sei mesi.
Così il Presidente Obama, impegnato contemporaneamente su molti fronti difficili, dalla riforma sanitaria, alla Guerra in Afghanistan, al riscaldamento globale, è tornato a parlare di occupazione martedì, in un discorso fatto alla Brookings Institution, un centro di ricerca a Washington D.C. “Il lavoro che dobbiamo portare avanti non è affatto concluso,” ha detto il presidente, “visto che, anche se abbiamo trasformato il torrente di posti di lavoro persi in un piccolo ruscello, non riusciamo ancora a crearne di nuovi a un ritmo sufficiente per aiutare tutte quelle famiglie che sono state travolte dall’inondazione.”
Obama ha così offerto una panoramica delle nuove misure economiche che intende perseguire al fine di incoraggiare la creazione di nuovi posti di lavoro.
Pur rimanendo un po’ sul vago, il presidente ha descritto un programma in tre punti, pensato sostanzialmente come aggiunta al pacchetto di stimolo economico approvato a inizio anno. Il governo, ha detto il presidente, si impegna a far passare tagli fiscali che facilitino i piccoli imprenditori disposti a assumere nuovo personale. Obama ha poi espresso la volontà di dirottare verso le casse statali una nuova ondata di fondi federali, con il fine di rinvigorire ulteriormente il programma già in corso, d’ispirazione keynesiana, di rilancio delle opere pubbliche. Nei giorni del vertice sul riscaldamento climatico in corso a Copenhagen, il presidente è tornato infine sul tema dell’economia verde, e ha promesso finanziamenti ad hoc per incoraggiare la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore. Ad esempio, si parla di riduzioni fiscali da concedere ai proprietari di casa che investano in ristrutturazioni ecologiche.
Obama non ha spiegato in dettaglio come intende finanziare questa nuova manovra economica. In parte, è ormai chiaro che i soldi arriveranno dai risparmi inattesi ottenuti con il programma TARP (ovvero il fondo creato a inizio anno per soccorrere i grandi istituti finanziari in crisi), risparmi che si calcola dovrebbero aggirarsi almeno sui 200 miliardi di dollari. Questo si prospetta già come motivo di scontro tra l’amministrazione democratica e l’opposizione repubblicana, che insiste che quei fondi siano immediatamente versati nelle casse federali per ridurre, almeno un po’, il sempre più gigantesco debito pubblico americano.
Mentre l’Amministrazione Obama lavora al proprio piano per l’occupazione, anche il Congresso sta cominciando trattative simili. Qualsiasi nuova misura economica non verrà, però, discussa o votata prima dell’inizio del prossimo anno.
In tempi più brevi, invece, il Congresso dovrebbe approvare un’estensione di un anno per una serie di sussidi di disoccupazione straordinari decisi all’inizio del 2009 per far fronte all’emergenza, sussidi che comprendevano anche finanziamenti per garantire ai disoccupati una assicurazione sanitaria. Questi sussidi, che hanno aiutato almeno un milione di lavoratori, scadono alla fine dell’anno. Il costo di questa manovra si aggirerebbe sui 100 miliardi di dollari.
Quella che gli economisti già chiamano una “jobless recovery”, ovvero la possibilità concreta che la ripresa economica non si traduca in una crescita reale dell’occupazione, preoccupa i democratici al governo e li tiene impegnati a tempo pieno ancora oggi, a oltre un anno dallo scoppio della crisi.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
La guerra di Obama
Doveva essere una ripetizione del discorso di Filadelfia del marzo 2008, quando, in uno dei momenti decisivi della campagna per le primarie democratiche, l’allora candidato Barack Obama incantò la nazione parlando di relazioni interrazziali e convinse gli elettori americani a sostenerlo alle urne. Così come allora, anche questo martedì all’Accademia Militare di West Point il Presidente aveva sperato di tirar fuori dal cilindro un grande discorso che riuscisse a unificare la nazione, convincendo tutti, a destra e a sinistra, che la nuova Amministrazione democratica fosse davvero sulla strada giusta riguardo alla guerra in Afghanistan.
Invece, nel consueto tentativo di cercare la mediazione tra le parti, dando ragione un po’ ai democratici e un po’ ai repubblicani, Obama questa volta ha finito per deludere, e per scontentare tutti. “Sono molto delusa, direi quasi intristita, ma, in fondo, non mi sento tradita”, ha scritto nel proprio editoriale sul magazine liberal Salon.com Joan Walsh. “Obama ha governato fin qui proprio come ci si deve attendere da un centrista come lui […] Ci vorrà molto lavoro da parte degli attivisti per spingerlo a trovare soluzioni migliori”.
Dopo aver passato gli ultimi mesi a studiare le condizioni di sicurezza in Afghanistan, Al-Qaeda e i Talebani, il Presidente Obama ha deciso, infine, di mantenere quella che era stata una promessa elettorale, ovvero che l’Afghanistan e non l’Iraq rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e che quindi bisogna occuparsene con decisione. Obama darà così ordine di inviare trentamila nuovi soldati in Afghanistan, rispondendo più o meno positivamente alla richiesta del Generale McChrystal, comandante delle truppe americane e NATO in Afghanistan, che gliene chiedeva quarantamila.
Inizialmente, la decisione è stata accolta con un certo entusiasmo nelle fila repubblicane, tanto che Danielle Pletka, analista neo-conservatrice dell’American Enterprise Institute, un centro di ricerca di Washington DC, commentava contenta a metà circa del discorso del presidente che “fin qui, avrebbe potuto anche essere Bush a parlare”.
Ma Obama sapeva anche, martedì, di dover tranquillizzare gli animi dei colleghi democratici. Molti esponenti del Partito dell’Asinello sono critici della decisione di aumentare il coinvolgimento americano in Afghanistan, per diverse ragioni. Innanzitutto, con gli Stati Uniti ancora sofferenti per via della crisi economica, i parlamentari democratici sono preoccupati del fatto che l’Amministrazione Obama non ha ancora spiegato esattamente come pensa di finanziare l’incremento dei costi bellici, che per l’anno fiscale 2010 dovrebbero assestarsi sui 30-40 miliardi di dollari (è già stata esclusa la possibilità di una nuova tassa sul reddito, il che significa, molto probabilmente, che la guerra andrà a pesare ulteriormente sul debito pubblico). Parte della sinistra americana è, inoltre, poco convinta che questa sia la scelta giusta, sospettosa che l’aumento della presenza a stelle e strisce in Afghanistan non farà altro che creare nuovo anti-americanismo e nuove reclute per l’estremismo islamico. Fra l’altro, la corruzione endemica del governo Karzai, in cui gli Afgani ripongono pochissima fiducia, non fa sperare in una reazione positiva da parte del popolo e della politica locale. Infine, i democratici sono preoccupati delle elezioni midterm dell’anno prossimo, visto che molti degli attivisti di partito sono radicalmente contrari alla “surge” di Obama.
Così, per rassicurare i colleghi, il Presidente ha dichiarato martedì che la decisione di aumentare il numero di soldati al fronte non equivale a un impegno militare in Afghanistan a tempo indeterminato. Ma che, anzi, la “surge” che comincerà a gennaio 2010 e che dovrebbe completarsi entro l’autunno dello stesso anno, inizierà a concludersi già nel luglio del 2011.
Questo dettaglio, però, ha acceso il dibattito al Congresso. Già mercoledì si sono aperte una serie di riunioni di commissioni, sia alla Camera che al Senato, in cui rappresentati dell’Amministrazione Obama (il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Ministro della Difesa Robert Gates, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Mike Mullen) hanno dovuto rispondere alle domande insistenti sia dei repubblicani che dei democratici sul significato di questa data di scadenza. Per i repubblicani, ad esempio, un termine predeterminato per questa nuova missione ne minerebbe le fondamenta, indicando a Al Qaeda e Talebani che, se aspettano soli due anni, potranno poi riprendersi l’Afghanistan indisturbati.
E così, già Obama martedì e soprattutto il Ministro Gates mercoledì, hanno dovuto spiegare che il luglio 2011 non è un termine ultimo e imprescindibile, ma che l’inizio del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan dipenderà dai progressi fatti sul campo, dalla capacità delle forze afgane di prendere in mano la situazione e che, in sostanza, si tratterà di una decisione politica, ma soprattutto militare, che verrà discussa a partire dalla fine dell’anno prossimo.
Insomma, la strategia americana in Afghanistan rimane piuttosto vaga. Come ha scritto John Dickerson sull’altro magazine liberal Slate.com, “E’ ormai chiaro che Obama è un presidente deciso a perseguire una guerra attivamente, e non semplicemente a occuparsi a malincuore di un conflitto che ha ricevuto in eredità da altri. Il resto [la strategia], però, è molto confuso”.
Il presidente americano è investito del potere di ordinare l’invio dei soldati, ma il Congresso dovrà approvare i costi dell’operazione. E’ evidente che Obama, che ha scelto di fare dell’Afghanistan la propria guerra, dovrà combattere non solo a Kandahar, ma anche sul fronte domestico.
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Aspettando West Point
Mentre l’America festeggia il giorno del Ringraziamento con il tradizionale tacchino, il Presidente Barack Obama si prepara a annunciare, finalmente, la propria decisione in merito al numero di truppe aggiuntive da mandare in Afghanistan e alla strategia militare e politica che la nuova amministrazione statunitense intende perseguire di qui in avanti. L’annuncio arriverà martedì prossimo, il primo dicembre, in un discorso che il Presidente terrà in prima serata all’Accademia di West Point, una delle più famose scuole militari del paese.
Puntando ancora una volta sulla propria arte oratoria, il Presidente Obama dovrà cercare di ottenere due risultati con il discorso di West Point. Da un lato, dovrà saper vendere, a un popolo e a un esercito oggi molto provati dalle campagne militari in Afghanistan e Iraq, che durano ormai quasi da un decennio, un ulteriore sforzo, necessario per la difesa della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Dall’altro, Obama dovrà anche rassicurare gli Americani che non si tratta, questo, di un altro impegno preso a tempo indeterminato, bensì che la nuova ondata di soldati mandati in Afghanistan farà sì che l’impegno militare americano possa concludersi con successo e in tempi brevi. “Questo è il nono anno della nostra presenza in Afghanistan. Non rimarremo nel paese per altri otto o nove anni,” ha promesso alla stampa Robert Gibbs, il portavoce della Casa Bianca.
E infatti, in una conferenza stampa tenutasi alla Casa Bianca martedì scorso, Obama, che era accompagnato dal Primo Ministro indiano Manmohan Singh in visita ufficiale a Washington, ha dichiarato: “Dopo otto anni – durante i quali non sempre disponevamo, penso, né delle risorse né della strategia necessari a portare a termine l’opera – è oggi mia intenzione finire il lavoro”.
Le previsioni sono che Obama annuncerà l’invio in Afghanistan di circa trentamila nuovi soldati, un numero inferiore ai quarantamila che aveva richiesto il Generale McChrystal, comandante delle truppe americane nel paese, ma superiore a quello assai più ristretto a cui voleva limitarsi il Vice-Presidente Joe Biden. In realtà, pare che il presidente non abbia ancora preso una decisione definitiva. “Non è ancora soddisfatto”, ha detto anonimamente al New York Times un ufficiale dell’Amministrazione.
In particolare, Obama è preoccupato delle resistenze all’aumento dell’impegno militare americano in Afghanistan che esistono all’interno del proprio partito e della propria base di sostenitori. Molti democratici, infatti, sarebbero ben contenti di concentrare la spesa pubblica sulle riforme che il governo sta perseguendo a livello di politica interna (come ad esempio la riforma sanitaria) anziché continuare a spendere dollari per le guerre in Iraq e Afghanistan.
Secondo le ultime stime, il costo di quarantamila truppe aggiuntive da mandare in Afghanistan sarebbe tra i 40 e i 54 miliardi di dollari l’anno. In generale, si calcola che ci voglia circa un milione di dollari in più all’anno per ogni soldato che si aggiunge alla missione in corso. Questo, naturalmente, significa che, anche se Obama rimarrà sotto le trentamila unità come sembra, l’espansione delle operazioni in Afghanistan annullerebbe completamente i risparmi che dovrebbero derivare dal progressivo ritiro di truppe americane dall’Iraq (circa 26 miliardi di dollari nel 2010).
A testimonianza dei dubbi che circolano nella sinistra americana, il Center for American Progress (CAP), un centro di ricerca nella capitale Washington che collabora da vicino con la Casa Bianca di Obama, ha rilasciato un comunicato stampa nel quale insiste con il Presidente su cinque punti fermi che Obama non può ignorare nel prendere la propria decisione in merito all’Afghanistan. Secondo CAP, Obama deve decidere immediatamente di una tempistica, per quanto flessibile, per l’eventuale ritiro delle truppe americane; deve assicurarsi che la missione sia condivisa dagli alleati internazionali degli Stati Uniti; deve fare pressione sul Pakistan affinché combatta i propri gruppi di estremisti; deve richiedere all’Afghanistan una serie di riforme interne per garantire migliore governabilità; e, infine, deve spiegare con chiarezza come verrà finanziata la guerra.
Per il momento, però, Obama si è astenuto dal rivelare dettaglio alcuno della propria strategia, così come non ha cercato di chiarire cosa intenda, esattamente, con l’espressione “to finish the job [finire il lavoro]”.
Gli unici sviluppi, per ora, sono arrivati dal fronte degli alleati internazionali. Obama cercherà di convincere i propri alleati a inviare diecimila nuovi soldati in Afghanistan, da accompagnare ai circa trentamila che manderebbero gli Americani. Per ora, il Primo Ministro inglese Gordon Brown è stato l’unico a rispondere in maniera positiva, promettendo che la Gran Bretagna contribuirà con cinquecento nuovi soldati direttamente, e assicurando di aver ricevuto promesse simili, per un totale di altri cinquemila uomini, da vari altri paesi, dalla Slovacchia alla Corea del Sud. Ma in tanti, inclusa l’Italia, rimangono silenziosi, con la guerra in Afghanistan sempre meno popolare tra gli elettori.
Che Barack Obama, martedì prossimo, riesca a smuovere il cuore degli Europei oltre che quello degli Americani?
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Salute e politica nell’America di Obama
Mentre Obama conclude in Corea del Sud il proprio lungo viaggio in Asia, da Washington arrivano segnali incoraggianti a proposito della riforma sanitaria. Il Senatore Harry Reid del Nevada, leader della maggioranza democratica, ha presentato mercoledì una proposta di legge che, nelle promesse, dovrebbe estendere la copertura assicurativa a 31 milioni di americani che oggi ne sono privi e, al contempo, contribuire a ridurre il debito pubblico nazionale.
Secondo Reid, il Patient Protection and Affordable Care Act, come è stata chiamata la proposta di legge, verrebbe a costare 848 miliardi di dollari su dieci anni (sotto il tetto dei 900 voluto da Obama), ma dovrebbe consentire al governo americano di ridurre il deficit di 130 miliardi entro una decade, grazie all’introduzione di nuove tasse. Il testo di legge proposto dai democratici al Senato comprende, come novità assoluta, l’idea di un’imposta del 5% sulle procedure di chirurgia estetica non necessarie, ovvero quelle che non siano dettate da conseguenze traumatiche di incidenti automobilistici o da malformazioni genetiche al corpo.
La proposta della leadership democratica al Senato è simile al testo di legge già passato dalla Camera dei Deputati, anche se rimane, fin qui, meno restrittiva sull’interruzione di gravidanza, tema che, alla Camera e tra gli attivisti, ha finito per creare una spaccatura interna al Partito dell’Asinello.
Nella riforma pensata da Harry Reid è compresa anche una forma di “opzione pubblica”, ovvero una assicurazione sanitaria gestita dal governo che competerebbe sul mercato con quelle private. Agli stati dell’Unione, però, è concesso il diritto di sganciarsi da tale “opzione pubblica” con il passaggio di una legge opportuna.
Obama ha applaudito, dall’Asia, il lavoro dei colleghi democratici al Senato. La proposta presentata alla stampa mercoledì sera deve ora passare un doppio test. Innanzitutto, dovrà essere approvata da tutti e 58 Senatori democratici più i due Senatori indipendenti che, normalmente, votano a sinistra. Solo allora comincerà il vero e proprio dibattito parlamentare con la controparte repubblicana, che già si prevede difficile. I Senatori del GOP (Partito Repubblicano), infatti, hanno promesso battaglia, dichiarando che faranno di tutto per opporre una misura che, secondo loro, equivale a un intollerabile espansione dei poteri del governo. “Sarà una Guerra Santa”, ha dichiarato il Senatore Orrin G. Hatch, dello Utah.
Intanto, in America è scoppiata un’altra polemica a sfondo sanitario. Una commissione ministeriale tecnica composta di 16 esperti medici (U.S. Preventive Services Task Force), ha pubblicato uno studio che conclude che non è necessario, ma anzi può essere rischioso, che le donne di meno di cinquant’anni si sottopongano a mammografie di routine.
Tanti in America trovano le conclusioni raggiunte dalla U.S. Preventive Services Task Force inaccettabili, e sospettano che ci sia un collegamento tra la tempistica della pubblicazione di questo studio e il dibattito in corso sulla riforma sanitaria, e che i colossi assicurativi privati abbiano avuto una qualche influenza sulle riflessioni dei medici in commissione. Oggi, quarantanove stati dell’Unione impongono alle assicurazioni private di rimborsare ai clienti i costi delle mammografie, ma tale garanzia potrebbe venir meno se i risultati di questo studio dovessero essere considerati dal Congresso nel passaggio della riforma sanitaria. In generale, si pensa, le società di assicurazione risparmierebbero, se una procedura come la mammografia non dovesse più essere effettuata con la stessa frequenza.
Sia la Casa Bianca che il Ministro della Salute Kathleen Sebelius, per ora, hanno dichiarato che le conclusioni della Task Force non avranno effetto sulle politiche sanitarie nazionali, mentre tutte le più importanti associazioni mediche del paese incoraggiano le donne a continuare a sottoporsi a mammografie con la solita frequenza.
L’intreccio fra salute e politica è sempre più il cuore del dibattito pubblico in America.
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Buon Anniversario Mr. President
A un anno dall’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti, gli americani sono tornati a votare questa settimana in una serie di competizioni elettorali di livello statale e locale. I risultati di questa tornata di fine 2009 sono misti. I segnali provenienti dalle urne non sono particolarmente incoraggianti per la Casa Bianca; i repubblicani hanno, infatti, riconquistato Virginia e New Jersey, che erano andati ai democratici nelle elezioni presidenziali dell’anno passato. Anche se non è vero che il risultato del voto di martedì debba essere inteso esclusivamente come una sconfitta dell’Amministrazione Obama, come invece vorrebbero far credere i repubblicani, si tratta, però, di un avvertimento.
Tre le elezioni con un riscontro politico di livello nazionale: quelle per i governatori di Virginia e New Jersey, e quella tenutasi nel 23mo distretto dello Stato di New York e che metteva in palio il seggio alla Camera dei Deputati di Washington D.C.
In Virginia, uno stato tendenzialmente conservatore che era, però, andato a Obama nelle elezioni del novembre 2008, e in cui i democratici detenevano il controllo del governo statale da ben otto anni, i repubblicani sono tornati a vincere, piuttosto agilmente, con Robert McDonnell, politico dalle credenziali decisamente conservatrici, ma che ha scelto di centrare la propria campagna elettorale su problematiche pratiche e molto sentite dall’elettorato, ovvero questioni di tassazione e di occupazione.
Dal New Jersey, una roccaforte democratica, arrivano le notizie più preoccupanti per la Casa Bianca, in particolare se si tiene conto che il Presidente Obama si è speso di persona nella campagna elettorale per il posto da governatore. Il repubblicano Christopher Christie ha sconfitto il mal visto governatore democratico in carica Jon Corzine, diventando il primo conservatore a vincere, in New Jersey, un’elezione di livello statale da dodici anni a questa parte.
Nello Stato di New York, invece, i democratici hanno potuto tirare un sospiro di sollievo, grazie all’inaspettata vittoria di Bill Owens contro il candidato indipendente e ultra-conservatore Douglas Hoffman. In origine, i repubblicani avevano scelto di candidare la moderata Dede Scozzafava, sostenitrice del diritto all’aborto e dei diritti degli omosessuali. In questo distretto conservatore, che il Partito Repubblicano rappresentava a Washington DC dai tempi della Guerra Civile, la base di destra si è ribellata alla scelta di Scozzafava e ha sostenuto, invece, Hoffman, che si era candidato inizialmente come indipendente. A pochi giorni dal voto di martedì, però, Scozzafava ha deciso di ritirare la propria candidatura, dopo aver capito che non avrebbe mai potuto vincere vista la spaccatura all’interno del proprio elettorato. E, mentre la leadership del GOP si affrettava a sostenere Hoffman, Scozzafava si è, invece, dichiarata più vicina alle posizioni del democratico Owens. Con il Partito Repubblicano diviso, e dopo mesi di lotte interne sia a livello statale che a livello nazionale (anche l’ex-candidata alla Vice-Presidenza Sarah Palin ha insistito per dire la sua in questa competizione elettorale), il Partito Democratico ha finito per conquistare, seppur con un margine ristretto, un insolito seggio alla Camera.
Naturalmente, l’America guarda a questa tornata elettorale 2009 con un occhio alle elezioni midterm che si terranno tra un anno. E, in effetti, dal voto sono emerse alcune indicazioni interessanti sia per i repubblicani che per i democratici.
La lezione dello Stato di New York, in cui la base conservatrice di destra ha preso il sopravvento nel Partito Repubblicano portandolo alla sconfitta, dovrebbe insegnare al GOP che, nonostante molti attivisti di partito desiderino vedere eletti solo candidati cosiddetti “puri”, in realtà il grande elettorato americano, anche conservatore, preferisce candidature e campagne elettorali centrate su temi pratici piuttosto che ideologici, come, ad esempio, quelle vincenti di McDonnell in Virginia e di Christie in New Jersey.
Per quanto riguarda i democratici, e il Presidente Obama; per via dei meccanismi di alternanza propri di una democrazia funzionante, una perdita di voti è fisiologica e prevedibile nelle tornate elettorali che seguono la conquista della Casa Bianca. D’altra parte, il fatto che il partito dell’asinello si sia lasciato sfuggire uno stato come il New Jersey, a dispetto dell’impegno elettorale del Presidente, deve fare riflettere.
Lo stato di salute dell’economia rimane la preoccupazione principale degli elettori americani. Fin qui, l’Amministrazione Obama ha preso molte decisioni difficili, (in particolare investendo grandi quantità di denaro pubblico nel proprio programma di governo), ma di risultati tangibili ancora non se ne sono visti. Questo è vero per quanto riguarda l’ambiente, la sanità, la transizione a un’economia “verde” e “ambientalista”, la riforma dell’alta finanza, l’impegno militare in Iraq e in Afghanistan. Solo il tempo, e in alcuni casi ci vorranno anni, potrà dare ragione al presidente.
Nel frattempo, però, l’Americano medio continua a lottare per salvaguardare il proprio posto di lavoro, o per trovarne uno nuovo dopo avere perso il proprio stipendio durante la crisi dell’anno passato. Purtroppo, mentre è stata registrata una leggera ripresa economica nel terzo quadrimestre del 2009 (il 3,5% su base annua), i dati sull’occupazione non sono altrettanto incoraggianti e sembra sempre più probabile che, almeno per ora, gli Stati Uniti siano avviati verso quella che gli esperti chiamano una “jobless recovery”, ovvero una ripresa economica che non ha effetti positivi sul tasso d’occupazione.
Se questa previsione dovesse rivelarsi accurata, allora la Casa Bianca avrebbe di che preoccuparsi nelle elezioni midterm del 2010. Un elettorato che l’anno prossimo, a due anni dall’elezione di Obama a presidente, non dovesse vedere miglioramenti nella propria condizione economica, finirà, molto probabilmente, per scegliere l’opposizione.
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Le mille facce del Pakistan
Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton si trova in questi giorni in visita ufficiale in Pakistan, per trattare un aumento degli aiuti americani al governo di Islamabad e per promuovere una relazione bilaterale tra Pakistan e Stati Uniti con un orizzonte più ampio che la sola lotta al terrorismo, ponendo, ad esempio, un’enfasi maggiore sullo sviluppo sociale e economico di un paese oggi allo sbando.
E, proprio mentre Clinton discuteva mercoledì con il Ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi di un finanziamento da 125 milioni di dollari per il rinnovamento e l’ampliamento della rete energetica del Pakistan, oggi insufficiente rispetto alla domanda complessiva, una autobomba esplodeva nel bel mezzo di un affollato mercato di Peshawar, nel nord-ovest del paese, uccidendo oltre 100 persone. Si tratta del più sanguinario attacco terroristico che ha colpito il Pakistan negli ultimi due anni; un episodio drammatico che mostra le mille facce di questo paese in crisi e, di conseguenza, le difficoltà della comunità internazionale nel rapportarsi con Islamabad.
La visita di Clinton, la sua prima, è stata voluta dall’Amministrazione Obama al fine di calmare una nuova ondata anti-americana che sta attraversando il paese da quando, all’inizio di ottobre, l’esercito pakistano ha lanciato un’offensiva militare nel Waziristan del Sud, una regione chiave al confine con l’Afghanistan, in cui trovano rifugio i militanti di Al Qaeda e i Talebani afgani e pakistani, e che sfugge completamente al controllo del governo centrale.
Alla fine della settimana scorsa, i soldati pakistani avrebbero conquistato il piccolo paese di Koktai, un luogo ormai abbandonato dai suoi residenti, ma che ha un valore sia strategico che simbolico: lì si nasconderebbero, infatti, il capo dei Talebani pakistani, Hakimullah Mehsud, e uno dei loro comandanti più feroci, Qari Hussain. Scrive il New York Times, “la presa di Koktai è il primo segnale positivo in quella che molti analisti prevedono sarà una battaglia ardua per l’esercito pakistano, contro un nemico duro e determinato.”
L’offensiva in Waziristan del sud è arrivata naturalmente sotto pressione statunitense e, di conseguenza, sta rinvigorendo la causa estremista e anti-americana all’interno del Pakistan (basti considerare l’aumento degli attentati terroristici di matrice interna portati un po’ in tutto il paese), rafforzando la posizione di chi sostiene che l’attuale governo del Presidente Asif Ali Zardari non è che un burattino nelle mani di Washington.
In parte proprio per cercare di mitigare i sentimenti nazionalistici della popolazione locale, l’esercito e il governo insistono che l’operazione militare in Waziristan venga pubblicizzata come condotta esclusivamente dalle forze pakistane, senza alcun intervento straniero. Questo nonostante gli aiuti militari americani siano aumentati notevolmente proprio in vista dell’attacco (di nuovo il New York Times scrive giovedì che il Presidente Obama in persona avrebbe insistito in primavera affinché 10 nuovi elicotteri da trasporto Mi-17, e un numero imprecisato di pezzi di ricambio per gli elicotteri da attacco Cobra, venissero consegnati al Pakistan con urgenza, in preparazione alle operazioni prima nella Swat Valley e poi in Waziristan).
Da un lato, la volontà di esercito e governo è comprensibile; apparendo come semplici marionette americane, finirebbero per perdere ogni legittimità politica. Dall’altro, il gioco portato avanti dai governi pakistani che si sono succeduti dal 2001, dalle forze armate e dai servizi segreti, non è per nulla pulito. Si calcola che, in seguito agli attentati terroristici contro New York e Washington dell’11 settembre 2001, e dall’inizio dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, il governo americano abbia mandato oltre 12 miliardi di dollari in Pakistan, sotto forma soprattutto di aiuti militari. Questi finanziamenti avrebbero dovuto aiutare Islamabad e Rawalpindi (dove ha sede l’esercito) a combattere i Talebani, Al Qaeda e a condurre operazioni di counter-insurgency alla frontiera con l’Afghanistan. I risultati però sono, fin qui, molto deludenti, visto che il Pakistan è sempre più il rifugio prediletto dei combattenti afgani.
La strategia di segretezza perseguita da governo e esercito pakistano rende molto difficile capire dove siano finiti tutti questi soldi. In parte, il Pakistan continua a mantenere la maggior parte delle proprie truppe al confine con l’India (fino all’operazione in Waziristan si calcolava che circa l’80% delle forze militari pakistani si trovassero lì, e non al confine con l’Afghanistan dove le vorrebbe la comunità internazionale). Per Islamabad, infatti, l’India rimane il nemico numero uno. In secondo luogo, i servizi segreti pakistani, ISI, hanno a lungo tenuto contatti, e probabilmente finanziato direttamente, i Talebani pakistani e Al Qaeda, visti come uno strumento fondamentale nella lotta per l’influenza politica nell’Afghanistan post-americana, lotta condotta, naturalmente, proprio in contrapposizione al governo di Nuova Delhi.
Mentre l’occidente continua a inviare armi e aiuti militari in Pakistan, che poi ne fa chiaramente quello che vuole, la situazione socio-economica nel paese rimane disastrosa. Secondo alcune statistiche, il tasso di alfabetizzazione in Pakistan è solo del 26% (altri dati governativi più ottimisti lo danno ben al 46%), con il governo che spende appena il 2,5% del Prodotto Interno Lordo per i finanziamenti all’istruzione. E sono così le madrassa, ovvero le scuole islamiche, a educare i figli del Pakistan povero, trovando terreno fertile per i gruppi estremisti che desiderano reclutare nuovi seguaci.
In parte per cercare di rispondere a questa emergenza, il Presidente della Commissione Esteri del Senato americano John Kerry, assieme al Senatore repubblicano di più alto grado in commissione, ovvero Dick Lugar, ha preparato un testo di legge, conosciuto come l’Enhanced Partnership with Pakistan Act, per fornire 1,5 miliardi di dollari all’anno per cinque anni in aiuti non militari al Pakistan. La legge, però, ha suscitato clamore in Pakistan: il testo redatto da Kerry e Lugar contiene, infatti, una serie di meccanismi di controllo sull’uso che il Pakistan sceglierà di fare dei finanziamenti. Gli americani, nelle parole di Hillary Clinton, considerano questo sistema di controllo una garanzia interna volta a verificare l’efficienza della legge. In Pakistan, invece, i meccanismi di supervisione dei finanziamenti americani sono visti come un’inaccettabile interferenza nella sovranità del paese.
Rimane, però, difficile determinare quanto il Pakistan sia uno stato sovrano, in controllo del proprio territorio e della propria popolazione.
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Afghanistan o Pakistan?
Non è solo il dibattito sulla riforma sanitaria a trascinarsi in questo tardo autunno americano: un’altra decisione, quella sulla strategia da perseguire in Afghanistan, questione che potrebbe avere un effetto ancor più duraturo sull’eredità politica del Presidente Barack Obama, pare sempre più problematica. Durante la campagna elettorale dell’anno passato, e per i primi mesi della propria presidenza, Obama ha fatto della guerra in Afghanistan il fulcro della propria politica estera, insistendo che a questo conflitto, e non all’Iraq, fosse data priorità assoluta. Sull’onda del proprio successo elettorale, il Presidente ha autorizzato, in primavera, un dispiegamento aggiuntivo di 17.000 soldati americani in Afghanistan. Il numero totale di forze NATO è così salito a circa 100.000 unità. In settembre, però, il Generale McChrystal, scelto proprio da Obama per prendere il comando delle truppe statunitensi, ha chiesto che gli vengano inviati altri 40.000 soldati. Questa richiesta, sommata all’instabilità e alla violenza che continuano a pervadere il paese, ha convinto il presidente Americano a un momento di riflessione, se non di ripensamento. E, nell’indecisione, si sono venuti a creare due fronti all’interno del campo americano. Da un lato l’esercito, che vuole uno spiegamento maggiore di soldati. Dall’altro, il Vice-Presidente Joe Biden, che invece sostiene la strategia fatta di bombardamenti “mirati”, condotti in Afghanistan e Pakistan da aerei senza pilota al fine di uccidere i capi di Al Qaeda. Il Generale McChrystal ha un passato in Iraq. Dal Golfo, McChrystal spera di poter esportare alcune tattiche in Afghanistan. In particolare, il generale è un sostenitore della cosiddetta “surge”, ovvero dell’aumento delle truppe americane stanziate in Iraq a partire dal 2006. In Iraq, la “surge” ha effettivamente contribuito a un miglioramento delle condizioni di sicurezza nel paese. Secondo McChrystal, questa tattica va replicata in Afghanistan, cosicché le nuove truppe statunitensi si spargano a macchia d’olio per il paese, proteggano la popolazione afgana difendendola dai Talebani e, avendo garantito condizioni minime di sicurezza, possano anche cominciare a costruire un paese più robusto, e capace di gestire i propri affari in maniera indipendente. Che sia, questo della ‘surge’, un approccio valido o meno, si tratta di una tattica che ha bisogno, per avere successo, non solo di più soldati e di più soldi, ma anche di molto più tempo. Una richiesta difficile da presentare ai contribuenti americani, mai come ora desiderosi di chiudere con i conflitti d’oltre-oceano. Negli ultimi sondaggi condotti negli Stati Uniti, più di metà degli intervistati dichiara di non pensare che vada la pena di combattere in Afghanistan. Oltre una persona su tre è addirittura convinta che gli Stati Uniti stiano perdendo la guerra. A un anno delle elezioni mid-term del 2010, i democratici devono stare attenti a non buttare via il consenso accumulato nell’ultimo anno. Viste le condizioni politiche interne all’America, e il peggioramento delle condizioni di sicurezza in Afghanistan, si sta rafforzando, negli Stati Uniti, un polo opposto a quello rappresentato dal Generale McChyrstal e capeggiato dal Vice Biden. Questa fazione ‘scettica’ sostiene che l’Afghanistan è un paese talmente malmesso che, per ottenere qualche miglioramento reale, ci vorrebbero decenni. Il che significa che, se riconfermato, l’impegno militare americano in Afghanistan si prospetta eccezionalmente lungo, sanguinoso e costoso. Il tutto per combattere un nemico che forse non è nemmeno quello giusto. È Al Qaeda e non i Talebani, pensa Biden, la vera minaccia per l’occidente e, dunque, l’unica ragione della presenza americana in Afghanistan. Visto che gli attacchi aerei hanno già ucciso parecchi nomi importanti del network di terrorismo internazionale, bisognerebbe concentrarsi su questi, lasciando perdere le operazioni militari di terra. Il fatto, poi, che il governo afgano si sia mostrato profondamente corrotto e inefficiente, rafforza il punto di vista di chi, come il vice-presidente, vorrebbe venirsene via dal paese. Questa settimana, il governo in carica del Presidente Hamid Karzai è stato ufficialmente accusato di aver perpetrato frodi elettorali per tutto il paese nelle elezioni di agosto, al fine di garantirsi la rielezione. Il riconteggio delle schede elettorali ha mostrato che Karzai, in realtà, ha vinto meno del 50% dei voti necessari a governare. Un turno elettorale aggiuntivo, a mo’ di ballottaggio fra il Presidente Karzai e il suo più temuto concorrente, il Ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, è ora previsto per il 7 novembre. È difficile immaginare che l’Amministrazione Obama prenda alcuna decisione sull’Afghanistan prima di capire con chi si troverà a lavorare. Infine, bisogna mettere in conto il problema, sempre più inquietante, rappresentato dal Pakistan. Il governo pakistano è debole e fragile, e non pare capace, né disponibile, a combattere davvero i militanti islamici locali. Il Pakistan rimane così un rifugio sicuro per i combattenti che scappano dall’Afghanistan. Fino a che il Pakistan viene utilizzato a questo scopo, è difficile immaginare che si possano ottenere successi duraturi in Afghanistan. I Talebani continueranno a limitarsi a retrocedere dietro la frontiera pakistana per poi riorganizzarsi, proprio come hanno fatto dopo l’invasione americana del 2001. È sul Pakistan, dunque, che vanno dirottate le risorse americane. Insomma, il Presidente Obama si trova di fronte a una lista di questioni davvero complesse. Da un lato, l’impegno americano in Afghanistan è destinato a diventare sempre più oneroso, senza alcuna garanzia di successo. Nelle menti degli americani, è ancor vivido il ricordo dell’inutile escalation di truppe portata avanti durante la guerra del Vietnam. D’altro canto, rimane, in casa a stelle e strisce, il timore che andarsene dall’Asia centrale equivalga a permettere una rigenerazione di Al Qaeda. E se poi i terroristi dovessero tornare a colpire con un nuovo undici settembre?
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L’aborto diventa un ostacolo alla riforma sanitaria
Continua tra mille difficoltà il dibattito sulla riforma sanitaria in America. Martedì, la Commissione Servizi Finanziari del Senato ha bocciato due emendamenti che erano stati aggiunti al testo di legge rispettivamente dai Senatori Jay Rockfeller della West Virginia e Chuck Schumer di New York. In maniere diverse, i due emendamenti avevano il fine di far sopravvivere la “public option”, ovvero una qualche forma di assicurazione sanitaria gestita direttamente dal governo e offerta a coloro che, da un lato, non presentano i requisiti necessari a ricevere i sussidi statali versati ai più poveri, e, dall’altro, non possono però permettersi i costi delle polizze private, nemmeno quelli calmierati che dovrebbero risultare dalla riforma.
Nonostante ci sia in commissione una maggioranza democratica di tredici senatori contro dieci, l’hanno spuntata i repubblicani dopo che cinque esponenti del partito dell’asinello si sono aggiunti a loro nel votare contro gli emendamenti. Tra costoro anche il presidente della commissione, il Senatore del Montana Max Baucus. Baucus sostiene che l’opzione pubblica sia troppo rischiosa, e che una proposta di legge che la comprenda non riuscirebbe mai a passare il voto del Senato, mandando così all’aria i mesi di trattative che sono stati necessari a raggiungere un qualche, seppur limitato, compromesso.
In effetti, anche se, in teoria, i democratici hanno al Senato i sessanta voti sufficienti a approvare qualsiasi provvedimento, si prevede che alcuni tra i cosiddetti “Blue Dog Democrats”, ovvero gli esponenti più moderati del partito, sceglierebbero di bocciare l’opzione pubblica.
La fine infelice degli emendamenti voluti da Rockfeller e Schumer ha rappresentato sicuramente un duro colpo per i sostenitori della riforma sanitaria e dell’opzione pubblica. In realtà, come scrive Derek Thompson sull’Atlantic, questo significa che la proposta di legge “è quasi morta, ma non è già morta”. Infatti, qualsiasi testo verrà approvato dalla Commissione Finanza dovrà poi, comunque, essere integrato alle proposte di legge che usciranno dalle altre commissioni competenti, fra cui quella della Commissione Sanità. Inoltre, i sostenitori dell’opzione pubblica confidano che la Camera, in cui la delegazione democratica capeggiata dalla Presidente Nancy Pelosi è decisamente più progressista, passi un testo di legge favorevole all’opzione pubblica. Se Camera e Senato approvassero davvero due proposte di legge molto diverse, queste dovranno comunque confluire in un unico testo di legge, da mandare al Presidente Obama per la firma finale. Starà alla leadership delle due Camere trovare un compromesso accettabile.
Intanto, comincia a diventare sempre più problematica la questione dell’aborto. Da sempre un tema polarizzante in America, l’aborto ha fatto capolino anche nel dibattito sulla riforma sanitaria, grazie all’impegno degli instancabili attivisti “pro-life”, ovvero anti-aborto.
Una legge vecchia di trent’anni stabilisce che il denaro dei contribuenti non può essere utilizzato per finanziare gli aborti volontari, ovvero quelli che risultano dalla scelta personale di una donna e non da indipendenti condizioni mediche. In America, di conseguenza, bisogna fare riferimento a un network di cliniche private per poter abortire. Molte polizze assicurative private coprono, però, i costi di questo tipo di intervento.
Il Presidente Obama, determinato a far passare una riforma della sanità ambiziosa, ma non disposto a rischiare sull’aborto, ha promesso, ad esempio durante il discorso fatto di fronte alla sessione plenaria del Congresso a inizio settembre, che non permetterà che si usino dollari federali per finanziare l’interruzione di gravidanza.
Gli anti-abortisti, però, non si fidano. Sono convinti che le proposte di legge fin qui prodotte non contengano un linguaggio sufficientemente chiaro riguardo a questa questione. Temono, in sostanza, che la riforma proibirà il finanziamento diretto di un’interruzione di gravidanza, ma non la sovvenzione di polizze assicurative offerte da società private che, separatamente, coprano i costi di un aborto.
I progressisti, naturalmente, temono l’opposto. Innanzitutto, si sentono delusi dall’atteggiamento conciliante di Obama verso gli antiabortisti. Inoltre, sostengono che il passaggio di una legge con clausole speciali che vietano l’utilizzo di fondi federali per sovvenzionare l’aborto farebbe aumentare a tal punto i prezzi delle polizze che normalmente ne coprirebbero il costo da renderle sostanzialmente impraticabili a livello economico.
Si tratta di una questione di definizione. Progressisti e conservatori sono d’accordo nel trovare un compromesso in modo che i soldi ricavati dalle tasse federali non sovvenzionino le interruzioni di gravidanza. Ma non sono per nulla d’accordo su cosa questo significhi.
Per i sostenitori del diritto all’aborto, i dollari federali devono poter sovvenzionare tutti i tipi di polizza assicurativa di tutte le compagnie private, a patto che le società di assicurazione non usino queste sovvenzioni pubbliche per pagare direttamente i costi di un aborto. Gli attivisti contrari all’aborto danno a questo problema una lettura più rigida. I contributi federali non possono in alcun modo finanziare nessuna polizza gestita da una compagnia di assicurazione che copra le interruzioni di gravidanza, anche se con una polizza diversa da quella che verrebbe sovvenzionata.
Come scrive William Saletan su Slate, “per ottenere quello che considerano un accordo neutrale, gli attivisti pro-aborto devono assicurarsi che coloro che sono contrari paghino, seppur indirettamente, per le interruzioni di gravidanza. Gli antiabortisti, invece, per difendere le proprie convinzioni devono far sì che la copertura assicurativa di un aborto non possa essere in nessun modo sovvenzionata dallo stato, rendendo così l’interruzione di gravidanza, in un sistema che diventerebbe dipendente dai contributi pubblici, una procedura insostenibile a livello economico”.
Come se il dibattito sulla riforma sanitaria non fosse già abbastanza complicato, interviene ora la questione dell’aborto a renderlo ancora più ingestibile. In ogni modo, il Senato potrebbe votare su un provvedimento già la settimana prossima.
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La dura battaglia per regolare i mercati
Un anno fa’, la crisi della finanza americana, in realtà in corso già da mesi, si rivelava in tutta la propria enormità con il fallimento del gigante d’investimenti Lehman Brothers. Tra la primavera e l’autunno del 2008, molte delle più importanti istituzioni finanziarie degli Stati Uniti sono fallite, sono state comprate per poche lire da una rivale, oppure ancora sono rimaste in vita solo grazie all’intervento diretto del governo. Tra le altre, questo è ciò che è successo a Merril Lynch, Washington Mutual, Wachovia, AIG, Fannie Mae e Freddi Mac e, naturalmente, Lehman Brothers.
Il costo del crollo dell’economia americana si aggira oggi, secondo alcune stime indubbiamente ancora approssimative, sui millecinquecento miliardi di dollari. Seicento miliardi di questi sono andati direttamente al salvataggio del sistema finanziario a stelle e strisce. Altri mille miliardi di dollari circa, sono invece evaporati assieme ai posti di lavoro e allo scoppio della bolla immobiliare.
Un anno più tardi, l’intervento pro-attivo scelto dal governo americano per tamponare la crisi pare cominci a dare frutti. Per quanto l’economia statunitense sia ancora lontanissima dai picchi toccati qualche anno fa’, molti sembrano pensare che, perlomeno, il crollo verticale del sistema si sia arrestato e che si cominci lentamente a registrare una ripresa, per quanto piccola. Il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha dichiarato martedì che l’economia americana è “molto probabilmente” uscita dalla crisi più grossa attraversata dai tempi della Grande Depressione.
Naturalmente, sono molti i problemi non risolti. Ad esempio, pare ormai chiaro che, se di ripresa si tratta, sarà comunque una ripresa che non porterà, almeno nell’immediato, a una crescita dell’occupazione. Una “jobless recovery”, la definiscono gli americani.
Fatto sta che, comunque, negli Stati Uniti la gente ha ritrovato un senso di “normalità” e il timore di una tragedia imminente si è in parte quietato. Ma, come ha sottolineato il Presidente Barack Obama nel discorso fatto a Wall Street lunedì, “normalità non può diventare compiacenza.” Rivolgendosi ai manager dell’alta finanza a un anno esatto dal fallimento di Lehman Brothers, Obama ha voluto ricordare a tutti che la propria amministrazione rimane intenzionata, anche in caso di ripresa economica, a rivedere completamente le regolamentazioni esistenti del sistema finanziario. “Non torneremo indietro ai giorni in cui andava bene comportarsi in maniera incosciente e in cui si tolleravano eccessi che poi sono stati al centro della crisi”, ha dichiarato il presidente. “Wall Street non può ricominciare a prendere gli stessi rischi del passato senza riflettere sulle conseguenze, per poi aspettarsi che, anche la prossima volta, i contribuenti americani saranno lì pronti a prendere chi cade”, ha continuato Obama, promettendo “la riforma più ambiziosa del sistema di regolamentazione finanziaria dai tempi della Grande Depressione”.
Nello specifico, il Presidente Obama ha espresso la volontà di costituire un’agenzia governativa incaricata della protezione finanziaria dei consumatori, la Consumer Financial Protection Agency, ovvero un ente che si occupi di garantire trasparenza nei contratti finanziari, quali mutui, prestiti e carte di credito. Obama ha anche parlato della necessità di creare meccanismi finanziari che proteggano gli individui, e il mercato, dal fallimento di un gruppo, quale Lehman Brothers e AIG, attivo in vari settori dell’economia, dalle assicurazioni all’alta finanza internazionale. Il governo americano offre ai cittadini un’assicurazione sui risparmi depositati in banca (la Federal Deposit Insurance Corporation) — per evitare che una sola bancarotta, creando una crisi di sfiducia, faccia crollare l’intero sistema. Nulla di simile esiste per le società finanziarie complesse che sono sorte con l’espansione dei mercati d’investimenti negli ultimi venti anni. Infine, il presidente si è soffermato sulla necessità di coordinare più efficientemente gli sforzi delle decine e decine di agenzie incaricate di sorvegliare l’operato delle società finanziare.
Concentrandosi troppo spesso sui dettagli più minuti, e non comunicando l’una con l’altra, queste agenzie governative finiscono per perdere di vista il complesso delle operazioni effettuate, lasciando massima libertà di azione alle società che sanno approfittare degli spazi non sorvegliati che si creano tra l’area di responsabilità di un’agenzia e quella di un’altra (all’epoca del fallimento, AIG era controllata da oltre 400 agenzie di sorveglianza in tutto il mondo, nessuna delle quali si è accorta di quello che stava realmente succedendo al gigante assicurativo).
Nel suo discorso di lunedì, Obama ha detto di volere dal Congresso una proposta di legge entro la fine dell’anno. Il presidente ha fatto anche intendere che i democratici Barney Frank e Cristopher Dodd, presidente uno della Commissione per i Servizi Finanziari della Camera e l’altro della Commissione per i Servizi Bancari del Senato, sono già al lavoro per preparare il testo di legge.
Non bisogna però lasciarsi prendere dall’ottimismo. La determinazione dell’amministrazione non deve far dimenticare che esiste una lobby finanziaria enormemente influente a Washington. Grazie alla seppur lenta ripresa economica, lo scandalo suscitato dal comportamento delle banche e delle società finanziarie l’anno scorso comincia a essere dimenticato dall’elettorato, preoccupato di altre faccende come, ad esempio, la mastodontica riforma del sistema sanitario. Possiamo immaginare che la lobby finanziaria, approfittando del momento positivo, non resterà con le mani in mano mentre il Congresso cerca di passare una legge che ne ridurrebbe i privilegi. Inoltre, grazie all’agenda ambiziosa, e al contempo polarizzante, portata avanti dall’Amministrazione Obama, il Congresso americano è sempre più diviso, con repubblicani e democratici poco disposti a lavorare assieme.
E’ già chiaro che, così come sta accadendo per la riforma della sanità, anche sulla questione della regolamentazione dei mercati finanziari, il Partito Repubblicano non ha intenzione di aiutare la controparte democratica e si sta schierando dalla parte di banche e società di investimenti che oppongono, ad esempio, l’idea di un’agenzia federale per la protezione finanziaria del consumatore. Il ritornello è sempre lo stesso: un controllo eccessivo esercitato dal governo finirebbe solamente con il soffocare l’attività del libero mercato e, di conseguenza, a limitare la crescita economica.
Cercando di prendere tempo, lo stesso Senatore Dodd ha dichiarato a proposito della riforma dei meccanismi di regolamentazione del sistema finanziario: “E’ un’area complessa. Molto più complicata che la sanità o le politiche energetiche”. Insomma, molti temono che il momento più opportuno per portare avanti questa battaglia stia passando. Non a caso, una proposta di riforma presentata al Congresso dal Ministro del Tesoro Timothy Geithner a marzo scorso non è avanzata di un passo nell’iter legislativo. Bisognerà stare a vedere se il Presidente Obama, che si sta spendendo molto sulla riforma della sanità, avrà ancora capitale politico sufficiente a fine autunno per spingere anche una legislazione che cambi le regole della finanza.
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Bastera’ il carisma di Obama?
Washington D.C. – Il Presidente americano Barack Obama ha rilanciato mercoledì sera, in un discorso incisivo e politicamente rischioso, la propria sfida alla nazione e al Congresso in difesa del progetto di riforma del sistema sanitario, tanto criticato quanto resistente a qualsiasi tentativo di cambiamento.
È stata questa un’estate frenetica e poco fortunata per il dibattito politico sulla riforma sanitaria in America, distorto da posizioni ideologiche sia da parte repubblicana che da parte democratica, e da insinuazioni, provenienti queste dalla destra, tanto incredibili quanto inaccettabili (basti citare l’accusa ripetuta ad nauseam sulle radio e sulle televisioni conservatrici che il piano per la sanità voluto dai democratici prevede la creazione di commissioni governative con il potere di decidere della vita e della morte degli anziani). È persino venuto a mancare, il 25 agosto scorso, il Senatore Edward Kennedy, ultimo rappresentante della dinastia iniziata con JFK, e, ormai da decenni, alfiere della battaglia per la sanità.
Le polemiche del mese d’agosto hanno confuso il pubblico americano, aizzato gli attivisti e i politici più radicali, e hanno finito per nuocere all’immagine di Obama, per la prima volta in difficoltà dall’inizio della propria ancor giovane presidenza.
Diversi sondaggi condotti tra luglio e settembre mostrano che circa il 65% degli americani trova il dibattito sulla sanità incomprensibile. Nello stesso intervallo di tempo, il tasso d’approvazione del Presidente Obama si è assestato attorno al 50%, un calo netto rispetto ai successi dei primi mesi alla Casa Bianca.
Nell’atteso discorso di mercoledì sera, Obama ha cercato di chiarire i punti più importanti del proprio progetto di riforma e ne ha difeso l’importanza.
Nel tentativo di quietare gli animi degli americani che si sono fatti convincere, nel corso degli ultimi mesi, che la riforma porterà a un peggioramento generale del sistema sanitario e all’inizio di una dittatura socialista negli Stati Uniti, il presidente ha ripetuto più volte che la proposta di legge non andrà ad intaccare in alcun modo la posizione di chi già ha un’assicurazione medica privata soddisfacente finanziata dal proprio datore di lavoro. I repubblicani, invece, accusano i democratici di voler obbligare tutti i cittadini ad abbandonare le loro amate coperture assicurative private a favore di una soluzione governativa imposta con la forza.
Oltre a difendersi dalle critiche, Obama è anche andato all’attacco. Il presidente ha promesso di voler combattere i malfunzionamenti più egregi di un sistema che, al momento, rende legittimo per le compagnie assicurative private rifiutare copertura sanitaria a chi soffre di condizioni mediche pre-esistenti. La riforma voluta da Obama, inoltre, renderebbe una qualche forma di copertura medica obbligatoria per tutti i cittadini americani. Oggi la scelta è lasciata agli individui.
Il presidente ha poi attaccato con decisione l’atteggiamento distruttivo di tanti rappresentanti del Partito Repubblicano, attribuendo loro la grave responsabilità di aver diffuso delle vere e proprie “bugie”. “Sappiate”, ha incalzato Obama, “che non sono disposto a perdere tempo con chi ha già fatto il calcolo politico che è più conveniente opporre il piano per la riforma ad ogni costo che tentare di migliorarlo”.
Allo stesso tempo, Obama ha cercato di rassicurare i repubblicani in merito alcuni punti critici e ha offerto un paio di aperture politiche. Ad esempio, il presidente ha promesso che la riforma sanitaria non estenderebbe alcun privilegio agli immigrati illegali, una delle conseguenze temute dalla destra.
Infine, Obama ha insistito sul fatto che la riforma non farà aumentare il debito pubblico, ma sarà volta a eliminare sprechi e inefficienze. Il costo complessivo della riforma sarà, secondo Obama, di 900 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, “meno di quello che abbiamo speso nelle guerre in Iraq e Afghanistan”, ha sottolineato il presidente.
Rimane ancora da chiarire lo stato della cosiddetta “opzione pubblica”, divenuta durante l’estate uno dei punti critici del dibattito sulla riforma sanitaria. I democratici vogliono che il governo offra la possibilità a chi non può permettersi un’assicurazione medica privata di sottoscriverne una pubblica. I repubblicani sono determinati a non far passare una proposta di legge che comprende tale possibilità, vista dalla destra come il primo passo verso un monopolio statale della sanità. Obama, che sostiene “l’opzione pubblica”, ha cercato mercoledì di mitigare i toni. La creazione di un’assicurazione sanitaria gestita dal governo, ha dichiarato il presidente, riguarderebbe solo una minoranza dei cittadini (stimata dal governo in circa il 5% della popolazione). È quindi inutile discuterne come se fosse il punto centrale della riforma. Inoltre, Obama si è dichiarato flessibile quanto ai dettagli dell’“opzione pubblica”, e disposto a rivederne l’importanza nel corso di un dibattito con i repubblicani che si rivelasse finalmente costruttivo.
Con il discorso fatto mercoledì al Congresso, Barack Obama ha mostrato, ancora una volta, la propria ambizione e coraggio politico. Nonostante le critiche, il presidente ha scelto di non fare marcia indietro ma di continuare a perseguire una riforma sostanziale del sistema sanitario che, al contempo, sia sostenuta sia dalla sinistra che dalla destra. Citando, al termine del proprio discorso, una lettera scrittagli dal Senatore Ted Kennedy sul letto di morte – ultimo atto di una lunga carriera passata a lottare per un sistema sanitario più giusto – Obama ha innalzato la propria proposta di riforma al livello di una questione morale, che mette in gioco il carattere stesso del popolo americano. “Non siamo arrivati fin qui per aver paura del futuro, siamo arrivati fin qui per dare forma e sostanza al futuro”, ha esclamato enfaticamente Obama.
Già più volte, il presidente ha ritrovato il proprio carisma e la propria forza in un discorso alla nazione: basti pensare a quello sulle relazioni interrazziali fatto a Philadelphia durante la campagna elettorale dell’anno scorso. Questo sulla riforma sanitaria, però, è probabilmente il più delicato di tutti. I repubblicani non sembrano per niente interessati a collaborare. Avendo perso malamente le elezioni dell’anno passato, non gli conviene politicamente. Con la maggioranza sia alla Camera che al Senato, i democratici potrebbero passare una proposta di legge anche da soli, ma devono prima superare le divisioni interne che continuano a separare l’ala progressista da quella moderata del partito. Inoltre, una riforma approvata di forza da un Congresso e da un governo tutti democratici non godrebbe certo dell’ampio mandato voluto da Obama, e finirebbe per perdere il necessario sostegno del popolo americano.
A soli nove mesi dal proprio insediamento alla Casa Bianca, Obama si trova ora di fronte a quello che potrebbe diventare il punto di svolta della propria presidenza. Inimmaginabili le lodi che riceverebbe dovesse diventare il presidente che, finalmente, riesce a riformare il sistema sanitario americano dopo decenni di tentativi falliti. Ma, dopo aver messo in gioco molto del proprio capitale politico sul successo di quest’iniziativa, dovesse uscirne sconfitto, Obama finirebbe per diventare d’un tratto un presidente debole, fallendo nell’impresa in cui ha più creduto proprio nel momento in cui il Partito Democratico controlla sia la Camera che il Senato.
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